Un’elegante contraffazione da maneggiare con cautela

Ilya Muromets

Wonder Boy: The Dragon’s Trap

Sviluppatore: Lizardcube
Publisher: DotEmu
Genere: Platform 2D
Disponibile: Digital
PEGI: 3+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PC
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Nell’Inghilterra a cavallo tra Settecento e Ottocento la scultura d’età greco-romana era assai popolare. Collezionisti e direttori di musei facevano a gara per accaparrarsi i pezzi più prestigiosi, e la crescita esponenziale della richiesta finì naturalmente per alimentare un fiorente mercato di contraffazioni.

Sull’onda della moda imperante, intorno al 1770 l’aristocratico inglese Charles Tomwley acquistò a Napoli un meraviglioso busto di marmo bianco raffigurante la ninfa Clizia, abbigliata con una leggerissima tunica trasparente che le scopre le spalle. L’opera venne magnificata come uno dei maggiori capolavori della scultura romana, e come tale venne acquistata nientepopodimeno dal British Museum, che le riservò un posto d’onore nella sua sala centrale. Solo dopo parecchi anni ci si rese conto che il povero Tomwley era caduto vittima di una crudele trappola. A un’analisi più accurata, infatti, la bella Clizia rivelava tutti i segni tipici di una lavorazione molto recente, probabilmente di poco anteriore alla data dell’acquisto, e non poteva assolutamente essere considerata come un pezzo d’età classica. Un abilissimo falsario, dunque, era riuscito ad ingannare persino gli autorevoli esperti del British Museum. La sorpresa fu però duplice quando ci si accorse che tale falsario aveva effettivamente elaborato la sua creazione a partire da un’autentica scultura romana: si trattava infatti di un ritratto di una castissima dama d’epoca imperiale – in origine vestita in modo molto pudico – la quale era stata semplicemente rilavorata e trasformata in un’ammiccante “Clizia” per renderla più vicina al gusto dei contemporanei.

Una volta smascherato l’artificio, si presentò tuttavia un problema ulteriore: gli specialisti del British Museum si trovavano fra le mani un oggetto la cui identità storica risultava di difficilissima definizione. La “Clizia” doveva infatti essere considerata un’opera d’arte antica, oppure moderna? Un pezzo genuino oppure un clamoroso falso? Esporla come fosse un busto romano avrebbe rappresentato una truffa nei confronti dei visitatori. Relegarla nei magazzini, tuttavia, sarebbe stato altrettanto sbagliato, perché in fin dei conti quella era a tutti gli effetti un busto romano… insomma, la natura “ibrida” della Clizia faceva sì che essa sfuggisse a qualsiasi tentativo di classificazione. E la rendeva, se possibile, ancora più ambigua e pericolosa.

UN GIOVANE ANZIANO

Per intenderci: era così.

Avete resistito fin qui? Congratulazioni! Siete appena stati omaggiati di un nuovo aneddoto erudito per stupire gli amici, e vi siete guadagnati un commento del sottoscritto su Wonder Boy: The Dragon’s Trap, il remaster/remake – vedi sotto – targato Lizardcube che ha davvero molti punti in comune con la seducente “Clizia” del British Museum. Anche in questo caso siamo cioè di fronte a un’opera dalle origini decisamente arcaiche (si tratta infatti di quel Wonder Boy III pubblicato nel 1989 per Sega Master System) rilavorata minuziosamente in punta di pennello e rivestita di un’aggiornatissima veste grafica e sonora allo scopo di raggiungere in piena forma gli scaffali virtuali del XXI secolo.

Come per la Clizia, inoltre, anche per questo nuovo Wonder Boy risulta assai difficile giudicare l’identità “di genere” della merce che si sta vendendo. Non si può infatti parlare di un remaster in senso tradizionale, giacché Lizardcube non si è limitata ad applicare qualche filtro o a migliorare la risoluzione, ma ha letteralmente rivoluzionato la facies esteriore del gioco con sprite, sfondi e arrangiamenti musicali nuovi di zecca e di eccezionale qualità. Allo stesso tempo, però, definire Wonder Boy come un remake risulterebbe senza dubbio fuorviante, visto che lo scheletro ludico del titolo è rimasto esattamente identico a quello di trent’anni fa, al punto che è possibile rimuovere con un solo colpo di pad la deliziosa “glassa” del 2017 per rivelare i pixelloni fluorescenti dell’opera primigenia. E qui salta fuori il vero problema.

Infatti, al netto degli innegabili primati storici e dell’importanza che ebbe ai suoi tempi, il Wonder Boy originale è un gioco invecchiato male, e chiunque vi racconti il contrario è rimasto semplicemente affumicato dalle nebbie insidiose della nostalgia – oppure vi sta mentendo, fate voi. Più simile a un puzzle trial and error che a un vero e proprio platform, Wonder Boy propone un gameplay basato esclusivamente sulla memoria muscolare, nel quale la mobilità del personaggio giocante è ostacolata da una responsività rallentata e da una scarsissima reattività nei cambi di direzione. Ciò che serve, insomma, è imparare a menadito la composizione di ciascun “quadro” ed effettuare l’azione corretta al momento giusto, pena una subitanea sconfitta – e il conseguente ritorno  all’inizio del livello. Il trasporto forzoso di cotale gameplay nel mondo contemporaneo ha implicato l’inevitabile conservazione di parecchie farraginosità, purtroppo non facilmente risolvibili perché marchiate a fuoco nella polpa stessa del sistema di gioco, come fossero organi vestigiali di una specie ormai estinta: la mancata stabilità negli atterraggi, il salto ancorato a traiettorie fisse (lo si nota soprattutto nelle sequenze di gradini singoli), la “rottura” del ritmo dei proiettili avversari nel momento in cui se ne intercetta uno, il fastidioso freezing del protagonista subito dopo l’impatto con un nemico, e così via.

Esattamente come nel recente Crash N Sane Trilogy, anche questo remaster/remake conta su un personaggio giocabile di sesso femminile. Ah, i tempi sono proprio cambiati!

Se a tutto ciò si combina un level design molto elementare e l’ostinata ripetitività dei boss, dal punto di vista puramente funzionale non vediamo alcuna ragione per la quale un videogiocatore che non abbia giocato (e gradito) il Wonder Boy originale debba interessarsi a questo rifacimento in scala 1:1, e non preferirgli titoli magari altrettanto impegnativi ma decisamente più freschi, come un Rayman o una Shantae. E no, coloro che evocano la presunta ossessione per le difficoltà “pura” della cosiddetta generazione Dark Souls hanno torto: i giovani non sono così babbei come li si dipinge, e non si lasciano fregare facilmente da una qualsiasi anticaglia rimessa a nuovo e lucidata per la festa. Ma anche volendo valutare Wonder Boy per come si presenta – tralasciando cioè tutte le dietrologie legate alla versione originale – il risultato finale, per quanto esteticamente sontuosissimo, fatica a nascondere lo straniante scarto fra lo scheletro e la pelle che lo ricopre. I magnifici sfondi in parallasse, il soffice character design, i colori avvolgenti e le animazioni fluidissime sembrano infatti promettere di continuo sensazioni e risposte ludiche pienamente moderne, che il gameplay reale non riesce quasi mai a mantenere. Per certi versi, è come salire entusiasti su un’automobile di lusso, per poi scoprire di stare guidando un macinino che ha la carrozzeria di una Ferrari e il motore di una Panda.

Va dato credito agli sviluppatori di Lizardcube di non aver mai nascosto la sostanza del gioco che stavano mettendo in commercio, e di essersi comportati impeccabilmente dal punto di vista etico: Wonder Boy: The Dragon’s Trap non può dunque essere considerato alla stregua di un subdolo falso come la Clizia di Londra. Purtuttavia, ci si permette di avanzare in chiusura qualche perplessità in merito alla natura stessa dell’operazione, e dall’accoglienza positiva di cui essa sta godendo. A conti fatti, Lizardcube ha ricevuto plausi quasi unanimi da parte della critica esclusivamente per aver rifoderato un gioco del 1989 con una pregevole patina cosmetica.

 

La domanda allora sorge spontanea: è davvero sufficiente lavorare efficacemente sull’aspetto estetico per rivendere al pubblico un titolo obsoleto come è il Wonder Boy originale? Se è così, significa che stiamo ancora parlando essenzialmente di grafica, e che si stanno concedendo voti altissimi solo a quella. I girellari trenta-quarantenni – unici reali destinatari di questa elegantissima contraffazione e spesso responsabili di una parte considerevole della stampa videoludica corrente – dovrebbero allora farsi un piccolo esame di coscienza prima di disprezzare sdegnosamente gli adolescenti che si esaltano per un The Order: 1886 qualsiasi.

 

 

 

 

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Ok, avrete sicuramente saltato tutta la verbosa tiritera qui sopra e sarete scesi subito al box per il giudizio finale. Mettiamola così: si consiglia di acquistare a prezzo pieno Wonder Boy: the Dragon’s Trap solo se appartenete almeno a una delle seguenti categorie, qui elencate secondo un (personalissimo) ordine decrescente di nobiltà: 1 – appassionati di furry; 2 – giovani studiosi di game-design interessati a toccare con mano come si giocava nel Cretacico superiore; 3 – antichi fruitori del titolo per Master System intenzionati a possederne una versione aggiornata per PC; 4 – girellari quarantenni con figli, interessati a rimembrare le gesta del passato mentre le mogli finiscono di arrostire il controfiletto di mammut.
Se invece non appartenete alle suddette categorie, datemi retta: cercatevi qualche bel video di gameplay in HD, mettetelo a pieno schermo, godetevi la grafica spettacolare e lasciate che siano gli altri a lasciarsi buggerare dai falsi busti romani.

 

semafori indie-02

Good

  • Veste estetica sbalorditiva.

Bad

  • State acquistando un gioco del 1989 rilucidato per la festa.
6

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.