La magia che non ti aspettavi!

Majkol

Spellbreak

Sviluppatore: Proletariat
Distributore: Proletariat
Formato: Digital
Localizzazione: Italiano
Versione Testata: PC
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Riuscire a proporre una formula realmente innovativa in un panorama consolidato come quello del genere Battle Royale non è esattamente cosa da niente. Se Epic Games è riuscita a creare un impero proprio grazie al successo senza precedenti di Fortnite malgrado non fosse nemmeno il primo esponente di questo popolarissimo genere, lo stesso non si può dire di altri noti esempi, come Radical Heights di Cliff Bleszinski (Gears of War) o Darwin Project dello studio indipendente Scavengers: entrambi progetti che sulla carta sembravano apportare sostanziose e interessanti innovazioni alla classica formula del “uno contro tutti”, ma che nella realtà dei fatti si sono trovati di fronte ad un quasi immediato disinteresse del grande pubblico.

Non importa, quindi, essere i primi o migliori, ma saper vendere la propria idea di battle royale al meglio delle proprie possibilità. In questo contesto piuttosto rischioso spunta Spellbreak di Proletariat, titolo free-to-play lanciato dopo anni di testing e closed beta su PlayStation 4, Xbox One, Nintendo Switch e PC tramite Epic Games Launcher. Qual è la storia? Forse la stessa raccontata da chi ormai ha dovuto chiudere i battenti, ma se non altro la prova su strada, chiave di gioco alla mano, è stata più che soddisfacente.

Spellbreak non fa l’errore di discostarsi troppo dal popolare modello inaugurato e perfezionato nel tempo da Fortnite, e permette a uno o a gruppi di giocatori fino ad un massimo di tre di cooperare per sopravvivere a una guerra senza esclusione di colpi. Togli l’estetica fumettosa di Fortnite e avvicinati a quella dei cartoon di studi d’animazione coreani come Studio Mir (The Legend of Korra), ripudia le armi da fuoco per abbracciare il misticismo del più classico carta-sasso-forbice rappresentato dalle magie elementali, e in grande sostanza ci si trova ancora una volta catapultati in una gigantesca mappa arena in cui l’unico o gli unici vincitori saranno quelli in grado di padroneggiare al meglio la coordinazione occhio-joypad. I riflessi, tuttavia, non sono l’unica arma a disposizione del giocatore: a differenza di tanti altri esponenti del genere, Spellbreak permette ai giocatori di scegliere una classe in cui specializzarsi, ognuna definita da uno specifico elemento. In questo modo, di partita in partita, è possibile sbloccare tre specializzazioni dagli effetti passivi che possono essere ulteriormente potenziate durante la partita, ricercando negli scrigni d’ordinanza rintracciabili in lungo e in largo sul campo di battaglia delle pergamene che risveglino le potenzialità latenti del proprio stregone.

Fin qui, direte, nulla di così eclatante, e forse l’idea di un gioco in cui il progresso del proprio personaggio lo porta a sbloccare effettivamente maggiori stili di gioco tradisce un po’ l’idea stessa di Battle Royale, giochi in cui la percezione del grande pubblico è quella di mettersi alla prova potendo contare tutti sui medesimi strumenti. Ebbene, Spellbreak fa un ulteriore passo in là, e una volta atterrati dopo la classica discesa dal cielo ci si deve preoccupare non solo di trovare il migliore equipaggiamento nel tempo minore possibile abbinandogli al contempo reliquie dalle abilità uniche, ma anche e soprattutto sfruttare appieno le possibilità offerte dall’incrociarsi dei sortilegi a propria disposizione.

Se è vero che il gioco ci permette di scegliere una classe elementale principale, è altrettanto interessante notare come il variare di una seconda magia possa in alcuni casi segnare una netta differenza durante la battaglia. Durante la mia prova sul campo mi sono concentrato nella piromanzia, l’arte del controllo delle magie di fuoco, e con mia grande sorpresa ho potuto appurare che le mie fiamme non solo infliggevano danni via via superiori a seconda del tempo che passava e che l’area calpestabile dell’arena si restringeva, ma che incrociando le mie capacità con quelle di altri guanti magici ritrovati durante le battaglie potevo creare situazioni da cui trarre vantaggio. Ad esempio, sfruttando le capacità di un guanto carico di magia velenosa ho potuto constatare che una palla di fumo velenoso, normalmente già letale, poteva essere incendiata e fatta brillare per arrivare a creare una gigantesca esplosione, e quindi un danno a zona che normalmente non avrei potuto infliggere senza la somma dei due elementi. In questo senso le combinazioni si rivelano piuttosto interessanti e spesso è proprio l’utilizzo in modo accorto di queste strategie ad aver decretato il vincitore durante gli scontri diretti nella mia fase di testing.

 

In Speallbreak, d’altronde, si svolazza in piena libertà da un punto all’altro della mappa potendo contare su un modello esplorativo che ci fa sentire in ogni momento come dei veri e propri e super eroi, allontanando la proverbiale lentezza di altri titoli battle royale come PUBG e tenendo l’attenzione del giocatore altissima malgrado la presenza di “solamente” una quarantina di giocatori per sessione.

Il gioco, in ogni caso, si dimostra estremamente competente pur lasciando il fianco scoperto a diverse critiche che parrebbero essere figlie del periodo successivo al recentissimo lancio: un matchmaking talvolta singhiozzante, un’interfaccia video probabilmente rivedibile (specie guadando alle icone che dovrebbero rendere immediatamente visibili i propri compagni di squadra sullo schermo) e un comparto estetico sicuramente diverso dai competitor, ma comunque non particolarmente originale. Il combat, fatto di scontri magici e avatar 3D svolazzanti, potrebbe scoraggiare inizialmente per la sua apparente complessità, ma ritengo che con il tempo e il rilascio di aggiornamenti atti a bilanciare al meglio la potenza di sortilegi e abilità passive, le cose non potranno che migliorare. Il vero punto di domanda rimane invece la risposta del pubblico, soprattutto in un gioco free-to-play fondato sull’economia di microtransazioni atte a far propri elementi del tutto estetici. Esattamente come Fortnite, Spellbreak non permette di creare il proprio avatar tridimensionale, ma solamente di scegliere delle skin preimpostate che nel momento in cui scrivo non si discostano poi tanto l’una dalle altre, finendo addirittura per proporre – a pagamento – dei pigri color-swap che ben poco hanno a che fare con i Mission Pass del gigante Epic Games e le sue collaborazioni con marchi come DC Comics e Marvel. Spellbreak sarà in grado di sopravvivere grazie al suo singolare gameplay?

Spellbreak è una promessa che necessita di una conferma: chi vuole davvero investire tempo, e soprattutto denaro in un gioco battle royale che, come tanti altri, potrebbe chiudere i battenti nell’immediato futuro? Senza un modello di guadagno che si discosti dalla vendita di costumi poco ispirati, il gioco di Proletariat riuscirà a convincere solamente facendo leva sulla bontà della propria idea? È tutto da vedere.

8

Majkol
C'è chi dice che nella sua stanzetta, dietro una mole spaventosa di fumetti d'epoca giapponesi, si celino misteri infiniti. Da sempre appassionato di videogame made in Japan e delle opere animate di Kunihiko Ikuhara, dategli un qualsiasi J-RPG e lo renderete un orsetto felice.