Il passo più lungo della gamba...

Simone "Simon Belmont" Granata
Swords of Gargantua

Swords of Gargantua

Sviluppatore: Thirdverse
Distributore: Thirdverse
Formato: Digital
Localizzazione: Inglese
Versione Testata: PS4
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Il mondo dei giochi VR ha rappresentato, per il sottoscritto, un’epifania travagliata e costellata di dubbi e ripensamenti. Tuttavia, dopo aver provato con mano titoli meritevoli per questa modalità ancora oggi percepita dai più come “pionieristica” – anche se, a onor del vero, i primi esperimenti in tal senso si ritrovano addirittura negli anni ’60 del secolo scorso – ammetto di essermi completamente ricreduto. Poter osservare le grandi innovazioni tecnologiche e soprattutto la verosimiglianza del “feeling” che le attuali piattaforme VR riescono a garantire mi ha portato a rivalutare una dimensione incredibilmente ampia, dal potenziale enorme. Mi sono dunque avvicinato con fiducia a questo Swords of Gargantua, che sulla carta presenta un concept adattissimo alla realtà virtuale, con in più il dichiarato pregio di una corposa componente ludica che sembrava allontanarlo da quei prodotti “paesaggistici” troppo spesso pubblicati in fretta al solo scopo di intrattenere con pure e semplici immagini immersive. È quindi finalmente giunta l’ora di goderci un titolo VR che mette il gameplay al centro dell’esperienza? Forse. Ma, come recita l’antico adagio, non è tutto oro quel che luccica. Anche se qui, in questo caso, luccica davvero molto.

Swords of GargantuaLa razza umana è sull’orlo dell’estinzione. La causa? Un’armata apparentemente invincibile di costrutti metallici senz’anima guidata dal perfido gigante Gargantua. Nei panni di un anonimo guerriero, il giocatore è convocato da una Dea benevola per combattere per l’umanità; questa procace divinità femminea non dispensa comunque solo consigli, ma distribuisce anche risorse utili per permettere al giocatore di adempiere al suo dovere. Una volta superata la fase introduttiva con annesso tutorial, ci si ritrova immersi in un mondo di certo interessante e ben concepito, con una solida idea alla base: Swords of Gargantua è, a conti fatti, un roguelike classico con una spinta decisa verso la pura “swordmanship”. Gran parte del gameplay è focalizzata sull’utilizzo rapido dei propri riflessi, sul controllo degli attacchi nemici e sull’abilità nelle parate, alle quali spesso segue (se si agisce con l’opportuno tempismo) una combo letale in risposta.

Come si diceva, sulla carta l’idea risulta intrigante e assai divertente. Il problema è che tutta la struttura finisce per crollare miseramente di fronte all’inadeguatezza tecnica dei sistemi di tracciamento odierni, e in particolar modo di quello offerto da Playstation VR.

Swords of GargantuaDi cosa si sta parlando nello specifico? Molto semplicemente: Swords of Gargantua si fonda su una buona trovata, ma la sua esecuzione lascia molto a desiderare sia a causa di limitazioni apparentemente insormontabili, sia a causa di un’esagerata volontà da parte degli sviluppatori di inserire tante, troppe meccaniche tutte insieme. È necessario partire da un presupposto: data la tecnologia attuale, i titoli in VR possono permettersi un range limitato di azioni simultanee. Considerato che non tutti possiedono un HTC Vive o un set-up a 360° iper-costoso, per una strumentazione di fascia media il gran numero di azioni possibili e necessarie per sopravvivere in questo gioco risulta soverchiante: ci si deve muovere usando i tasti dei due motion controller, si deve parare a tempo, si deve contrattaccare, si devono concatenare combo, vanno potenziate le armi ed incantate durante i combattimenti, vanno tenuti sotto controllo i nemici che tentano un accerchiamento. E queste sono solo alcune delle azioni che è necessario imparare per superare i vari livelli del gioco.

Swords of Gargantua

Se si somma tutto questo al tracciamento spesso impreciso, poco pulito e poco intuitivo di alcuni movimenti, la frittata è servita. E fa innervosire perché Swords of Gargantua avrebbe potuto essere un gioco eccellente, se gli sviluppatori avessero ridimensionato un po’ le ambizioni e soprattutto se avessero optato per nemici che tendono ad ingaggiare frontalmente invece di costringere il giocatore a ruotare costantemente su se stesso. Ci sono margini di miglioramento, ovviamente: si impara a giocare d’anticipo, ad aggredire per primi, a stare spalle al muro, a sfruttare certi comportamenti prevedibili della IA. Ma sono tutti “trucchi” utili, uniti ad un buon avanzamento del personaggio (tramite punti acquisibili durante le battaglie) che aggirano un ostacolo perennemente presente. Si finisce spesso con il muovere le mani a caso, tentare di riportare gli arti del personaggio in una posizione normale, ci si mette in punta di piedi per guardarsi attorno e sfuggire al fastidiosissimo ostacolo visivo del corpo del character stupidamente piazzato troppo in alto. L’esperienza si salva solo se si accetta di crogiolarsi nell’approccio puramente casual, da soli o in compagnia di amici grazie alla modalità multiplayer: se si gioca senza pensare ad eccellere, in maniera leggera e senza curarsi troppo di bug e movimenti inconsulti, allora si riesce a spremere un po’ di divertimento. Per il resto (e lo dico con grande rammarico) Swords of Gargantua si rivela mediocre in termini di gameplay, appena ai limiti della sufficienza ma comunque ben lontano dall’ottimo gioco che avrebbe potuto essere.

Simone "Simon Belmont" Granata
Entrato nel castello di Dracula negli anni '80, non ne è più uscito e vaga per i saloni in 8-bit chiedendosi che fine abbiano fatto i bei videogiochi di una volta