We Happy Few

Francesco

We Happy Few

Sviluppatore: Compulsion Games
Publisher: Compulsion Games
Genere: Survival/FPS
Disponibile: Digital (BETA)
Lingua: Inglese
Data di lancio: 2017

Apro gli occhi e inspiro profondamente per far entrare quanta più aria salubre possibile. Sorrido e mi godo la vita, dietro la mia scrivania nel mio splendido ufficio statale. Tutto è meraviglioso, sgargiante, così divertente che non c’è bisogno di pensare, è il Governo che pensa per me. Il flaconcino di Joy mi osserva, mi brama. Una sola pillola si frappone tra me e la felicità totale. Ma improvvisamente c’è qualcosa che attira la mia attenzione, una notizia mi passa davanti nel reparto censure in cui ogni giorno da sempre lavoro: questa felicità non mi fa pensare, non mi fa valutare, e questa notizia sembra così importante…la compressa di Joy può aspettare, mi serve anche solo un momento per pensare con la mia testa.

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Improvvisamente il mondo si rivela per quello che è, e riesco ad aprire gli occhi per la prima volta. Sono diventato un Drowner, un escluso, un virus per il mondo. Ma non lo sono forse sempre stato? Non lo siamo forse tutti?

Questo è ciò che mi son trovato a sperimentare nei primi secondi della versione early access di We Happy Few, secondo gioco dei Compulsion Games, gli stessi di quel piacevole Contrast uscito tre anni or sono per le console della scorsa generazione.

we happy few img001DISTOPIA DAL SAPORE BRITISH

Questo esperimento dal sapore distopico è figlio di una campagna Kickstarter avviata con successo ormai un anno fa che è ancora lontano dal suo completamento (la data della fine dello sviluppo è fissata da un minimo di sei mesi a un massimo di un anno), ma già, grazie all’early access, possiamo farci un’idea abbastanza netta di cosa aspettarci a monte per quanto riguarda il gameplay e l’esperienza che il gioco, indipendentemente dalla trama che verrà fornita in fase di rilascio che nelle premesse sembra promettere davvero bene.

We Happy Few deve le sue basi a tutta quella letteratura e cinematografia di matrice british che usa l’argomento distopico per farci capire quanto sia importante la libertà individuale, troppo spesso sottovalutata perché alla portata di tutti nella società occidentale. Nel concept di gioco ritroviamo tutto: i sottotesti spaventosi del 1984 di Orwell, le atmosfere inquietanti dello splendido Brazil dell’ex Monty Python Terry Gilliam, gli abitanti stralunati della serie tv The Prisoner, plot device che ricordano quelli di film come Equilibrium, mondi di gioco in bilico tra Bioshock e Fallout 3, in un pastiche si derivativo, ma mai scopiazzato.

Al centro della vicenda che fa da sfondo alle nostre avventure in quel di Wellington Wells c’è la Joy, una pillola fornita obbligatoriamente dal governo alla popolazione inglese che di fatto annienta ogni sentimento negativo, facendo vivere la gente in uno stato di totale alterazione mentale in cui nessuno si preoccupa di ciò che lo circonda e in cui ogni moralità viene azzerata, facendo si che non ci sia più nessun confine tra bene e male. Per chi non prende la pillola la pena è l’isolamento e successivamente la morte, procurata dagli stessi cittadini che di fatto sono terrorizzati da quei reietti infelici ribattezzati Drowner. Uno dei tre protagonisti (e in questa build l’unico utilizzabile) è Arthur Hastings, instancabile lavoratore governativo incaricato della censura giornalistica (in una mansione presa di peso dallo splendido e già citato Brazil di Terry Gilliam) che un giorno decide di smettere di prendere la sua dose giornaliera di Joy. Da quel momento il suo mondo si trasforma in un inferno, e tutti coloro che fino a un momento prima erano suoi amici e colleghi e le autorità cittadine lo vogliono morto. L’unica possibilità è una rocambolesca fuga nelle fogne, al seguito della quale la vita da reietto, da Drowner diventa l’unica possibilità per sopravvivere.

L’esperienza ha insomma una sua cifra stilistica ben delineata a partire dall’architettura spiccatamente british e il look degli interni e dei personaggi di ispirazione art pop anni ’60, con tutto quel bagaglio culturale e di costume tipico di quella decade, tra capigliature tipiche e cestini dell’immondizia che ricordano la parte inferiore dei Dalek del Doctor Who.

Il look, l’incipit, l’art direction e le premesse non mancano di certo, e fanno di We Happy Few una piccola gemma annunciata…o forse no.

IL VERO NEMICO DELLA LIBERTA’ E’ LA GIOCABILITA’

we happy few art001Purtroppo i plausi si fermano negli intenti: all’atto pratico ciò che è stato rilasciato per la prova dai Compulsion è un gioco nelle premesse pieno di errori e leggerezze di gameplay, che hanno trasformato presto il senso di stupore e di fascino per i suggestivi argomenti trattati nella più completa frustrazione.

We Happy Few nella sua concezione prettamente ludica sarebbe un ibrido tra un survival game e un roguelike, in cui il giocatore si ritrova a esplorare il mondo di gioco alla continua e strenua ricerca di viveri di vario tipo la cui assunzione tiene alte le barre relative alla sazietà e alla sete. La ricerca compulsiva di risorse e posti in cui giacere per ristabilire la barra del sonno diventano presto l’unico core dell’esperienza ludica offerta, arricchita in maniera piuttosto blanda da missioni secondarie male organizzate in quello che è un vero e proprio pastrocchio di interfaccia che mescola a finestre un confusionario inventario e un sistema di quest dispersivo e davvero poco intuitivo. Queste ultime ci verranno fornite da NPC o dal gioco stesso, e difficilmente riuscirete alla prima botta a capire dove andare e cosa fare.

L’alternanza giorno/notte oltretutto è troppo repentina, con conseguente abbassamento delle statistiche di sopravvivenza davvero troppo, troppo veloce. Certe volte mi è capitato di percorrere un lungo viale, e nel mentre di veder sorgere e tramontare il sole nel giro di una decina di minuti, rendendo necessario il backtracking verso il rifugio dalla parte opposta della mappa così da recuperare le ore di sonno. Allo stato attuale l’elemento principale dell’ossatura di gioco risulta solo frustrante, in barba agli ottimi intenti iniziali degli sviluppatori. Non si avverte tensione in We Happy Few perché il gioco non è difficile, è solo ingiusto verso il giocatore, trasformando quella che potrebbe essere una bella avventura dai risvolti inquietanti in una processione autopunitiva e snervante.

Il gioco si dimostra ancora una volta deludente quando il giocatore è chiamato a menare e le mani e difendersi dalla furia dei cittadini e degli agenti assetati di sangue. Il personaggio può infatti imbracciare rudimentali armi contundenti (niente armi da fuoco nella build attuale) per cercare di far male a quanti può nemici possibili, che però presto potrebbero avere la meglio sul giocatore. La lotta insomma non è mai la prima scelta, e ciò a cui gli sviluppatori spingono è un approccio più realistico e stealth. Affrontare a testa bassa i drogati di Joy insomma porterà sempre quasi sicuramente alla morte. Da segnalare assolutamente, specie per i giocatori amanti delle sfide ardue, la possibilità di giocare We Happy Few in modalità permadeath, così da rendere l’esperienza ancora più tesa.

Al netto di alcune zone di luce che mantengono alta l’attesa e la speranza legate esclusivamente allo stimolante concept di gioco e all’arte attraverso la quale prende vita la cittadina di Wellington Wells, We happy Few è costellato di zone d’ombra davvero pesanti, che speriamo vengano limate e aggiustate in fase di rilascio. Dal titolo Compulsion Games ci aspettiamo una grande storia insomma, che magari al momento dell’uscita del gioco venga accompagnata da un gameplay stimolante e un modello survival intelligente, con un sistema di quest e missioni secondarie chiaro e affascinante e magari un inventario più organico.
La fiaccola della speranza è ancora accesa e noi di Geekgamer non vediamo l’ora di mettere le mani sulla build finale, sperando che riesca a rendere giustizia agli intenti dei talentuosi concept artist di Compulsion Games. Non ci resta che aprire gli occhi e rimanere sintonizzati.

Francesco
Nato pigiando tasti a caso sul Commodore 64, cresciuto tra una partita a The Legend of Zelda e Super Mario Bros, Francesco è stato fulminato sulla via di Damasco da titoli come Xenogears, I Final Fantasy vecchia scuola, Metal Gear Solid, le avventure grafiche e i survival horror dell'era PSX. Fino a quando il medium videoludico racconterà una storia, XenoLink sarà lì pronto a viverle tutte!