Quando la nostalgia è un po' troppo canaglia...

Ilya Muromets
Virtuaverse

Virtuaverse

Sviluppatore: Theta Division
Distributore: Blood Music
Formato: Digital
Localizzazione: Italiano
Versione Testata: PC
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Una delle principali lezioni da apprendere per qualsiasi sviluppatore indipendente è che il videogioco non dovrebbe mai mirare a riportare in scala 1:1 i messaggi o le ideologie individuali di coloro che lo creano, né deve diventare una sorta di proiezione speculare dei loro desideri. Il videogioco è un medium autonomo con le proprie imprescindibili specificità, e come tale si serve, non ci si serve di esso. Questo Virtuaverse, avventura grafica di ambientazione cyberpunk prodotta da Theta Division, precipita purtroppo nella suddetta trappola con tutte le scarpe.

VirtuaverseVirtuaverse nasce essenzialmente come un atto di amore carnale nei confronti della scena retro, sia per quanto riguarda i contenuti narrativi – l’intera trama consiste in un bizzarro sfogo para-ecologista su quanto fossero stupende le CPU del 1991, il Turbo Pascal e i CD con i greatest hits dei Prodigy – sia nel gameplay, che recupera in modo palmare le meccaniche delle antiche avventure in DOS. In altre parole, non ci viene risparmiata nessuna delle farraginosità dei bei tempi che furono, dal backtracking al pixel hunting, fino ad alcuni sconfortanti manifestazioni di logica lunare degni del miglior gattobaffismo d’antan . L’intera esperienza di gioco denuncia in modo evidente l’intenzione degli sviluppatori di riversare sul pubblico la propria personalissima interpretazione del mondo dell’intrattenimento digitale, secondo una prospettiva rimasta sorprendentemente ferma agli albori del web 2.0. Se si sostituisse infatti il concetto di “virtuaverse” con quello dell’“internet” e dei “social media” nella visione stizzita di mia zia sessantenne che andava a letto dopo Carosello, la struttura narrativa e i valori messi in campo non muterebbero di una virgola. Come ci viene costantemente ripetuto dall’antipaticissimo protagonista Nathan, in Virtuaverse gli adolescenti sono tutti scimuniti incapaci di comprendere l’essenza della musica dal vivo, gli eroi sono tutti girellari ossessionati dal retrocoding e dai lettori di floppy disk, le corporazioni cattivissime vogliono trasferire i nostri dati personali su cloud, rubare le nostre foto in montagna e farci perdere il contatto con la realtà (!), e così via.

Virtuaverse

No seriamente: è tutto così…

Si capisce benissimo come, con simili presupposti, l’intera ambientazione cyberpunk non abbia molto senso logico, nemmeno volendo seguire la retorica un po’ tecno-amish che considera il supporto fisico come unico baluardo di indipendenza dal sistema: più che reagire alle minacce di una distopia futuristica nella quale il digitale è semplicemente un ineliminabile dato di fatto, i protagonisti si comportano come nostalgici trentacinquenni molto coinvolti nelle diatribe morali del 2009 d.C., con l’unica differenza che le loro città sono più fluo rispetto a, che so, Cremona. Alla lunga, l’effetto è straniante: tra un “cowabunga” e un “matusa” (giuro!), in un contesto come quello di Virtuaverse espressioni quali “sembra uno di quei film esagerati degli anni ’80!” suonano esattamente come se noi oggigiorno esclamassimo indignati “ohibò, sembra proprio un café chantant della Parigi prebellica!”

Virtuaverse

Il gioco dà il meglio di sé sul piano grafico e sonoro

Anche sul piano delle atmosfere, Virtuaverse soffre parecchio della mancanza di labor limae in fase di progettazione e dell’eccessiva dipendenza dai titoli presi a modello. Non riuscendo a decidersi se voler essere Sierra o LucasArt, il gioco passa senza soluzione di continuità dal nitore elettronico dei neon urbani alla giungla simpaticona/nonsense con tanto di stregone afro e frutta esotica volante, ci fa ripiombare poi nella disperata ecatombe della (pur bella) sezione del cimitero dell’hardware, e corona il tutto con un finale criptico che un Yoshiyuki Tomino avrebbe concepito solo nel suo periodo di depressione più spinta. Il punto di forza del titolo consiste essenzialmente nell’apparato cosmetico: la grafica in pixel art è suggestiva e riproduce un universo vasto e misterioso che – a questo punto – spiace molto non sia stato esplorato più a fondo. La colonna sonora, a cura del noto Master Boot Record, ripara parzialmente i danni perpetrati in fase di scrittura avvolgendo gli scenari con veri e propri castelli di sonorità sintetiche e alienanti.

Le potenzialità tecniche del team alle spalle di Virtuaverse sono più che evidenti, e spiace constatare come il gioco di debutto sia lontano dall’essere brillante. Ci si augura che, alla prossima prova, una più matura selezione dei contenuti consenta di privilegiare in primis le esigenze dei fruitori, piuttosto che i personali feticismi dei creatori.

5.8

Ilya Muromets
Storico dell'arte, musicista e sarto dilettante, giocatore compulsivo da ormai svariati decenni. Specialista in cRPG, fantasy europeo e Magic the Gathering. Quando non è alle prese con un videogioco di ruolo occidentale indie (più sono marroni e tristi, più ci si diverte), si nasconde nelle steppe siberiane in attesa di rientrare trionfalmente recando con sé qualche testa di idra come trofeo.