Il male minore?

Ilya Muromets

Tyranny

Sviluppatore: Obsdian Entertainment
Publisher: Paradox Interactive
Genere: RPG
Disponibile: Digital
PEGI: 18+
Lingua: Inglese

Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Da epoche insospettabili (che risalgono alla pubblicazione del terribile Neverwinter Nights 2) ho maturato l’opinione che la peggiore avversaria di Obsidian sia Obsidian stessa. Dovessimo impiegare una metafora per descrivere le vicende della software house californiana, la si potrebbe paragonare a uno di quei tipici studenti talentuosi ma pigri, capitati in una classe il cui professore, altrettanto pigro, continua a valutarli in modo molto lusinghiero anche di fronte a prove svogliate e fuori fuoco. Sono convinto che la scomoda fama di ‘sviluppatore di culto’ (in buona parte dovuta alla saltuaria presenza di un nome ingombrante come quello di Chris Avellone) e la conseguente sopravvalutazione di molti suoi titoli non stiano facendo propriamente un favore a Obsidian, la quale avrebbe tutte le carte in regola per ambire a vette molto più alte di quelle raggiunte finora. Questo Tyranny, RPG ingenuamente salutato da molta critica come il raggiungimento di un ennesimo traguardo di eccellenza dopo Pillars of Eternity – che eccellente di certo non era – non fa che confermare la sopraddetta impressione: Obsidian potrebbe e dovrebbe chiedere cento volte di più da se stessa, perché le potenzialità per la vera eccellenza ci sono tutte. Quando però ci si limita a rilasciare quello che il pubblico crede di desiderare in un RPG, i risultati non possono che essere controversi. Ma andiamo con ordine.

tyranny-art000Esattamente come Pillars of Eternity, questo Tyranny intende rivolgersi principalmente – oseremmo dire esclusivamente – ai nostalgici estimatori della ruolistica ‘dei bei vecchi tempi’, ove per ‘bei vecchi tempi’ si intende quasi sempre (e quasi solo) quelli dell’inattaccabile diade Baldur’s Gate/Planescape: Torment. Si tratta pertanto di un tradizionale RPG isometrico a party, con grafica prerenderizzata, mappe esplorabili coperte dalla nebbia di guerra, e combattimenti pausabili grazie alla pressione del tasto Spazio. In altre parole, tutti coloro che hanno già acquisito dimestichezza, diretta o indiretta, con la linea di programmazione della vecchia Bioware si troveranno decisamente a loro agio. Per gli altri, tutti gli altri, non c’è spazio nelle intenzioni di Obsidian: la quale sembra non riuscire nemmeno a concepire l’idea che là fuori, oltre il circolo di ultratrentenni amanti degli inventari sovrabbondanti e dei grovigli olimpionici di cerchietti rossi e verdi a terra, esisterebbe un pubblico molto più ampio, e magari disposto a concedere una possibilità al genere cRPG, se solo qualcuno si impegnasse una buona volta a rendere il prodotto accessibile. Al contrario, Tyranny rimane cristallizzato nella sua ostinazione elitaria, non soltanto riproponendo in toto gli antiquati meccanismi videoludici dei primi 2000, ma soprattutto dando per scontato che gli utenti li accettino come elementi di riconoscibilità del genere, e dunque li apprezzino in quanto tali. Per quanto buona parte della critica faccia di tutto per nascondere a se stessa la verità, questo testardo ripiegarsi verso le aspettative di un pubblico passatista non costituisce un pregio, e la comoda permanenza entro i confini di una tradizione assodata non rappresenta motivo di vanto. Nonostante gli sbandierati proclami in merito alle innovazioni contenutistiche – ne parleremo subito – Tyranny si presenta di fatto come un titolo ludicamente vetusto e privo di ambizione, ben distante cioè dall’essere un caposaldo del settore, anche solo limitandoci al panorama dei titoli di seconda fascia. Al netto delle differenze di budget, il confronto con l’imperfetto ma genialmente propositivo Divinity: Original Sin risulta a dir poco impietoso. Quella di Obsidian è una scelta forse vincente dal punto di vista commerciale, perché si affida allo zoccolo duro e senescente degli appassionati storici, disposti comunque a slacciare le cinghie della borsa di fronte a qualsiasi cosa ricordi loro l’epoca aurea di Baldur’s Gate e delle prime polluzioni notturne; lo è certamente meno dal punto di vista autoriale, per quanto si colga qualche interessante tentativo di rivoluzionare temi e problemi messi in campo.

DALLA PARTE DEI MALVAGI

Il termine di confronto più eloquente per Tyranny, manco a ripeterlo, è Pillars of Eternity, rispetto al quale Obsidian dimostra per fortuna di aver appreso qualche utile lezione. L’impressione generale, infatti, è quella di un titolo più teso e compatto, meno inutilmente dispersivo, e con una leggera – ma pure apprezzabile – semplificazione nella resa del regolamento, che viene ‘portato’ al giocatore in modo assai più trasparente. Curiosamente (ma neanche tanto) la dipartita dell’ingombrante Chris Avellone dal team di scrittura sembra aver giovato non poco: Tyranny è infatti esente da quel fastidioso senso di sbilanciamento che si poteva chiaramente percepire in Pillars fra i due personaggi avelloniani e tutto il resto dell’apparato testuale. In questo caso, siamo di fronte a un lavoro più coeso, nel quale si percepisce la presenza di una direzione tematica unitaria.

Ciò per cui Tyranny dovrebbe distinguersi dalla concorrenza è proprio nella ‘coloritura’ di tali tematiche. Il giocatore viene infatti chiamato a interpretare un villain, o per meglio dire l’emissario privilegiato di un vero e proprio Signore del Male (chiamato Kyros) in procinto di portare a termine la sanguinosa conquista del mondo di Terratus. Proprio nella fase conclusiva di questa operazione, quando la sola regione di Tiers sembra riuscire ancora a resistere alle mire espansionistiche di Kyros, il protagonista viene incaricato di condurre l’offensiva finale affiancandosi a una delle due principali e opposte fazioni: il disciplinato e burocratico esercito dei Disfavored, oppure le marmaglie spietate e crudeli dello Scarlet Chorus. Tutta la vicenda è essenzialmente fondata sulle scelte del personaggio principale, che si trova di volta in volta a poter favorire l’una o l’altra fazione (o talora a tendere verso posizioni più neutrali) nella gestione delle pesanti conseguenze di una guerra in corso, dall’esecuzione di singoli prigionieri al destino di intere città.

Sulla carta, si tratta di un tentativo ambizioso da parte di Obsidian, che cerca di svincolarsi almeno in parte dalla formula del good hero costringendo i giocatori a effettuare complesse scelte morali nell’ottica di un rappresentante del lato oscuro. I contenuti proposti sono dunque filtrati da una lettura essenzialmente cinica della realtà, e non di rado il protagonista si scopre costretto a dover prendere decisioni le cui conseguenze si rivelano funeste a prescindere, qualsiasi sia l’opzione selezionata.

Le ambizioni, tuttavia, sono destinate a infrangersi nel momento in cui Obsidian si trova a mettere in pratica questa pur suggestiva premessa. Due sono, nello specifico, i principali difetti narrativi di Tyranny: l’ingiustificata ipertrofia testuale e la schematicità del ritmo.

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Senza mezze misure, ci troviamo di fronte a un titolo insopportabilmente verboso, caratteristica che si deve solo in parte alla modestia dei mezzi tecnico-grafici, e dunque all’impossibilità di mostrare fisicamente quanto il prodotto vorrebbe esprimere. Preoccupati di coinvolgere il prima possibile l’utente entro tempistiche il più possibile ridotte (la campagna di Tyranny è infatti molto breve), gli scrittori hanno ceduto a un’indigesta tendenza all’enciclopedismo alessandrino. Chiunque, a Terratus, si rivela ansiosissimo di dilungarsi oltremodo su ogni più minuto dettaglio del mondo di gioco, fornendo spiegazioni su etimologie, antefatti personali e comunitari, nomi esotici, usi e costumi, storia antica e recente. Tutti elementi che, nel 90% dei casi, il giocatore non è in grado di vivere, né attraverso la limitatissima interazione con le mappe, né attraverso le sessioni di combattimento. In altre parole, questi estenuanti wall of text finiscono per non contribuire in nessuna maniera all’approfondimento dell’esperienza, perché si riferiscono sempre a un quid ‘esterno’ non contingente, che l’utente è costretto a ricostruire esclusivamente nella propria testa.

Per di più, saltare a piè pari i dialoghi si rivela estremamente controproducente per chi volesse affrontare Tyranny senza combinare troppi danni. Questo perché in mezzo alla pletora di informazioni accessorie si nasconde quasi sempre un’opzione di dialogo che costringe il protagonista a schierarsi da una parte o dall’altra della barricata, privilegiando gli organizzatissimi Disfavored oppure i caotici guerriglieri dello Scarlet Chorus. Proprio su tale fronte emerge il secondo – e forse peggiore – punto debole del titolo Obsidian: giocare a Tyranny significa dover effettuare una decisione vitale praticamente per tutte le conversazioni, senza che si riscontri una corretta gerarchia tra scelte principali e accessorie, e, conseguentemente, senza che si registri una sufficiente costruzione del pathos. Stretto all’interno di una morsa dicotomica molto più schematica e ripetitiva di quanto non sembri, trascorse le prime ore il giocatore si trova ad aspettarsi per ogni dialogo la domanda fatale: Disfavored o Chorus? Le conseguenze risultano nefaste, sia per il ritmo diegetico, sia soprattutto per il grado di immersione nelle vicende narrate. Per tornare alla metafora scolastica in apertura, più che un potente diplomatico mandato in missione in una landa devastata dalla guerra, il protagonista sembra un liceale alle prese con l’ultima interrogazione di una professoressa un po’ stronza che lo mitraglia di domande trabocchetto prima degli scrutini. E quel che è peggio, il giocatore finisce per preoccuparsi non tanto delle conseguenze umane o sociali delle proprie decisioni, quanto piuttosto delle variazioni numeriche che tali decisioni comporteranno nelle statistiche di favore delle due fazioni. L’errore è in questo caso particolarmente grave: la struttura finisce per avere la meglio sul contenuto narrativo, il regolamento finisce per sopravanzare il ruolo. Insomma, sostanzialmente chissenfotte del vecchietto malato condannato a morte: se lo salvo, ottengo i due punti che mi mancano per stare simpatico ai Disfavored?

 

 

 

 

Contenuti

Dove posso acquistarlo?

In questa recensione ho volutamente messo da parte l’esposizione degli aspetti tecnico-estetici di Tyranny, e non mi sono dilungato nel descrivere le principali differenze di gameplay rispetto a Pillars of Eternity: si tratta di informazioni che, a più di due settimane dall’uscita del gioco, potete tranquillamente trovare altrove. Ho ritenuto invece importante sottolineare le ragioni intrinseche per cui il titolo Obsidian risulta trovarsi ben lungi da quel capolavoro che forse ci si aspettava. L’impalcatura ludica ormai irrimediabilmente obsoleta e una discutibile gestione dei tempi narrativi contribuiscono a offuscare un contenuto di fondo di per sé molto interessante, ma che non vale in alcun modo il prezzo con cui viene venduto. Per una maggiore compattezza nei confronti di Pillars e per i suggestivi spunti proposti, Tyranny merita comunque un voto numerico superiore alla sufficienza, con tutte le riserve del caso. I nostalgici a oltranza dell’epoca Baldur’s Gate aggiungano pure un punto in più, se credono.

giallo

Good

  • Mondo di gioco affascinante.
  • Interessante variazione nella condotta morale dell’eroe.

Bad

  • Obsolescenza irrimediabile dell’impianto ludico.
  • Ritmo narrativo poco sviluppato.
  • Ipertrofia dei testi.
6.5

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.