"Sei sempre attaccato ai videogiochi?"

Simone "Simon Belmont" Granata

Pixel Ripped 1995

Sviluppatore: Arvore Immersive Experiences, LLC
Distributore: Arvore Immersive Experiences, LLC
Formato: Digital
Localizzazione: Inglese
Versione Testata: PS4
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Poco da fare, viviamo in un’epoca di revival: un periodo di passaggio, se vogliamo, durante il quale si tenta di riscoprire i vecchi fasti dell’industria videoludica anche quando siamo entrati con tutte le scarpe nella cosiddetta next gen. I giocatori della prima ora (quelli che hanno 40 anni, per intenderci) sentono comunque il proprio “mondo” sempre più lontano e, sempre più spesso, si rifugiano nei ricordi: non è strano imbattersi in veterani che si attaccano a titoli dell’era 8-16-32 bit rifuggendo scientemente quanto offerto dalla modernità. È proprio a questi specifici soggetti che si indirizza l’opera del team Arvore Immersive Experiences qui esaminata: Pixel Ripped 1995 prosegue infatti nel filone referenziale/nostalgico del predecessore Pixel Ripped 1989, teletrasportando il giocatore al centro di uno snodo molto importante nella storia del medium: il periodo di transizione tra i 16 ed i 32 bit. Revanscismi a parte, si tratta di un buon prodotto?Pixel Ripped 1995

Il setting è quanto di più semplice possa immaginare chiunque abbia più di 30 anni: console d’epoca, madre assillante che continua a chiedersi “perché mio figlio passa ore davanti a quel coso invece di uscire con gli amici?” e coetanei il cui comportamento oscilla tra il divertito ed il sarcastico. Niente di nuovo, insomma, per chi è stato bambino a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Erano tempi in cui il videogioco, pur già onnipresente o quasi nel quotidiano di quella generazione, era comunque percepito come un hobby da “strambi”, da osservare con sospetto e sorpresa tanto ti alienava e ti allontanava dalle amicizie e dalla “vita vera”. Non era forse così? Certamente si. E accade ancora? Ni.
Il principale problema del titolo targato Arvore sta proprio in questo concept: i videogiochi ormai sono un’industria planetaria, enorme, generalmente accettata e/o tollerata proprio per i numeri che fa. Ci sono attori famosi che partecipano a produzioni videoludiche, ci sono valanghe di soldi, ci sono fiere ed eventi, c’è il multiplayer online. Paradossalmente i videogiochi sono ora uno dei sistemi con i quali è più facile fare conoscenze anche a distanza, in tempi di pandemia. Proprio per questo motivo la cornice narrativa dell’avventura in VR di Pixel Ripped 1995, con i suoi cliché ripetuti all’infinito, diventa rapidamente fastidiosa anche volendo immaginare un’ambientazione perfettamente rispondente a quanto accadeva a metà degli anni ‘90. Sentire nel 2021 una madre che parla al telefono e discute con un’amica del fatto che “i videogiochi fanno diventare ciechi” (sic!) oppure la stessa madre che ti invita ad uscire di casa perché i videogiochi sono “un insieme di lucine e rumori fastidiosi” suona oggi decisamente straniante persino per chi (come il sottoscritto) ha vissuto appieno quegli anni difficili, quando i videogiochi sembravano rappresentare una sicura condanna di ostracismo da parte di amici e potenziali fidanzatine.Pixel Ripped 1995

Considerato che la narrazione, colonna portante dell’esperienza, si districa entro un mare appiccicoso di citazionismi, riferimenti e (come già detto) ad un concept ormai fuori dal tempo, tutto il resto risulta meno piacevole e godibile per un giocatore contemporaneo. Paradossalmente gli sviluppatori avrebbero fatto meglio a concentrare le loro energie nella produzione di una collection di videogiochi in stile retro e consegnarli come prodotto a se stante. Infatti il miglior pregio di Pixel Ripped 1995 sta proprio nei titoli presenti all’interno della simulazione in VR. Tendenzialmente creati per strizzare l’occhio ai classici dell’epoca 16-32 bit, questi minigiochi si rivelano comunque divertenti nella loro semplicità e assai ben studiati nel gameplay e nella struttura. Puntualmente, però, il divertimento viene compromesso dalla necessità di relazionarsi con la narrazione sopra descritta: ci si ritroverà quindi a dover interrompere la partita per gestire i dialoghi con la madre irritante o con gli altri ragazzini. Per carità, sul piano simulativo l’idea di inserire la componente retroludica all’interno di una simulazione VR sicuramente denota un approccio creativo da parte del team di sviluppo – come del resto già con Pixel Ripped 1989 – ma allo stesso tempo denota anche una certa ingenuità nel pensare che tutto questo accrocchio potesse funzionare adeguatamente sul piano pratico. Il sistema di controllo si divide oltretutto fra telecomandi motion per gestire i movimenti delle mani e joypad per le sezioni di gioco su TV/arcade, cosicché si viene costretti costantemente a cambiare metodo di input, con risultati non poco irritanti sul lungo periodo.

A livello tecnico Pixel Ripped 1995 è giudicabile, ovviamente, con due parametri differenti. Lo stile grafico e sonoro delle sezioni VR interattive è poco incisivo e ricorda alcuni film d’animazione in 3D di metà 2000: personaggi non propriamente espressivi, animazioni legnose e per nulla accattivanti. Per quanto riguarda invece le sezioni di mini-gioco la qualità si alza notevolmente e regala ottime sensazioni. Insomma, un videogioco a metà, che certo si fonda su una buona idea senza riuscire a svilupparla in modo intrigante. Il nostalgismo stucchevole sfocia troppo spesso nel fastidio, seppure la qualità dei minigiochi consenta a Arvore Immersive Experiences di portare a casa un risultato almeno sufficiente.

Simone "Simon Belmont" Granata
Entrato nel castello di Dracula negli anni '80, non ne è più uscito e vaga per i saloni in 8-bit chiedendosi che fine abbiano fatto i bei videogiochi di una volta