Di tutto un po’ #01: A Plague Tale, The Sinking City, Blasphemous

Di tutto un po’ #01: A Plague Tale, The Sinking City, Blasphemous

Sono stati mesi particolarmente intensi qui dalle parti di GeekGamer, e per svariati motivi. A titolo personale, complici due trasferimenti all’estero in stretta sequenza temporale, nonché la naturale fase di assestamento che ne consegue, non c’è stato letteralmente modo di dedicarmi in modo continuativo ai videogiochi – fatta salva qualche occasionale partita a Magic the Gathering: Arena, di cui dovremmo discutere. La disponibilità di un solo laptop mi impedisce per il momento di accedere a pubblicazioni recenti quali The Outer Worlds di Obsidian (sul quale comunque nutro alcune perplessità) e l’accumularsi di arretrati ancora da valutare mi rende impossibile restare al passo con le ultime uscite. In attesa di poter riprendere a pieno ritmo le attività, ho ritenuto giusto buttar giù qualche riga di approfondimento critico su alcuni dei succitati arretrati, ai quali sarebbe ormai piuttosto inutile dedicare recensioni estese considerato che si tratta di giochi presenti sul mercato da svariate settimane. Ma i nostri ventiquattro lettori, che sappiamo essere poco inclini alla corsa alle ultime uscite e alle follie da Metacritic, potrebbero nutrire qualche interesse a recuperare (o tralasciare) prodotti che hanno nel bene e nel male fatto parlare di sé negli scorsi mesi. E chissà che questa non possa diventare una rubrica fissa… sempre che ci si riesca a liberare da quella piaga venefica di Death Stranding, che immagino durerà svariati mesi.

A plague tale

A plague tale

Amicia e Hugo

Ai tempi dei primi trailer di presentazione, A Plague Tale: Innocence aveva colpito il pubblico soprattutto per la trovata stupefacente delle spaventose masse di ratti che invadevano i vari spazi di gioco e dalle quali i due protagonisti, l’adolescente Amicia e il fratellino Hugo, erano chiamati a salvarsi. Una volta completato il titolo, bisogna riconoscere che le premesse “atmosferiche” della campagna pubblicitaria appaiono pienamente mantenute, sebbene la componente soprannaturale risulti assai più accentuata rispetto alle prime impressioni. La Provenza messa in scena da Asobo Studio risulta infatti più simile alla proiezione fantasy-horror di un romanzo gotico ottocentesco che al risultato di una variazione storica del fenomeno della peste nera di metà ‘300, e per alcuni aspetti va benissimo così: una visione scientificamente più accurata avrebbe infatti compromesso la fragile linea narrativa genere “Goonies medievali”, nella quale i giovanissimi sono tutti scaltri e pieni di risorse e affrontano con coraggio una lotta impari contro un universo adulto irreparabilmente cinico e malvagio. Le meccaniche di gioco sono, a conti fatti, altrettanto leggere: si tratta uno stealth blando concepito per una tipologia di fruitori che preferiscono concentrarsi sui risvolti atmosferici ed emotivi del videogioco piuttosto che sullo spessore del gameplay. Rispetto a insopportabili sbrodoloni pseudo-psico-filosofici come Hellblade: Senua’s Sacrifice, però, A Plague Tale ha il merito di non cadere nella trappola intellettualistica e di restare nel recinto sicuro della letteratura di genere, puntando tutto sulla sapienza artigianale dei suoi effetti speciali, un po’ alla Mario Bava se vogliamo. Le ambientazioni sono teatrali e drammatiche, piene di contrasti cromatici e cadaveri in controluce, e i rovesci improvvisi di orribili ratti neri contribuiscono ad accrescere il pathos generale. Non è un prodotto indispensabile, ma offre senza dubbio un buon intermezzo di intrattenimento.

The sinking city

Sul piano delle atmosfere ho trovato invece assai deludente The Sinking City, ennesimo polpettone che vorrebbe veicolare tematiche lovecraftiane mettendo insieme in modo maldestro spicchi di gameplay tratti di peso da generi diversi, e più o meno tutti vetusti. Nella fatica di Frogwares c’è tanto, troppo delle avventura grafiche dei primi anni 2000 – per intenderci, quelle infestate da fazzoletti smarriti con iniziali e frammenti di lettere insanguinate ovunque – qui trasposte all’interno di uno spazio open world sorprendentemente vasto ma altrettanto scarno e raffazzonato, anche a causa di una caratura tecnica al limite del disastro. Eppure, alcune idee risulterebbero assai buone sulla carta: per esempio, il fatto che The Sinking City intenda proporsi come un’esperienza di esplorazione reale e che dunque si rifiuti di accompagnare per mano il giocatore con espedienti metanarrativi quali segnalini o freccette.

The sinking city

I personaggi del gioco sono più o meno tutti così…

Peccato che la storia che vede come protagonista l’investigatore Charles W. Reed non decolli nemmeno a prenderla a calci, complice un’ambientazione che commette l’errore di rovesciare immediatamente tutto in faccia al giocatore. In The Sinking City, infatti, non c’è nulla della sottigliezza “in crescendo” dell’horror di Lovecraft, che emerge gradualmente e inesorabilmente da contesti di sorprendente normalità; al contrario, sin dalle prime battute ci si trova catapultati in una città invasa da alghe e tentacoli, nella quale deformità e vizio sono tanto visibili da rientrare nella categoria del banale. Una volta abituatici all’idea che i cittadini di Oakland sono uomini-scimmia o donne con la bocca cucita dal fil di ferro, che cos’altro potrebbe spaventarci? Combattimenti e alberi delle abilità, appiccicati a forza su una struttura di genere prettamente investigativo che non avrebbe certo avuto bisogno di altri orpelli, rendono The Sinking City curiosamente vicino a quel fallimentare Vampyr che avevamo avuto occasione di recensire su queste pagine tempo fa. In entrambi i casi, si tratta di prodotti da provare solo nel caso possiate usufruire di forti sconti.

Qui su Geekgamer siamo più o meno quasi tutti del parere che l’eredità della saga di Dark Souls abbia procurato un buon numero di danni sia alla comunità dei videogiocatori – in particolare attraverso la legittimazione della sacra scuola del cazzolunghismo anche presso il pubblico più colto e insospettabile – sia a quella degli sviluppatori, che da un certo punto in avanti si sono sentiti in dovere di fornirci la propria personale versione di una concezione ludica frustrante e distorta con il solo scopo di farci sentire più maturi e genitalmente dotati. Se si riesce ad andare oltre l’evidente patina miyazakiana del suo gameplay (anche basta, grazie) Blasphemous appare come un metroidvania dotato di qualche pregio. Il primo, e certamente il maggiore, risiede nell’ispirazione artistica che lo pervade, e che ha contribuito a fargli guadagnare il favore immediato degli appassionati: gli artisti spagnoli di The Game Kitchen hanno attinto infatti a piene mani dallo sterminato immaginario body-horror del Cristianesimo cattolico, ben familiare agli italiani a causa della nostra naturale dimestichezza con cuori sanguinanti, corone di spine, truculenti smembramenti di bambini e interiora di santi esposte entro elaborati reliquiari. BlasphemousIl barocchismo ostentato di Blasphemous ha anche il merito di introdurre un’originale ed evidentissima componente erotica, tipica della religiosità sudeuropea e del tutto assente nelle più nordiche e sterilizzate atmosfere che caratterizzavano i vari Souls. Di fronte a una realizzazione cosmetica sicuramente d’impatto, il titolo di The Game Kitchen soffre tuttavia di un’atavica mancanza di rifinitura sul piano della giocabilità, dovuta non solo a problemi di ordine tecnico (vedi i bug nelle hitbox dei boss) ma forse anche dall’eccessiva dipendenza dal modello soulsiano, che tuttavia appartiene a un genere ludicamente molto diverso da quello a cui Blasphemous vuole rimandare. La “scorrettezza” di alcune soluzioni – come la telecamera posizionata in modo che il giocatore non possa vedere posizione e distanza delle superfici sottostanti – mal si adatta a quello che dovrebbe restare un platform, e che invece si tramuta spesso in una frustrante sequenza di salti della fede e ricaricamenti. Un vero peccato, perché le premesse per un prodotto memorabile c’erano tutte. In questo stato, resta un gioco consigliabile solo se si è davvero appassionati.

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.