Ombre giapponesi

Project Zero: Maiden of Black Water

Sviluppatore: Koei Tecmo
Distributore: Koei Tecmo
Formato: Digital
Localizzazione: Inglese
Versione Testata: PS5
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Project Zero : La Prêtresse des Eaux Noires - [Edizione: Francia]

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Sotto il largo ombrello del genere “horror” ricadono generi estremamente differenti tra loro, spesso rappresentativi delle culture da cui vengono originati: negli slasher americani le armi e la violenza la fanno da padrone, mentre i temi della stregoneria sono indubbiamente preponderanti nella tradizione del vecchio continente. Nella terra del Sol Levante, invece, l’orrore si incarna tradizionalmente in storie di fantasmi e luoghi maledetti, con atmosfere malinconiche e subdole apparizioni di visi evanescenti, oltre ad elementi simbolici come campanelli, fiori rossi e farfalle, spesso associate agli shinigami – divinità della morte del nutritissimo pantheon shintoista.

Nonostante tale filone abbia goduto di un apprezzamento a livello globale (basti pensare al successo di The Ring all’inizio degli anni 2000), la maggior parte dei “giochi di paura” giunti fin noi dal Giappone tende a far uso di immaginari completamente differenti: Resident Evil, indubbiamente quello di maggior fama, si rifaceva almeno originariamente ai film di zombie di George Romero, mentre Silent Hill prende a piene mani dall’immaginario dei lavori di David Lynch.

Forte del successo in patria del film “Ringu”, però, nel remoto 2001 Tecmo (oggi Koei-Tecmo) decise di creare una saga videoludica basata proprio sugli archetipi del terrore orientale dando vita a Project Zero, un titolo per Playstation 2 incentrato sulla presenza di spiriti e sull’utilizzo di una speciale macchina fotografica in grado di esorcizzarli.

A distanza di vent’anni, dopo una tribolata serie di successi e fallimenti che ha portato la serie ad essere accantonata e riportata in vita più volte, Koei Tecmo ha deciso di provare a riproporre in una versione riveduta e migliorata Project Zero: Maiden of Black Water, quinto e finora ultimo capitolo della saga, originariamente pubblicato nel 2014 esclusivamente su WiiU (e di cui avevamo già proposto una recensione in passato, con un giudizio diviso tra l’opinione positiva di Simone Granata e quella meno entusiasta del nostro Majkol Robuschi).

Acque reflue

Leggenda vuole che chiunque decida di togliersi la vita sul Monte Hikami trovi la pace eterna, e solitamente chiunque vi si avventuri durante la notte non fa più ritorno. Per Yuri e Hisoka, rispettivamente commessa e proprietaria di un negozio di antiquariato, la leggenda della montagna rappresenta molto più che una storia di fantasia con cui spaventare i bambini: dopo un tentato suicidio sventato proprio da Hisoka, Yuri ha dimostrato di avere potentissimi doti da sensitiva, rivelandosi in grado di “sentire” le presenze spettrali che infestano la montagna e di percepire la storia di un oggetto semplicemente toccandolo. Hisoka al contrario è in possesso dell’artefatto per ecellenza nella serie Project Zero, la Camera Obscura, una fotocamera in grado di mostrare i fantasmi e danneggiarli con ogni immagine scattata fino ad esorcizzarli completamente. Proprio in virtù della loro affinità con il soprannaturale, le due ragazze vengono spesso ingaggiate da persone disperate i cui familiari hanno intrapreso le perigliose vie della montagna dei suicidi, avventurandosi nelle profondità del bosco per tentare di portare in salvo i poveri sventurati prima che l’influenza degli spiriti irrequieti li porti al suicidio.

Dopo una breve fase di tutorial che vede le due protagoniste avventurarsi insieme in un edificio abbandonato, l’avventura prende immediatamente una piega preoccupante quando l’inesperta Yuri, mossa a pietà da una cliente disperata, decide di avventurarsi in solitaria (e in notturna) sulle pendici del Monte Hikami. Nel corso dei quattordici capitoli che compongono la storia di Project Zero: Maiden of Blackwater a Yuri si aggiungono Ren, uno scrittore ossessionato dall’occulto, e Miu, la più giovane delle potenziali vittime della maledizione. La premessa narrativa relativamente semplice si dipana in un intreccio arzigogolato fatto di taboo e abusi, e incentrato sulla misteriosa presenza della titolare Dama delle Acque Nere, un’entità spirituale legata a doppio filo alle acque maledette che sgorgano da ogni punto della montagna. A rendere particolarmente spaventose le disavventure delle protagoniste tra le strette stradine di montagna e i claustrofobici corridoi di antiche case giapponesi è, a sorpresa, l’impianto di gameplay del gioco, che unisce controlli “da carro armato” con visuale alle spalle (personaggi che roteano facendo perno su loro stessi, in maniera non dissimile da quanto visto nei succitati Silent Hill e nei vecchi Resident Evil) e una modalità di “sparo” in prima persona originariamente pensata per il “paddone” del WiiU e ora riadattata per il giroscopio del DualSense Ps5 o un mix di levette analogiche e tasti dorsali in caso si prendesse la (saggia) decisione di disattivare il motion control.

Nonostante entrambi i sistemi siano rodatissimi classici della saga, in Project Zero: Maiden of Black Water la formula funziona particolarmente male, in parte perché il design degli ambienti (da rivisitare a oltranza con ogni personaggio giocabile) è particolarmente labirintico e sfortunato, e in parte perché nella conversione a un framerate maggiore (su PS5 il gioco ha una risoluzione in 4K e viaggia sui 60 frame al secondo piuttosto stabili) il tempo di risposta dei controlli è stato ridotto, con protagoniste che girano su loro stesse come trottole impazzite e una telecamera che non riesce a seguirne agevolmente i movimenti. L’utilizzo della Camera Obscura come mezzo da esorcismo, da sempre vera e propria colonna portante dell’intera serie, è meccanicamente competente, ma la necessità di avvicinarsi il più possibile al bersaglio per infliggere maggiori danni, unita alla sovrabbondanza di strumenti curativi, riduce il livello di tensione del gioco a livelli prossimi allo zero. Ci si ritrova nell’assurda condizione di voler correre incontro ai fantasmi per scattargli una serie di letali primi piani piuttosto che allontanarsi in cerca di una relativa sicurezza.

A peggiorare le cose, almeno in termini della “resa” emotiva, sono numerose scelte di design che sembrano travisare gli elementi che portarono i titoli precedenti della saga a diventare classici di culto. La delicata e diafana bellezza delle protagoniste è un elemento importante, presente fin dai primi capitoli del gioco e pensato per dare al giocatore un senso di fragilità e un desiderio di protezione – in Maiden of Blackwater questo elemento viene portato all’eccesso, con un attenzione quasi feticistica verso le trasparenze dei vestiti bagnati delle protagoniste e con la presenza di numerosissimi nemici che presentano fattezze femminili piacenti e scollature vertiginose che mal si addicono al tono macabro che si vorrebbe rappresentare. Tra i tanti elementi “annacquati” rispetto ai blasonati titoli precedenti c’è proprio la varietà e la “spaventosità” del design dei fantasmi: laddove Project Zero 2: Crimson Butterfly presentava una varietà di yokai e di apparizioni snervanti apparentemente infinita e ricca di riferimenti alle morti violente subite dagli spiriti, questo capitolo presenta spiriti dalle fattezze piuttosto anonime. Perfino le “apparizioni” momentanee pensate per essere fotografate rapidamente in modo da guadagnare punteggio per potenziare la fotocamera, sono incredibilmente innocue rispetto alle fantasmagoriche visioni dei titoli passati.

giallo

Project Zero: Maiden of Black Water era senza dubbio il peggiore dei titoli principali della saga a cui appartiene e, nonostante un lavoro di ammodernamento tecnico piuttosto riuscito, ripresenta gran parte delle sue limitazioni anche nella sua incarnazione moderna – specialmente per quanto riguarda la scarsità di località esplorabili, la ripetitività della trama e la sensazione che gli elementi orrorifici siano stati alleggeriti per tentare di ampliare l’appeal del titolo. Nonostante i tanti elementi negativi, però, resta un buon rappresentate videoludico del terrore in salsa giapponese in grado di regalare più di una soddisfazione ai fanatici del genere.

Good

  • Buon lavoro di ammodernamento per fluidità e risoluzione.
  • Atmosfere affascinanti.
  • Una quantità smodata di costumi sbloccabili.

Bad

  • Elemento “pauroso” ai minimi sindacali.
  • Ambienti riutilizzati fino all'esasperazione.
  • Caratterizzazione dei personaggi quasi assente.
6

A differenza degli altri mammiferi, non è capace di mantenere la temperatura corporea costante: a causa di questa caratteristica, che lo rende simile ai rettili, il recensore vive tra console accese e schede video surriscaldate per tutto l'anno. La sua caratteristica lentezza lo rende la preda perfetta per il Caporedattore Horribilis. Abbandona il suo nido di cavi e controller solo occasionalmente, per nutrirsi e leggere e scrivere storie di fantascienza.