"Ma quindi 'sto Greedfall?"

Ilya Muromets

Greedfall

Sviluppatore: Spiders
Publisher: Focus Home Interactive
Genere: RPG
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 18+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PS4
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Quando si parla di un RPG Spiders, e nello specifico di questo Greedfall da poco pubblicato, è d’uopo sfatare immediatamente alcuni dei topoi più menzogneri che popolano le recensioni da parte della presunta critica professionale. Uno dei peggiori, e senz’altro il più ingeneroso, è quello che accomuna la longeva software house francese alla connazionale Cyanide, e che descrive entrambe le realtà come eterne inseguitrici del successo delle big del settore, nonché latrici di potenzialità costantemente frustrate, più che dalle oggettive limitatezze del budget, dal fatto di “non essere abbastanza”. Da ormai quasi dieci anni le recensioni dei videogiochi Spiders e Cyanide sono caratterizzate al 90% da un’irritante arietta di paternalismo sorridente misto a mielosa condiscendenza, del genere “che simpatici, ci hanno provato, ma ora lasciassero fare agli adulti, che è meglio”. Eppure, una volta liberatisi dai condizionamenti dei brand, da un virale nostalgismo che induce a ritenere che Bioware sia rimasta sempre quella di Baldur’s Gate, e, soprattutto, dalle lusinghe e dagli omaggi ghignanti di publisher e PR vari, sarebbe ben facile rendersi conto dello stato effettivo delle cose.

Senza inerpicarci su fastidiose considerazioni di nicchia – facendo notare, per esempio, come il grullo e liquoroso Child of Light di Ubisoft (2014), accolto dalla critica come una sorta di vivificante Beatrice dantesca, sia a conti fatti un grazioso plagio di Faery: Legends of Avalon di Spiders (2011) – limitiamoci a qualche domanda mainstream per testare le acque. Of Orcs and Men è un gioco peggiore, che so, di un Dragon Age 2? È meglio morire di ricotta scrotale in Dragon Age: Inquisition oppure tollerare il pur zoppicante gameplay di Bound by Flames per godersi le sue atmosfere malinconiche e fangose? Il sistema di combattimento di Mars: War Logs fa seriamente così schifo da dovergli anteporre le mazzate al vento dell’ennesima, esclusivissima riedizione di Skyrim per lavatrice Candy? Preferite davvero tollerare la cretineria collegiale di Mass Effect: Andromeda, il plasticoso nulla di Anthem o il superficiale e bamboleggiante Fallout 4 all’onestà artigianale di Technomancer?

LA CRISI DEL GIOCO DI RUOLO AAA

Proviamo ora un approccio alternativo al problema: in che condizioni si trovano, al momento, le big del settore videoruolistico? Come in un ristorante cinese scadente in cui tutto sa di glutammato monosodico, Bethesda ci propina il medesimo gioco dai tempi di Oblivion e Fallout 3, ed eravamo nel 2006 e nel 2008, in sostanza il Precambriano superiore. Sopravvalutata fino all’inverosimile grazie al revanscista Dragon Age: Origins (ne parleremo in un’altra occasione) e vampirizzata dalla malvagissima EA, Bioware ormai pubblica videogiochi solo perché non può fare a meno di farlo: la vedremo esalare un ultimo respiro di sollievo al momento della chiusura, e saremo contenti per lei.

Resta poi da affrontare l’elefante nella stanza, ed è inutile nascondersi dietro a un dito. Dalla primavera del 2015 The Witcher III: Wild Hunt ha letteralmente lasciato il deserto attorno a sé, infliggendo una cesura nettissima all’intera storia del genere di riferimento. Ma sia chiaro questo concetto: il terzo episodio della saga dello strigo, capolavoro indiscutibile, non è stato in nessun modo un titolo propositivo, quanto retrospettivo: ha segnato il punto di non ritorno di una tradizione videoruolistica specifica, quella che tenta di mettere in scena una storyline personale agita da un protagonista specifico al di sopra di un palcoscenico “sociale”. Attraverso strategie testuali e atmosferiche, nonché grazie a una buona dose di prestigiazione, CD Projekt è riuscita nell’intento di ottenere il massimo risultato possibile da questa tradizione, tanto che i difetti riconosciuti in The Witcher III sono esclusivamente quelli rispondenti ai residui vestigiali della tradizione stessa. In altre parole, The Witcher III  si può superare solo distruggendone l’intera formula, impresa assai ardua che ci auguriamo possa riuscire con l’avvento della prossima generazione – da Cyberpunk 2077? Forse.

Nel frattempo, mentre i maggiori concorrenti sono rimasti impantanati nelle proprie stesse pastoie di gloria – e mentre Obsidian e derivati si sono limitate a praticare necrofili onanismi sine eiaculatione con i vari Pillars of Eternity, Tyranny, e mestizia relativa – la parola è passata agli outsider, alle realtà alternative più o meno indipendenti e dalla storia più o meno gloriosa, cimentatesi in prodotti più (la saga di Divinity: Original Sin) o meno (Vampyr) riusciti. Ah, già, dimenticavamo Kingdom Come: Deliverance, ma suvvia, non scherziamo.

In questo contesto, e in particolare in riferimento a The Witcher III, fa abbastanza sorridere il fatto che molti dei commenti ricevuti da Greedfall – invero leggermente più generosi del consueto, e ci fa piacere – interpretino il nuovo gioco Spiders alla stregua di simpatico intermezzo, una specie di trascurabile sorbettino al limone da ingurgitare distrattamente mentre si attende il piatto forte a un matrimonio in provincia. D’altra parte, come potrebbe essere altrimenti? Spiders non fa affidamento su un battaglione pubblicitario da major, la sua rilevanza sui social è modesta, non appare sui palcoscenici che contano circondata dalla gggente gggiusta, la stessa esistenza di Greedfall è sconosciuta ai più. E poi, naturalmente, agli occhi del popolo bue e della critica imperatrice è difficile nascondere le drammaticissime falle tecnico-estetiche, quelle che rendono impossibile resistere alla tentazione di indulgere sulle usuali considerazioni del tipo “vorrei-ma-non-posso”. E sì, il motore grafico è vecchiotto, gli asset si ripetono, le animazioni facciali sono legnose, le texture non rispondono ai requisiti di risoluzione dell’hardware della NASA. Imperdonabile nevvero.

Mettiamola così. Alla Spiders non sono certo stupidi, differentemente delle ciarlatane eminenze grigie di Bethesda e Bioware capiscono benissimo da soli che, a meno di miracoli, di The Witcher III non si potrebbe che produrre un’imitazione scolorita. Meglio piuttosto guardare al suo predecessore, il secondo episodio della saga, rinunciare a ogni effettiva velleità da massive open world e lavorare con i mezzi a propria disposizione per ottenere un prodotto dalla formula senza dubbio vintage, ma dotato di una caratteristica che è diventata merce rarissima per la concorrenza: un’identità propria. L’epopea fantasy-coloniale che vede come protagonista il giovane e ambizioso De Sardet, rampollo di una dinastia di potenti mercanti, presenta infatti un’articolazione tale da sfuggire al rischio di rimandi troppo immediati, e la direzione artistica, dalle tavolozze autunnali e fiamminghe, contribuisce a restituire un’atmosfera sufficientemente distintiva. Si attinge certamente a piene mani agli stereotipi e alle semplificazioni del genere, e alcune soluzioni raggiunte soprattutto in merito allo spinoso tema del colonialismo potranno infastidire le frange di certo giornalismo “consapevole” (è accaduto soprattutto negli Stati Uniti, proprio quelli che sul medesimo argomento hanno regalato al mondo prodigiosi approfondimenti etico-filosofici come Pocahontas e Avatar). Eppure, a scapito dell’impossibile risoluzione mediatica del conflitto natura-VS-tecnologia, è un dato di fatto che Greedfall riesca a trascinare con sé il fruitore fin quasi alla fine dell’avventura senza mai rivelargli un reale antagonista, lavorando sulla spessa cortina di fumo rappresentata dalle numerose fazioni coinvolte nel mondo di gioco. Non un’impresa da poco.

Senza star qui a spigolare su texture e controlli come una rivista italiana qualsiasi, tiriamo al volo le somme: se mettiamo da parte i brillantissimi risultati di Larian, al momento l’RPG occidentale “dei nomi che contano” si trova di fronte a una specie di muro di nebbia. The Witcher III è insuperabile, Bioware e Bethesda producono spazzatura rancida che ormai nemmeno la glassa zuccherina del giornalismo prezzolato e genuflesso riesce più a ricoprire, la nuova generazione è ancora di là dal venire. Esattamente, per che cosa Greedfall rappresenterebbe un “intermezzo”? Per una specie di ipostasi proveniente dal futuro, un “gioco di ruolo ideale” che deve apparire necessariamente AAA pur contando su una frazione del budget? Ma facciamola finita: Greedfall è un onestissimo RPG d’azione, intelligentemente prodotto da una squadra di sviluppatori dotati di mezzi modesti, ma che sanno fare il loro mestiere. Confidiamo nel fatto che riusciate a tollerare la sua natura antiquariale e godervi i suoi non trascurabili pregi. Se siete sopravvissuti a porcherie tipo Mass Effect: Andromeda, sopporterete anche due o tre pop-up sullo sfondo.

 

 

 

 

Dove posso acquistarlo?

PS Store

XBOX MARKETPLACE

Humble Bundle

Siete interessati agli RPG d’azione in terza persona e pensate di poter resistere al fatto che Greedfall non è The Witcher III e che non ha sulla copertina il logo Bethesda o Bioware? Riuscireste a sopportare difetti gravissimissimi (ommioddio!) quali l’assenza di salto, l’erba che non si sposta al vostro passaggio o la mancanza di una fisica degli oggetti? Acquistate pure il gioco, e divertitevi. In caso contrario, forse state visitando il sito sbagliato.

verde

Good

  • Ambientazione originale per il genere.
  • Storia interessante.
  • Direzione artistica piacevole.

Bad

  • È un titolo a basso budget, sapete cosa aspettarvi.
8

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.