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The Dark Pictures Anthology: Man of Medan

Sviluppatore: Supermassive Games
Publisher: Bandai Namco
Genere: Avventura azione 3D
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 16+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PS4 Pro
Copia regolarmente acquistata da un membro della redazione.

Dopo essersi dedicato per diverso tempo allo sviluppo esclusivo per piattaforme Sony PlayStation, lo studio britannico Supermassive Games compie finalmente il salto nel vuoto e raggiunge il mondo dei titoli multipiattaforma; noti per il loro lavoro sull’universo espanso di Until Dawn, non sorprende che il nuovo accordo siglato con l’etichetta Bandai Namco prevede la preparazione di ben otto mini-esperienze cinematografiche interattive sulla falsariga del loro titolo più apprezzato. Man of Medan è effettivamente questo, una sorta di episodio pilota di una serie intitolata The Dark Pictures Anthology, nella quale un misterioso narratore esterno introduce il giocatore a storie dai connotati horror, come se si stesse assistendo a una puntata de “I racconti della Cripta”. Per l’occasione è stato rispolverato l’attore Shawn Ashmore (già visto come protagonista di “Quantum Break” di Remedy) nei panni di uno dei protagonisti ed è stato ingaggiato l’artista britannico Pip Torrens (The Danish Girl, Black Mirror) a vestire i panni del narratore che dà il volto all’intera produzione.

In questo episodio pilota l’ambientazione è ispirata alla leggenda metropolitana della nave mercantile olandese SS Ourang Medan (da qui il titolo “Man of Medan”) e vede come protagonisti due coppie di giovani fratelli e una coraggiosa capitana dall’accento francofono misurarsi con l’eventualità di un risvolto soprannaturale. Ma la realtà, come ci informa lo stesso gioco, non è sempre ciò che sembra, e in effetti quelli che potrebbero essere inizialmente percepiti come goffi elementi horror (nei primi minuti di gioco la regia digitale indugia su riprese a tratti talmente didascaliche da sembrare semplicemente macchiettistiche, come quando vengono mostrate delle misteriose casse di legno su cui è posto un simbolo che avverte della loro pericolosità) sono invece introdotti per sviare il giocatore/lo spettatore e portarlo a nutrire false aspettative.

SBADIGLI AGGHIACCIANTI

In tal senso la sceneggiatura, pur soffrendo di un’evidente mancanza di ritmo nelle fasi introduttive, punta tutto su un gimmick narrativo che funziona piuttosto bene di per sé, ma che viene immediatamente smascherato scegliendo di affrontare l’esperienza in compagnia di un altro giocatore online, che vive situazioni differenti e parallele. Proprio per questo il consiglio di chi scrive è quello di valutare comunque l’esperienza di gioco in compagnia, ma senza rimanere in contatto attraverso voice chat per non rovinare la sorpresa.

Ispirati dal successo “social” di Until Dawn, infatti, gli sviluppatori hanno inserito in questo titolo ben tre opzioni di fruizione: la canonica “campagna single player”, la modalità di gioco in cooperativa online fino ad un massimo di due giocatori e infine un’opzione inedita chiamata “movie night” nel quale fino a cinque giocatori possono “assegnarsi” il ruolo di specifici protagonisti e scambiarsi il joypad di mano durante l’avventura; una soluzione, quest’ultima, apparentemente vincente, ma che obbliga più persone a impegnarsi nella visione di un prodotto che se è percepito “lento” quando lo si gioca, da meri spettatori mostra in modo più evidente le proprie criticità.

A differenza dei “film interattivi” di David Cage e Quantic Dream, in questo caso Supermassive Games adotta una storyline dallo spettro decisamente più contenuto, mettendo il giocatore nella condizione di poter influenzare il destino dei protagonisti e la direzione della narrazione mediante un vasto ventaglio di scelte apparentemente innocue. Il gameplay introdotto in Until Dawn e ripreso da Man of Medan tiene conto non solo della psicologia dei personaggi – che può essere modificata invero attraverso scelte dalla natura polarizzante – ma anche dei rapporti che si creano tra essi mediante un rudimentale, seppure efficace, sistema di affinità. Insomma, dietro ogni scambio di battute e dietro ogni decisione presa vestendo i panni di specifici eroi sono nascosti valori numerici che vanno a modificare delle statistiche che determinano non solo i futuri eventi innescati in prima persona, ma anche le interazioni specifiche fra i componenti del cast. In Man of Medan, esattamente come nel già citato titolo d’ispirazione slasher movie, si può assistere alla morte iperrealistica di ognuno dei protagonisti in svariati episodi (così come ad un buon numero di epiloghi differenti), a volte preannunciate da criptiche visioni del futuro accessibili attraverso dei collezionabili. La loro sopravvivenza, comunque, non dipende solamente dall’abilità del giocatore sul joypad durante i numerosi quick time event. Spendere qualche parola in più al riguardo rovinerebbe l’unico punto vincente di una sceneggiatura che, al contrario, può vantare davvero poco di avvincente: i protagonisti sono anonimi e stereotipati, l’esplorazione dei minuscoli corridoi offerti dal gioco è piagata da un sistema di controlli impreciso e dall’abuso di jump scares e al gioco manca una qualsivoglia capacità basilare di costruzione dell’atmosfera orrorifica; se in Until Dawn l’abbondare di queste soluzioni a tratti snervanti era perdonabile poiché faceva riferimento ad un particolare genere cinematografico dal target adolescenziale, in questo caso l’operazione sfocia nella bieca ripetizione di ciò che il team evidentemente pensava potesse funzionare in qualsiasi occasione (un problema, tra l’altro, già presente nel titolo per PlayStation VR “The Inpatient”, da me recensito su queste pagine). Sarebbe stato molto interessante vedere il team di Supermassive Games alle prese con una narrativa più matura, ma viene quasi da pensare che gli scrittori dietro a questi film digitali non abbiano la minima idea di come una buona pellicola horror funzioni e di come un’atmosfera tesa e un’ambientazione suggestiva possano essere create senza rifarsi a stantii tropi della narrativa orrorifica commerciale. In definitiva, se The Dark Pictures Anthology: Man of Medan fosse un film, sarebbe un dimenticabile B-Movie horror con evidenti problemi di ritmo nelle fasi iniziali e con un epilogo talmente affrettato da spiazzare chi lo guarda al punto di fargli dire “e questo sarebbe il finale?”.

Fortunatamente la sua natura di esperienza interattiva e il suo twist centrale lo salvano in corner, vuoi anche per un comparto tecnico che, seppur mettendo a dura prova gli hardware delle console di corrente generazione, offre un sontuoso banchetto di ottima modellazione 3D. Le animazioni in particolare, nonostante la saltuaria sensazione di star ammirando dei bambolotti tridimensionali, riescono nel duro compito di dipingere la stragrande maggioranza delle situazioni in modo convincente, senza alcun compromesso visivo rispetto a produzioni più blasonate e dai valori di produzioni decisamente più alti. Come sempre sono presenti collezionabili da raccogliere durante l’esplorazione per invogliare i giocatori a rivivere l’avventura, ma il gioco non permette in alcun modo di velocizzare passaggi della sceneggiatura introduttivi o saltare a pié pari scene non-interattive viste in precedenza: un chiaro esempio di come dilatare in modo meccanico e poco rispetto del tempo altrui la longevità di un titolo altresì fin troppo povero di contenuti di effettiva qualità.

 

 

 

 

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The Dark Pictures Anthology: Man of Medan è il primo episodio di una serie composta da otto scenari che Bandai Namco e Supermassive Games hanno promesso al proprio pubblico. Il parere di chi scrive è che difficilmente la collaborazione tra i due nomi coinvolti nella produzione potrà continuare se il livello medio di queste produzioni rimarrà il medesimo di questo pilot, al punto che sembra quasi assurda la scelta di destinare ad una sceneggiatura così poco convincente il ruolo di apripista a questa saga. Vedremo se il team britannico riuscirà ad affinare le proprie capacità in fase di scrittura durante la lavorazione del sequel, “Little Hope”, previsto per il 2020.

rosso

Good

  • La possibilità di vivere due scenari differenti in compagnia di un altro giocatore online.
  • Comparto visivo a tratti impressionante…

Bad

  • … ma che su console soffre di scarsa ottimizzazione tecnica.
  • Storia dimenticabile e sovrabbondanza di jump scares.
  • Modello esplorativo reso problematico da comandi poco responsivi.
  • L’impossibilità di saltare scene già viste in un secondo walkthrough rende la raccolta di collezionabili un vero e proprio incubo.
5.5

Majkol
C'è chi dice che nella sua stanzetta, dietro una mole spaventosa di fumetti d'epoca giapponesi, si celino misteri infiniti. Da sempre appassionato di videogame made in Japan e delle opere animate di Kunihiko Ikuhara, dategli un qualsiasi J-RPG e lo renderete un orsetto felice.