Bomba di Uran… ah no.

Ilya Muromets

Thronebreaker: The Witcher Tales

Sviluppatore: CD Projekt RED
Publisher: CD Projekt
Genere: Gioco di carte
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 12+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PC
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Con un Geralt impegnato a presenziare su altri fronti come ospite di lusso – si veda l’annuncio della sua prossima apparizione nel mondo di Monster Hunter – e con una serie Netflix in uscita, CD Projekt si sta senza dubbio godendo l’effetto doppler della sua creatura più significativa e dà fede alle aspettative di chi voleva che il marchio The Witcher sopravvivesse in qualche modo all’epilogo provenzale di Blood & Wine. Ciò non significa, tuttavia, che ci si possa accomodare sugli allori, specie con gli attuali rivolgimenti in corso nel panorama della ruolistica occidentale (chi ha detto Obsidian?). Così, mentre si elargiscono notizie centellinate su Cyberpunk 2077, resta il problema di divulgare opportunamente la nuova edizione di Gwent, card game che, seppure fortunato, pare aver faticato a conquistare un pubblico veramente trasversale, vuoi per le meccaniche originarie piuttosto inusuali, vuoi per un’irrecuperabile sudditanza contenutistica a una saga di riferimento fortemente caratterizzata. È in quest’ottica che va valutata la scelta di produrre questo Thronebreaker: The Witcher Tales, un’avventura strategica a cui viene affidato un compito essenzialmente promozionale, tanto che risulta piuttosto difficile considerarlo alla stregua di un prodotto davvero autonomo, come pure è stato da molti valutato. Approfittiamo della recente pubblicazione della versione console per spendere due parole sull’argomento.

Strettamente integrato nell’ambientazione di Andrzej Sapkowski – nell’inconfondibile facies estetica ereditata da Wild HuntThronebreaker potrebbe anche essere ritenuto come il primo timido tentativo da parte di CD Projekt di saggiare le reazioni del pubblico di fronte alla possibilità di un The Witcher senza Geralt di Rivia – possibilità che è sempre stata tenuta in considerazione dalla casa polacca, sin dagli esordi della serie.

PESCA LA TUA CARTA, MEVE

I riferimenti allo strigo e a molti altri personaggi storici della saga sono ovviamente presenti in modo più o meno esplicito (occhio agli easter egg…), ma i riflettori sono puntati stavolta su un protagonista differente, vale a dire Meve, sovrana del regno settentrionale di Lyria alle prese con una sanguinosa guerra difensiva contro le truppe dell’impero di Nilfgaard. L’approccio alla materia narrata resta dunque squisitamente politico e upper class, ma la scelta di focalizzarsi su un cast quasi del tutto inedito e il fatto che l’ambientazione preceda le vicende della trilogia finiscono per ratificare uno dei principali leitmotiv sottesi alla filosofia narrativa sapkowskiana, sovente rimarcato anche all’interno della serie videoludica: il mondo è di gran lunga più vasto e complicato di quanto possa sembrare, e Geralt non è che una delle tante pedine in campo. Una volta espunta la possibilità di accedere ai repertori bellici e agli psicodrammi individuali(stici) degli strighi, l’attenzione deve allargarsi giocoforza a proporzioni collettive, che servono da giustificazione all’introduzione prepotente del Gwent, vero e proprio motore unico del titolo. Tutti gli scontri affrontati da Meve nel suo tentativo di difendere il proprio regno sono infatti sostituiti da partite a carte, di volta in volta condotte contro truppe nilfgaardiane, gruppetti di banditi, Scoiat’el, mostri, e così via. Il fine ultimo, evidentemente, è quello di rendere il più possibile familiari le meccaniche e i repertori del rinnovato Gwent, con il pretesto di una trama adeguatamente ondivaga, con diramazioni e colpi di scena che servono soprattutto a incoraggiare l’impiego di carte e strategie diversificate. A fungere da collante tra la linea diegetica (risolta per mezzo di cutscene e dialoghi a scelta multipla) e i vari scontri di carte intervengono semplici sezioni su mappa isometrica, che rimandano alle comfort zone degli strategici a turni genere Heroes of Might and Magic, ma che per CD Projekt costituiscono tutto sommato una novità, risolta con una certa grazia al netto di qualche fastidioso problema nel pathfinding.

Chissà se Maddalena Vadacca è stata felice di vestire i panni di un personaggio così tormentato.

L’amalgama delle singole parti, nel complesso, funziona bene e il gioco scorre senza asperità, ma anche senza troppi sussulti. Le battaglie sono il più delle volte stimolanti – anche perché l’IA si dimostra dotata di un’efficienza davvero letale – ma il tutto resta distribuito in modo molto progressivo, così da lasciare un’impressione di linearità quasi assoluta nonostante gli evidenti sforzi di simulare una campagna simil-open world sulle mappe. Non aiuta troppo il fatto che, dovendo controllare solo le truppe della regina Meve, il giocatore non abbia praticamente modo di collaudare schieramenti diversi da quelli dei Regni Settentrionali, sebbene essi rappresentino di fatto solo una minima frazione delle possibilità offerte dal Gwent. Anche la fase più propriamente gestionale – quella cioè della costruzione del mazzo – pur offrendo in teoria molte possibilità di personalizzazione, non incoraggia poi troppo alla sperimentazione, visto che il mazzo base con piccole modifiche risulta più che sufficiente per superare buona parte degli ostacoli. Questi aspetti, così come il fatto che molte delle ricompense siano impiegabili solo in Gwent (carte speciali, avatar etc.), fanno sì che a tratti Thronebreaker assomigli più a un lunghissimo tutorial che a un titolo effettivamente a sé stante – così come è stato talora presentato e venduto. Non va escluso, del resto, che CD Projekt decida in seguito di sviluppare nuove avventure similari, come il sottotitolo The Witcher Tales lascerebbe supporre.

Fortunatamente, gli aspetti positivi di Thronebreaker bilanciano le sue maggiori debolezze. Il titolo può infatti contare su un comparto grafico suggestivo, capace di restare fedele alle atmosfere di Wild Hunt nonostante la diversità della resa su schermo, e soprattutto di una scrittura di ottimo livello, che fa onore alla fama della software house polacca. La storia di Meve è avvincente e ben narrata, e si fa notare specialmente per l’andamento serrato e incalzante che ben si accorda con il ritmo di gioco e che contribuisce a distinguerla da ciò a cui siamo stati abituati in passato con Geralt. Peccato solo che il doppiaggio italiano non riesca a riprodurre il buon lavoro compiuto dagli attori anglosassoni nel caratterizzare le parlate locali, e comprometta così una parte del fascino dell’ambientazione. Certo, si può sempre scegliere il dub originale dal menu, ma poi vorreste davvero perdervi Meve doppiata da Sailor Uranus?

 

 

 

 

Dove posso acquistarlo?

PS Store

XBOX MARKETPLACE

Con ogni evidenza, Thronebreaker: The Witcher Tales è stato concepito e realizzato da CD Projekt alla stregua di un progetto collaterale in attesa di Cyberpunk 2077, ma allo stesso tempo lascia emergere l’interesse al mantenimento di una linea di continuità con il mondo di The Witcher, un franchise troppo importante e remunerativo per essere accantonato anche solo temporaneamente. Il prodotto risulta nell’insieme ben confezionato e dotato di una sua distinta riconoscibilità estetica, per quanto tale riconoscibilità non corrisponda sempre a una altrettanto marcata autonomia ludica. Thronebreaker funziona principalmente come una soddisfacente appendice del Gwent, e come tale deve essere valutato nel caso in cui se ne volesse considerare l’acquisto. Piacerà a chi ha già apprezzato il card game, agli appassionati della saga di Sapkowski (i riferimenti ai romanzi sono più numerosi della media) e ai moltissimi che hanno amato la saga di The Witcher. Per tutti gli altri, si tratta di un videogioco gradevole e ben fatto, ma tutto sommato non imprescindibile.

verde

Good

  • Esteticamente appagante.
  • Scrittura di alto livello.
  • Le sfide-puzzle sono assai appassionanti.
  • Meve ha la voce di Sailor Uranus.

Bad

  • Poca varietà nel deckbuilding.
  • La sezione gestionale appare talora superficiale.
  • Il pathfinding su mappa è spesso impreciso.
7.6

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.