Un giallo color argento

Antonino

The Silver Case

Sviluppatore: GRASSHOPPER MANUFACTURE INC.
Publisher: NIS America
Genere: Visual Novel
Disponibile: Digital+Retail
PEGI: 16+
Lingua: Inglese
Versione Testata: PS4
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Suda51, all’anagrafe Goichi Suda, è un nome che nel mondo videoludico ha saputo imporsi grazie alle idee stravaganti e deliranti che erano alla base dei suoi giochi. Titoli come Shadows of the Damned, Lollipop Chainsaw e No More Heroes hanno accompagnato i giocatori in viaggi onirici sempre in bilico tra humour demenziale e commedia nera, mostrando spesso di avere stile da vendere. A distanza di quasi vent’anni dall’uscita di uno dei suoi primissimi prodotti, abbiamo potuto mettere le mani sulla versione remastered per PS4 di The Silver Case, pubblicato nell’ormai lontano 1999 su PlayStation, unicamente in territorio nipponico. Gli addetti ai lavori avranno colto l’occasione per apportare qualche interessante modifica a un gioco che a suo tempo in Giappone spopolò e divenne un successo?

La trama del gioco si sviluppa su due archi narrativi apparentemente distinti. Nel primo, intitolato Transmitter, si vestono i panni di Akira (nome di default, è possibile modificarlo e digitare un nome a piacimento), un agente speciale di polizia, che viene coinvolto in una serie di sei indagini su degli omicidi commessi in città, con vittime e dinamiche diverse, ma in qualche modo legate fra loro. Nel secondo arco narrativo, dal titolo Placebo, si prende il controllo di Tokio Morishima, giornalista freelance che decide di contribuire attivamente alle indagini per via di motivazioni personali legate al suo passato. Base comune ai due intrecci è una Tokyo non troppo lontana nel futuro, che ha visto una crescita esponenziale della popolazione e un conseguente aumento dei distretti in cui la città è divisa, arrivati al venticinquesimo. L’80% dei cittadini vive in condizioni di semi indigenza, mentre il rimanente 20% conduce una vita agiata e lussuosa. In questo contesto urbano, le forze dell’ordine tentano di acciuffare Kamui Uehara, un noto serial killer che, arrestato vent’anni prima durante il caso conosciuto come “The Silver Case”, è ora riuscito a evadere e ha ricominciato a mietere vittime.

RISO AMARO

Essendo una visual novel non c’è da stupirsi che il maggior punto di forza del titolo sia la sceneggiatura. La storia è sicuramente ben ponderata e accattivante, con anche qualche colpo di scena, ma risulta purtroppo indigesta a causa delle scelte di gameplay di difficile attrattiva per il mercato occidentale.

Se avete giocato a diversi titoli di stampo nipponico, vi sarete probabilmente resi conto del tipico stile adottato nel Paese del Sol Levante nello sviluppo dei videogiochi: sequenze di apertura disordinate, con collage di immagini che vedremo solo più avanti a gioco inoltrato, dialoghi infiniti, gestione dei comandi non esattamente semplice. Ecco, The Silver Case è tutto questo. Non appena si comincia l’avventura, partono muri di testo su muri di testo, che spiegano il background della trama e descrivono l’ambientazione, senza però risultare neanche lontanamente appetibili per il giocatore. Delle brevissime cutscene in 3D e a guisa di anime fanno capolino, ma si tratta spesso di pochissimi secondi. Troppo poco per coinvolgere lo spettatore, che fa fatica a districarsi fra la lingua inglese, in questo caso particolarmente ostica per via dei numerosi termini specialistici legati al mondo della criminologia e della giurisprudenza, e i riferimenti geografici relativi alla capitale giapponese, che vengono dati per scontato. È vero che il gioco in origine era stato concepito esclusivamente per il mercato orientale, ma trattandosi qui di una remastered, non è una buona mossa pensare che tutti in Europa o in America sappiano dove si trovi ad esempio Shibuya, uno dei quartieri nevralgici di Tokyo. Sarebbe stata gradita in questo senso l’aggiunta di qualche nota o addirittura di qualche filmato in più per aiutare maggiormente l’utente nella comprensione non solo degli eventi, ma anche dei luoghi in cui si sviluppa la vicenda.

Dobbiamo ora toccare purtroppo il maggiore tasto dolente della produzione: il gameplay. Abbiamo già detto che l’avventura grafica va in all-in sulla trama, questo è vero, ma ciò non significa che l’interattività e le sequenze di gioco debbano essere prossimo allo zero.  In The Silver Case, nelle pochissime sezioni d’esplorazione, il giocatore non può muoversi liberamente, ma solo su binari predefiniti, come su di una griglia invisibile. Si può andare solo avanti, indietro, a destra e a sinistra, seguendo delle icone speciali che indicano il punto da raggiungere, ed è possibile guardare in alto e in basso. Stop. The End. L’esplorazione termina qui. Per il resto c’è qualche enigma numerico da risolvere, come trovare codici di accesso e qualche computer da sbirciare. Niente di più. Se invece scegliamo di non risolvere nemmeno gli enigmi, possiamo sempre affidarci alla risoluzione automatica, selezionabile dall’icona a forme di lente di ingrandimento che apparirà a video, che troverà la risposta per noi, annullando completamente il già quasi del tutto inesistente livello di sfida e interattività proposti dal titolo. A peggiorare ulteriormente le cose, un sistema di comandi ingarbugliato che consiste in una ruota con quattro lettere, a cui corrispondono altrettante azioni: “M” per il movimento, “C” per contattare i compagni, “I” per l’inventario e “S” per le impostazioni. Per selezionare l’azione desiderata, si dovrà girare la ruota con i tasti direzionali e portare la lettera corrispondente, in posizione centrale in alto, come a nord, per poi premere X. Potete dunque immaginare come la situazione non sia immediata, né tanto meno comoda. Il comparto sonoro è senza infamia e senza lode, con molti effetti SFX ambientali e poche musiche in loop che accompagnano le schermate. Alquanto fastidioso tuttavia l’onnipresente rumore di macchina per scrivere che si sente ogni volta che appare ogni singola lettera a schermo.

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La seconda opinione

Ciò che si ottiene alla fine di The Silver Case, dove lo sperimentalismo e la sovversione regnano sovrani, è un’esperienza di gioco confusa in cui ogni scopo si perde in un mare disordinato di idee.
Una visual novel ambiziosa, sicuramente d’avanguardia nel 1999, ma che nel 2016 appare come un prodotto malamente invecchiato. I fan di Suda51 e della Grasshopper Manufacture probabilmente apprezzeranno questa reliquia, mentre sconsiglio l’acquisto anche ai fan incalliti delle visual novel.

Voto PC: 5.5 – Edoardo Carusillo


The Silver Case - PlayStation 4 (Videogioco)


List Price: EUR 29,99
New From: EUR 26,99 In Stock
Used from: Out of Stock

Non c’è molto altro da dire. The Silver Case è un’avventura grafica, ma il problema è che si tratta letteralmente solo di grafica. Solo riquadri e muri di testo verbosi e prolissi, con dialoghi interminabili e una partecipazione del giocatore praticamente nulla. Sarà una questione dovuta al basso budget, sarà l’inesperienza degli esordi di Suda51, ma il gioco soffre e risente di tutti i venti anni trascorsi dalla sua produzione. Per chi magari può pensare che questi problemi siano dovuti al fatto che in origine il gioco fosse destinato alla prima PlayStation, dalla potenza di calcolo molto bassa, ricordiamo che nel 1999 si era già prossimi al lancio di PS2, e che comunque nello stesso anno per la stessa piattaforma uscì Final Fantasy VIII, giusto per fare un paragone. Tedioso e anche di difficile comprensione per i meno avvezzi alla lingua inglese, il titolo non regge e crolla su se stesso, risultando eccessivamente lungo, una decina di ore buone, per quello che ha da offrire: solo trama e tante belle parole. Ma a questo punto è meglio godersi un bel film.

rosso

Good

  • Crime story intrigante.
  • Personaggi principali ben costruiti.

Bad

  • Dialoghi infiniti e muri di testo interminabili che rendono noiosa e rovinano la trama discreta.
  • Gameplay incredibilmente vetusto.
  • Ingiustificabile bug che non permette la corretta visualizzazione a schermo delle cinematiche se la lingua di sistema della console non è impostata su “English”.
  • Interattività prossima allo zero.
  • Zeppo di termini inglese specifici e di riferimenti culturali "lost in translation".
5.5

Antonino
Con il joypad in mano fin da quando aveva 5 anni, ai tempi della PlayStation One, è laureato in Scienze della Comunicazione con specialistica in Editoria. Grande appassionato di cinema, doppiaggio, letteratura e videogiochi, lo chiamano internauta videoludico, o giocatore incallito.