La rivincita del looter-shooter secondo Ubisoft

Luca Gadda

Tom Clancy’s The Division 2

Sviluppatore: Ubisoft
Publisher: Ubisoft
Genere: MMO Shooter
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 18+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PS4
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Il seguito diretto dell’originale The Division, titolo per console e PC pubblicato nel 2016 da Ubisoft, si prefigge l’obiettivo di imparare dagli errori del passato per migliorare un prodotto che già a suo tempo poteva essere considerato come godibile ma che, tutto sommato, aveva deluso le aspettative del pubblico fallendo nel coinvolgere i videogiocatori arruolati tra le fila della Divisione.

Citando un sempreverde motto da giornalismo sportivo, il precedente The Division poteva essere descritto con un esplicativo “Vince ma non convince”. La formula di gioco, l’impatto visivo e in generale l’atmosfera creata dalla New York post-apocalittica funzionavano (soprattutto nelle fasi iniziali del gioco); con il passare delle ore, però, emergevano difetti che minavano la godibilità del titolo, specialmente in termini di varietà e longevità.I programmatori di Massive Entertainment, dopo un’attenta analisi dei feedback da parte dei giocatori impegnati a macinare kill e loot sul titolo originale, hanno saputo migliorare quegli aspetti che avevano fatto storcere il naso in passato, e sono riusciti nell’intento di confezionare un prodotto capace di ovviare ai problemi legati alla ripetitività intrinseca del gameplay e soprattutto alla poca incisività dell’endgame.

The Division 2 (così come il predecessore) è da intendere naturalmente come un game as service interamente basato sul multiplayer e progettato per essere costantemente aggiornato a distanza di tempo dalla data di rilascio. Come sempre, però, occorre fare i conti con la fruibilità del prodotto alla data di uscita: questo era uno dei problemi principali del precedente capitolo del 2016. Massive ha saputo ovviare in gran parte a questo difetto confezionando un gioco che dà la sensazione di essere già “completo” allo stato attuale: lo si riscontra soprattutto nelle dinamiche legate all’endgame e nella capacità di limitare la sensazione di ripetitività che avrebbe potuto facilmente emergere dopo qualche ora con il pad tra le mani.

BENTORNATO, AGENTE

Il secondo turno tra le fila della Divisione ha inizio con la creazione del personaggio in tipico stile RPG: alle consuete variazioni dei tratti fisici principali e del vestiario si aggiunge ora anche la possibilità di personalizzazione attraverso l’introduzione di tatuaggi e face camo. Completata questa parentesi, il giocatore viene gettato al centro dell’azione con un prologo molto breve che funge da una mera introduzione agli eventi di The Division 2; non è infatti considerabile come vero e proprio tutorial poiché il giocatore deve apprendere nel tempo le varie dinamiche, sicché l’introduzione serve solo a familiarizzare con i comandi base e a giustificare lo spostamento dell’attenzione da New York a Washington.

Le vicende alla base di The Division 2 si ricollegano agli eventi narrati nel prequel: in seguito alla diffusione di un agente patogeno a Manhattan, una pandemia ha provocato il collasso delle principali infrastrutture, lasciando spazio alla legge del più forte; in tale situazione di crisi, e in assenza di organi politici e militari ufficiali, entrano in azione le cellule dormienti della Divisione, un insieme di combattenti uniti dallo scopo di ricucire il tessuto sociale e ripristinare la normalità tramite metodi tutt’altro che convenzionali. La trama di per sé risulta apprezzabile sin dai primi momenti, tuttavia rimane invariato il senso di mancato coinvolgimento: ciò è dovuto principalmente alla scarsa caratterizzazione dei personaggi (primo fra tutti l’agente protagonista, che non parla mai risultando carismatico quanto un automa) e a una modalità di narrazione farraginosa, con la quale si tenta di spiegare il procedere degli eventi attraverso lunghi dialoghi propinati durante gli scontri a fuoco, in situazioni in cui l’attenzione del giocatore è rivolta a tutt’altro. Sono presenti anche degli sporadici filmati che funzionano da introduzione alle diverse missioni principali, finendo per risultare un mero collante tra un avvenimento e il successivo.

La sensazione è che la trama rappresenti sostanzialmente un flebile pretesto: il più delle volte ci si trova a combattere più per il gusto della progressione e per il loot che per rispondere alle premesse della narrazione. Si tratta di un dettaglio non di poco conto in quanto, soprattutto se si decide di affrontare la riconquista di Washington in solitaria, esso diventa un ostacolo per l’apprezzabilità del titolo.

In ogni caso, una volta messo piede nelle rovine di ciò che era un tempo la maestosa capitale degli Stati Uniti, il colpo d’occhio fornito dalla nuova ambientazione segna sicuramente un cambiamento netto rispetto a quello della nevosa New York: seppure la Manhattan deserta fosse senz’altro suggestiva, l’ambientazione primaverile di Washington risulta allo stesso modo interessante, soprattutto a livello visivo. Strizzando l’occhio a pellicole come “Io sono leggenda”, gli sviluppatori hanno saputo modellare una città che risulta più vivace nei setting esterni – grazie alla vegetazione che ha invaso gran parte delle strade e degli edifici, popolati di animali in libertà – e molto ispirata negli ambienti interni, che diventano teatri di scontri epici. Il tutto viene orchestrato da una direzione artistica magistrale, che sorprende con le maestose costruzioni monumentali riconquistate da madre natura. Le atmosfere primaverili e la ricchezza della vegetazione ampliano notevolmente la tavolozza di colori e forniscono il pretesto per potenziare un sistema d’illuminazione capace di proiettare ombre realistiche e di generare scorci degni di essere immortalati (non a caso è stata inserita anche la modalità foto). Le tempeste di neve di New York sono qui sostituite da repentini cambiamenti atmosferici, con violenti temporali che si abbattono sul giocatore. Per quanto concerne gli aspetti tecnici, nonostante la ricchezza visiva la versione testata su PS4 risulta estremamente fluida in quanto gira a 30 FPS in 1080p nativi; tuttavia si possono notare sporadici cali del frame rate (soprattutto nelle situazioni più concitate) così come alcune textures che vengono di tanto in tanto caricate con leggero ritardo.

 

 

 

 

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COOPERAZIONE E TRADIMENTI AI TEMPI DELLA ZONA NERA

Per quanto riguarda il gameplay l’ultima fatica di Massive ricalca il percorso delineato dal diretto predecessore offrendo un’ampia mole di contenuti fruibili in una struttura di gioco analoga. Tuttavia, sono presenti numerose attività aggiuntive che incoraggiano la costante progressione del personaggio e degli insediamenti riconquistati dalle fazioni ribelli, e che hanno il non trascurabile merito di fornire al giocatore una costante sensazione di efficienza: infatti, se nel primo impegno con la Divisione ci si poteva trovare spesso a combattere senza un vero e proprio scopo ora tutte le attività sono corredate di un obiettivo (salvare ostaggi, liberare avamposti, etc.) e al termine di esse si può notare un impatto sull’agente (loot e miglioramenti) e sul mondo di gioco. Per esempio, eseguendo determinate azioni gli insediamenti alleati si espandono e la vita riprende piano piano secondo i ritmi naturali.

Anche la dinamica delle missioni riprende da dove il titolo del 2016 aveva lasciato. Queste infatti si svolgono entro scenari urbani che offrono numerose opportunità di copertura, tra le quali l’Agente si può spostare in maniera molto fluida e con animazioni leggermente migliorate rispetto a quanto visto in precedenza. Da questi punti si può verificare al meglio la maestosità del gunplay offerto dal titolo, che si traduce in un feedback positivo delle armi da fuoco, magistralmente caratterizzate: ogni arma ha una propria identità e ci si ritrova facilmente ad apprezzare una tipologia rispetto ad un’altra in base al proprio stile di gioco o all’approccio che si intende dedicare a una particolare sessione. Anche in questo caso sono stati introdotti dei miglioramenti in quanto ora è possibile creare e selezionare facilmente diversi set di equipaggiamento, in modo da affrontare in maniera efficace le diverse situazioni, rendendo inoltre più profonda la componente RPG.

L’Agente della Divisione, oltre alle fidate bocche da fuoco, può contare sulle abilità speciali che forniscono un vantaggio tattico sul campo: tra queste vi sono, ad esempio, scanner che indicano la posizione dei nemici, torrette automatiche di supporto, granate a ricerca e droni da combattimento; inoltre sono presenti delle varianti per ogni singola abilità, che aumentano ulteriormente l’offerta di personalizzazione dell’equipaggiamento a cui il giocatore può attingere.

Note di merito vanno inoltre alle modifiche apportate ai nemici, ora governati da un’intelligenza artificiale che, pur non attestandosi a livelli elevati, crea delle situazioni molto più tattiche e adatte al contesto di gioco: i diversi ruoli dei nemici (cecchino, assaltatore e granatiere per citarne alcuni) e i loro movimenti creano delle situazioni in cui il giocatore deve pensare bene a come comportarsi, aggiungendo una componente strategica non indifferente, soprattutto quando si agisce in squadra cooperando con altri giocatori.

Per di più, è stato modificato il cosiddetto “effetto spugna” che tanto aveva afflitto il prequel: ora i nemici subiscono i danni in maniera più realistica (per quanto questo termine debba essere preso con le pinze in un titolo del genere) e solo certi boss sono dotati di una corazza che deve essere distrutta con l’utilizzo di ingenti quantità di munizioni prima di poterne intaccare i punti vita.

È inutile negarlo: The Division 2 funziona comunque meglio se giocato in cooperativa con altri giocatori, chiunque affermi il contrario non ha mai deciso di affrontare una missione in compagnia di altri Agenti in carne ed ossa. Per quanto infatti il titolo di Massive sia fruibile anche in single player, è quando si uniscono le forze con altri giocatori che si nota quanto sia importante cooperare per portare a casa un cospicuo loot e, soprattutto, per godersi appieno la variabilità degli equipaggiamenti, abilità e degli atteggiamenti tattici applicabili alla struttura di gioco. Giocando da soli spesso ci si trova ad affrontare le missioni nella maniera canonica a cui si è abituati, con la difficoltà di dover ripartire da un checkpoint qualora i nemici avessero la meglio e con la conseguente seccatura di dover affrontare di nuovo tutte le orde di avversari. Quando invece si affrontano le strade di Washington in compagnia ci si accorge di quanto la tattica e l’importanza della varietà all’interno del team la facciano da padrona, soprattutto in termini di divertimento. Risulta appagante notare come, anche se si collabora con giocatori incontrati tramite matchmaking casuale, ci si trova spesso in situazioni dove un Agente affronta i nemici a viso aperto sfruttando un fucile d’assalto mentre un secondo crea fuoco di soppressione grazie a una mitragliatrice leggera ed un terzo decide di coprire a distanza i propri alleati con un fucile di precisione, senza dimenticare il quarto ed ultimo membro del team che si occupa di offrire supporto curativo agli alleati tramite le abilità della Divisione. Forse lo scenario descritto può apparire sin troppo ideale, ma ci si trova in tali situazioni più spesso di quanto si possa credere: tanto più si avanza di livello, tanto è più facile incontrare giocatori di esperienza che sanno come cooperare per affrontare le difficoltà in maniera ottimale.

Anche in The Division 2 sono presenti delle aree sulla mappa chiamate “Zone nere”, nelle quali si svolgono le dinamiche legate al PvPvE, in cui i giocatori possono cooperare per ottenere degli equipaggiamenti particolari ma nei quali possono verificarsi anche degli efferati voltafaccia: il giocatore che fino a pochi momenti prima combatteva come alleato potrebbe decidere di rivoltarsi e tradire per ottenere più loot esponendosi tuttavia alla possibile vendetta da parte di tutti i giocatori “onesti” che seguono le regole della Divisione. È infine da menzionare la presenza di playlist dedicate al PvP puro, che per ora risulta essere una componente di contorno vista la mancanza di giocatori e sulle qualità intrinseche al titolo che risulta più a suo agio con dinamiche cooperative più che competitive.

L’endgame del primo capitolo era l’ennesimo punto dolente di una produzione che aveva posto tanta carne al fuoco ma che in sede di pubblicazione aveva fornito un prodotto non del tutto all’altezza delle aspettative; ora però lo studio di Malmo ha ovviato a questo problema con una dinamica molto interessante e che invoglia il giocatore ad affrontare una seconda run del titolo.

Infatti dopo aver raggiunto il livello trenta e dopo aver completato le missioni principali, Washington viene invasa da una nuova forza d’élite che riconquista tutte le posizioni liberate fino a quel momento dal giocatore; le caratteristiche di questa nuova fazione, molto più avanzata tecnologicamente rispetto agli avversari incontrati fino a quel momento, spingono ad affrontare le missioni con tattiche nuove e introducono un livello di sfida sicuramente più alto rispetto alla prima run affrontata.

Massive Entertainment è riuscita nell’intento di creare un titolo che non snaturasse le idee alla base del primo capitolo, migliorando gli aspetti più deboli e al contempo riducendo al minimo gli errori e le dinamiche che appesantivano il primo impatto con la Divisione; il risultato è un gioco divertente, dinamico e coinvolgente che offre moltissimi contenuti cui conseguono diverse ore per poter raggiungere una percentuale di completamento cospicua. The Division 2 dà il meglio di sé quando affrontato in cooperativa ma perde parzialmente il suo smalto qualora venga approcciato in singolo, vista la scarsa caratterizzazione dei personaggi e la trama che viene soffocata dagli spari e dalle esplosioni dei campi di battaglia, senza mai coinvolgere veramente.
Il rischio di avvertire una ripetitività di fondo resta comunque sempre presente, in quanto la tipologia di gioco porta con sé tale difetto intrinseco: in determinate situazioni si potrebbe avvertire un forte effetto deja-vù soprattutto dopo diverse ore di gioco; i programmatori sono stati capaci di ovviare in parte a questo rischio ma certi giocatori potrebbero trovarsi tediati da certe situazioni che tendono a ripetersi. L’acquisto è consigliato a prezzo pieno, a patto di considerare le caratteristiche spiccatamente multiplayer del titolo.

 

verde

Good

  • Ambientazione maestosa
  • Gameplay fluido e Gunplay appagante
  • Cooperazione multiplayer coinvolgente
  • Longevità consistente

Bad

  • Trama sottotono
  • PvP da migliorare
  • Rischio di ripetitività di fondo
7.8

Luca Gadda
Considera il videogioco al pari di un’opera d’arte, capace di trasmettere valori ed emozioni ineguagliabili. Gamer da sempre, cerca di dedicare quotidianamente del tempo alla sua più grande passione.