Il soffio della vita

Majkol

The Legend of Zelda: Breath of the Wild

Sviluppatore: Nintendo
Publisher: Nintendo
Genere: Avventura azione 3D
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 12+
Lingua: Italiano
Versione Testata: Nintendo Switch, Wii U
Recensione realizzata in collaborazione con MyReviews.it

Parlare di un capitolo della serie The Legend of Zelda in modo obiettivo, asciutto e senza prodigarsi in una pomposa sfilza di elogi sembra essere sempre più difficile, specie in un’era in cui la stampa specializzata e i blog a tema videoludico sono accusati di essere alla mercé dei grandi nomi dell’industria e di chi, per loro, ne cura la comunicazione; fortunatamente non è il caso del nostro portale, che si è sempre contraddistinto per una certa schiettezza nell’illustrare cosa andava, ma soprattutto cosa non funzionava in alcune delle più blasonate operazioni commerciali degli ultimi anni e in special modo di molti videogiochi provenienti dal Sol Levante, opere spesso fraintese dal pubblico medio nostrano, vuoi per una provenienza culturale profondamente lontana dalla nostra o per una semplice questione di codici visivi e tematici “lost in translation”.

The Legend of Zelda: Breath of the Wild si discosta da gran parte del panorama produttivo nipponico e moderno pur indugiando nell’ossessione tutta contemporanea dell’esplorazione “seamless”, senza attese di sorta, proponendosi come la prima grande produzione del filone Open World made in Nintendo.

L’avventura inizia col risveglio di Link, un guerriero afflitto da  amnesia che si ritrova in una misteriosa grotta. Da lì a poco una voce femminile lo guiderà fino all’uscita dell’oscuro sepolcro, facendogli fare la conoscenza di un mondo completamente esplorabile e di dimensioni semplicemente impensabili se si guarda al recente passato della serie. La voce, che si rivelerà presto essere nientepopodimeno che della principessa Zelda – colei che dà il nome alla serie – pregherà in un secondo momento il giocatore di salvare il regno di Hyrule (o “Irule”, come viene pronunciato dai doppiatori italiani) e di buttarsi a capofitto in un’avventura che lo porterà ad esplorare il mondo “dopo la rovina” avvenuta ben 100 anni prima; comincia così un viaggio dal piglio epico, ma cortese, che potrà essere portato a termine contando sulle sole proprie forze oppure – se si seguiranno i dettami della trama – sull’aiuto di quattro giganteschi colossi bio-meccanici. La particolarità sta nel fatto che la struttura ludica è totalmente aperta e fin subito dopo la conclusione della prima zona di tutoraggio si potrà scegliere in totale libertà se seguire quanto voluto dalla narrazione o tentare il colpaccio dirigendosi direttamente verso la tana del nemico finale.

L’OPEN WORLD MADE IN NINTENDO

Decidendo, invece, di raggiungere ed esorcizzare il potere della calamità Ganon – il nemico storico di Link – ai quattro angoli del regno si potrà fare la conoscenza delle peripezie di alcuni dei guerrieri caduti in battaglia diverso tempo prima, scoprendo al contempo il misterioso passato dell’ennesima incarnazione dell’eroe Nintendo e approfondendo il rapporto che lo lega alla tragica eroina Zelda. Una linea narrativa che prende vita in poche – ed opzionali – scene animate, ma che nella sua semplicità riesce a tratteggiare un’inedita principessa Zelda dai tratti spiccatamente umani, quasi contrapposta alla sua rappresentazione favolistica – e per questo, estremamente stereotipata – nella storia della serie.

L’integrazione della funzionalità amiibo permette di sbloccare diverse armature provenienti dai capitoli passati dalla serie e persino di richiamare Wolf Link (da Twilight Princess) o Epona (da Ocarina of Time)

Con una sinossi simile è chiaro che le premesse narrative risultino le più classiche di sempre, anche considerando l’incidenza di un mondo vasto e fitto di cose da fare e di segreti da scoprire, ma Nintendo stupisce ancora una volta gli appassionati e i neofiti proponendo una struttura ludica che, di fatto, lascia totale libertà ai giocatori, sradicando completamente la matrice lineare delle ultime iterazioni della serie a favore di uno sviluppo libero, plasmabile attorno alle scelte (tacite) del giocatore e al suo stile di gioco. A questo punto è chiaro che agli occhi di Nintendo modelli ludici come quelli di Twlight Princess e Skyward Sword – fortemente legati alla tradizione del franchise e alle fondamenta del gameplay di Ocarina of Time – appiano del tutto superati e non stupisce sapere che nei prossimi anni la serie di Zelda continuerà ad evolversi seguendo il percorso tracciato da questo Breath of the Wild. Il motivo è semplice ed uno solo, e sarebbe ipocrita girarci troppo attorno: il gioco funziona, diverte, e riesce a coinvolgere suscitano uno spiccato senso di meraviglia, persino in un giocatore navigato come il sottoscritto; ritrovarmi ad ipotizzare cosa si potrebbe nascondere dentro una caverna inesplorata, anche a distanza di diverse decine di ore dall’inizio del gioco e in un’era in cui le produzioni AAA scelgono la via dell’omologazione è probabilmente una delle esperienze più rinfrescanti che mi sia stato dato il piacere di conoscere negli ultimi dieci (o più) anni. La scommessa di Nintendo è stata proprio quella di sovvertire le logiche alla base della serie, pur riproponendo elementi che, da soli, la rappresentano fin dai suoi albori su Nintendo Entertainment System. Un connubio di nuovo e vecchio che, se preso in esame alla lontana, ci dimostra come questo Breath of the Wild, in fondo, non sia altro che una traduzione “2017” del primo, classico, capitolo: quel The Legend of Zelda che si apriva con un anziano e il suo incoraggiamento ad armarsi di spada per difendersi dai nemici che abitavano quel mondo ostile ed enorme, esplorabile liberamente per farne conoscenza e riuscire a procurarsi gli strumenti necessari a sconfiggere la minaccia del mostruoso Ganon.

I grandi spazi aperti e la possibilità di sfruttare a proprio piacimento le logiche che regolano l’universo di Hyrule mi ha ricordato a più riprese il gameplay open world di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain.

Bisogna, in ogni caso, dimenticare l’Hyrule spoglia e vuota di Twilight Princess o i corridoi lunghi e obbligati di Skyward Sword: Breath of the Wild è, come dice il titolo stesso, una boccata d’aria fresca e selvaggia che sconvolge l’appassionato della serie con un livello di sfida ripensato, ma che riflette semplicemente i pericoli di un mondo che, fortunatamente, non puoi mai essere preso sotto gamba. Nintendo ha creato un universo dominato da specifiche regole e da modelli fisici e “chimici” (a tal proposito non posso che invitarvi a godere di questo bel video realizzato dallo youtuber italiano MVidya) su cui si basano gran parte delle meccaniche e delle problematiche che si dovranno affrontare, lanciando al giocatore la sfida di trovare l’equilibrio che meglio si confà al suo stile di gioco. Sfruttare l’ambiente per oltrepassare un gruppo di nemici – quasi sempre temibili – o eliminarli, temere l’arrivo di una tempesta di fulmini per ritrovarsi obbligati a non poter utilizzare equipaggiamento di metallo (pena la folgorazione!), raccogliere ingredienti per cucinare un manicaretto e godere di determinati bonus statistici sono solo alcune delle situazioni che ci si trova a vivere durante la frenesia esplorativa, lasciando la porta sempre aperta ad un ventaglio di possibilità aleatorie che donano una sana dose di imprevedibilità al modello esplorativo;

Ciclicamente i nemici uccisi torneranno in vita dopo una terrificante notte di plenilunio rosso.

si potrebbe quasi dire che il vero protagonista di The Legend of Zelda Breath of the Wild non siano né il giocatore, né il gruppetto di comprimari che bene o male appariranno dinnanzi al muto – ma espressivo più che mai – Link nel suo eterno peregrinare, bensì il mondo e la sua ricchezza di contenuti, attività opzionali e ambienti da esplorare: basti pensare che puntando a completare la sola missione principale – della quale ci si può comunque dimenticare in qualsiasi momento – non si saggerà nemmeno la metà delle attività disseminate nelle regioni dominate dalle alte torri scalabili che, se attivate, permetteranno di “mappare” superficialmente la zona e di teletrasportarsi (e che gli appassionati hanno già paragonato a quelle dei titoli open world made in Ubisoft); tanta roba da fare in un mondo reso vivo e credibile da avventurieri che si muovono per le strade, si riparano dalle intemperie e chiedono aiuto se attaccati dai nemici, dalla fauna che vive e bruca nelle vastissime praterie percorribili a piedi o montando a cavallo di bestie assortite, e che sembra riservare sorprese dietro ogni angolo, anche quando normalmente – magari nelle fasi avanzate – si darebbe per scontato aver visto tutto quello che quel mondo possa offrire. Quel che è certo è che chi dovesse lamentare la mancanza dei “grandi” dungeon tematici visti nel passato della serie (in Breath of the Wild se ne contano solamente 4 principali e centinaia di minori, tutti accomunati da dimensioni contenute) forse dovrebbe mettersi un paio di occhiali e considerare come l’intera Hyrule sia da considerarsi come un immenso dungeon irto di pericoli e situazioni da affrontare con abilità, joycon alla mano, e astuzia, dopo aver dominato le logiche di un mondo che si lascia scoprire senza risultare ridondante o didascalico e senza che scritte o tutorial smorzino il ritmo ludico. E già questo, per i tempi in cui viviamo, è una grande prova di fiducia nell’intelligenza di chi, il videogioco, lo compra. Brava Nintendo!

Non mancano in ogni caso alcuni problemi, per lo più di natura tecnica, che in qualche modo potrebbero – agli occhi di qualcuno – sminuire il valore di quella che, a tutti gli effetti, si è dimostrata essere una delle più grandi e solide produzioni AAA degli ultimi anni. Parlo soprattutto dei già ampiamente chiacchierati cali di fluidità dell’azione in concomitanza dell’esplorazione di determinate ambientazioni (soprattutto guardando all’edizione Wii U), ma anche di un profilo tecnico tutto sommato sorretto in gran parte dall’eccellente lavoro di character design e dalla direzione artistica, ancora una volta mossa in direzione di uno stile cartoon a metà fra la sintesi geometrica del cel shading di Wind Waker e i cromatismi pastello di Skyward Sword. Non si può certamente dire che il The Legend of Zelda Breath of the Wild sfiguri in modalità docked, ovvero quando è proiettato su un televisore, magari anche dal polliciaggio generoso, ma senz’ombra di dubbio il meglio di sé lo dà in modalità portatile, dove i già citati cali di frame rate sono praticamente azzerati (soprattutto dopo la recente patch correttiva) e la risoluzione interna del titolo (720p) corrisponde esattamente a quella dello schermo di Nintendo Switch. Personalmente ho trovato qualche difficoltà ad apprezzare l’avventura accompagnato solamente dai joycon, mentre passando al più ergonomico – ma invero costosissimo – joypad pro la situazione è migliorata notevolmente, anche considerando il complesso numero di input mappati sui tasti.  Qualche incertezza la si ravvisa anche nella gestione della telecamera durante i combattimenti con più nemici in contemporanea. In tal senso il problema è legato al fatto che pur nella sua scoppiettante veste rivoluzionaria, anche Breath of the Wild indugia in meccaniche – come il “lock on” – mutuate dall’ormai antico The Legend of Zelda Ocarina of Time. Il risultato non è esattamente il sistema di combat più fluido e moderno di sempre, ma con qualche sforzo ci si abitua all’impossibilità di variare la propria attenzione da un nemico all’altro senza doversi giocoforza spostare durante gli scontri.

La linea narrativa di Breath of the Wild è decisamente più sottile di quella vista nei capitoli passati, ma regala momenti estremamente intensi senza perdersi troppo in parole.

Ottima, invece, la colonna sonora che, per una volta, non è trainata interamente dal talento di Koji Kondo, compositore storico del franchise e dell’universo Nintendo. Il commento musicale è dinamico, e capace di sottolineare l’atmosfera di specifiche ambientazioni come di infondere maggiore pathos a momenti importanti dell’avventura. I pezzi musicali variano la stratificazione strumentale a seconda di come il giocatore si sta comportando, con risultati sorprendentemente epici in concomitanza di scontri con nemici importanti; il doppiaggio italiano, comunque limitato a sporadiche scene cinematiche, non stupisce per qualità o interpretazione, ma fa il suo sporco lavoro senza risultare mai sgradevole. Peccato che “Hyrule” non si pronunci in quel modo, caro direttore del doppiaggio.

 

 

 

 

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The Legend of Zelda Breath of the Wild è una mosca bianca in un panorama di produzioni AAA che tentano di inseguire modelli creativi omologati e rassicuranti, ritagliati attorno al semplice concetto di far sentire a casa i giocatori e di ricoprirli di gratificazioni per vederli tornare. La scommessa di Nintendo è stata invece quella di creare un mondo nuovo, tutto da scoprire e al tempo stesso familiare, capace di divertire genuinamente e stupire senza risultare eccessivamente autoreferenziale o borioso. Questo titolo di lancio di Nintendo Switch – che rappresenta anche il canto del cigno di Nintendo Wii U – è stato capace di far brillare i propri pregi al punto di riuscire a far passare in secondo piano i difetti comunque riscontrabili, e personalmente non vedo l’ora di vedere come Nintendo sfrutterà questa nuova filosofia open world nelle prossime iterazioni di questo storico franchise.

verde

Good

  • Artisticamente lodevole.
  • Uno dei pochi Open World davvero vivi.
  • Tante cose da fare.
  • Struttura ludica aperta e rispettosa del giocatore.
  • Una Zelda memorabile nel suo essere così umana.

Bad

  • Piccolezze tecniche sparse.
  • Controlli un po' macchinosi.
  • Sistema di combattimento rivedibile.
9.4

Majkol

C’è chi dice che nella sua stanzetta, dietro una mole spaventosa di fumetti d’epoca giapponesi, si celino misteri infiniti. Da sempre appassionato di videogame made in Japan e delle opere animate di Kunihiko Ikuhara, dategli un qualsiasi J-RPG e lo renderete un orsetto felice.