Strade del cielo, strade di ferro

Riccardo

Innanzitutto prendete fiato, perché le prossime cinque o sei righe saranno un po’ un casino: Trails of Cold Steel (Sen no Kiseki), infatti, è l’undicesimo capitolo della serie The Legend of Heroes, il sesto della “nuova trilogia” e il terzo ad arrivare in occidente dopo i due capitoli di Trails in The Sky arrivati su PSP e PC negli ultimi anni. Dopo aver tradotto i due capitoli principali dell’arco di Libelr, XSEED ha deciso di dedicarsi a questa prima avventura di Nihon Falcom su Playstation 3 saltando (incomprensibilmente, devo dire, e spero solo per il momento) Zero no Kiseki e Ao no Kiseki lasciando anche Trails in the Sky – Third Chapter a data da destinarsi.

Non ci avete capito nulla? È normale, nemmeno io. L’importante è sapere che il destino occidentale della serie potrebbe anche essere legato alle vendite di questo titolo, ma temo che questa si sia rivelata una pessima scelta, anche se spero di sbagliarmi

The Legend of Heroes Trails of Cold Steel art000

Paese che vai, usanze che trovi

Ci troviamo stavolta nell’Impero di Erebonia, dove il sistema sociale classista è in declino e la nobiltà cerca – senza riuscirci troppo – di contenere il desiderio di una vita migliore dei plebei. La grande crisi di Liberl è appena finita e la conferenza di pace di Crossbell è alle porte, ma non tutti sono d’accordo con le mosse del Cancelliere di Ferro e Sangue e diversi gruppi terroristi si muovono nell’ombra.

In questo complicato scenario seguiamo la storia di Rean e i suoi compagni della Classe VII, un corso sperimentale all’accademia militare di Thors in cui non si fanno distinzioni di ceto e con lo scopo – almeno apparente – di testare l’ARCUS, una nuova tecnologia che potrebbe rivoluzionare la guerra. Sarà mica un caso che le missioni affidate al gruppetto siano così simili al lavoro dei Bracer, le cui gilde sono sparite da Erebonia nel giro degli ultimi due anni?

L’ambientazione scolastica di Trails of Cold Steel si riflette profondamente sull’andamento della trama e, devo dirlo, lo fa in modo pessimo. Ognuno dei sei capitoli è rigidamente strutturato: troviamo una scenetta introduttiva, un’assemblea di classe, una o due giornate “libere” durante le quali Rean aiuta i membri del consiglio studentesco facendo dei piccoli “favori” (in una vera e propria pletora di subquest, ovviamente) ai suoi compagni o agli abitanti di Trista (la città in cui si trova l’accademia di Thors). Tra una quest e l’altra, Rean può rafforzare il proprio rapporto con gli altri membri della Classe VII, spendendo i punti legame (bonding points) ricevuti all’inizio della giornata per accedere a scenette prese a piene mani dagli standard degli slice of life giapponesi. Inoltre, deve esplorare il vecchio edificio scolastico, uno dei punti focali della scuola e centro dei misteri che avvolgono il passato di Rean e le vicende del primo imperatore di Erebonia. Alla fine delle due giornate libere, l’immancabile esame pratico (un combattimento con alcuni obiettivi particolari, niente di più) anticipa la “gita scolastica” (field study) che vede la classe dirigersi in punti chiave dell’impero per portare a termine alcune missioni assegnate da importanti figure sociali o militari. Chiaramente durante queste gite non manca qualche incontro con un gruppo di sovversivi, fondamento per l’imprescindibile cliffhanger che, già lo sappiamo, ci attende alla fine di questo primo capitolo.

The Legend of Heroes Trails of Cold Steel art001Un brutto slice of life

Ogni capitolo della storia copre grosso modo un mese di scuola e proprio questo è uno dei problemi principali di Trails of Cold Steel: considerata la sequenza composta da giornata libera, esercitazione e trasferta, viviamo a malapena una settimana al mese in compagnia del gruppetto, a intervalli di cinque o sei giorni tra un incontro e l’altro, spezzando completamente la continuità del racconto. So bene che di norma il tempo percepito dal giocatore è diverso dal tempo del racconto (quante volte abbiamo dovuto affrontare un’emergenza, ma non prima di esserci fatti una bella dormita per rimetterci in forze?), ma ho l’impressione che in questo caso vedere “scorrerci davanti” la vita dei protagonisti senza avere voce in capitolo sia fatale per l’immedesimazione e impedisca di instaurare una vera e propria empatia con gli eventi a cui si assiste.

Difficile, quindi, accettare di buon grado le cause per cui Rean si trova improvvisamente “eletto” a leader della classe – certo, essendo il protagonista è naturale, ma difficile capirne i veri motivi – o apprezzare le evoluzioni caratteriali dei comprimari, i cui comportamenti risultano peraltro ingabbiati entro una struttura diegetica frammentata, che prevede che i giovani possano parlare tra loro solo una volta al mese: il fatto che ogni membro della Classe VII abbia un proprio segreto è naturale, so’ regazzi, ma come giustificare il loro improvviso bisogno di aprire il proprio cuore se non si ha modo di apprezzare come si relazionano normalmente tra loro, e come portano avanti le loro amicizie?

Nonostante questo, i legami tra i vari personaggi sono una delle chiavi volta del sistema di gioco: a maggiore affiatamento corrisponde infatti una migliore resa in combattimento. Tuttavia, è particolarmente frustrante il fatto che durante la prima partita non riceveremo mai abbastanza bonding point per esplorare appieno queste amicizie, e sarà necessario chiudere almeno tre partite per completare il gioco al 100%. Si tratta di un mezzuccio mediocre, escogitato allo scopo di conferire rigiocabilità a un titolo già lungo a sufficienza (una prima partita porta via almeno 70 ore) e con una trama che non decolla prima del quinto capitolo, tanto da rendere davvero difficile giustificare un impegno così gravoso per la sola raccolta dei trofei.

The Legend of Heroes Trails of Cold Steel art003Strategia in campo

Se la struttura della storia vi ha ricordato un po’ Persona 3 e 4 è perché giocando a Trails of Cold Steel si ha la netta sensazione che i ragazzi di Falcom abbiano cercato di prendere tutto il meglio del mondo J-RPG per inserirlo nel loro gioco.

Si entra in combattimento “collidendo” con i mostri presenti nel mondo di gioco, che è possibile sorprendere alle spalle per ottenere dei bonus di battaglia. Attenzione, perché anche loro sono capaci di fare lo stesso (anche se è molto difficile, bisogna dirlo) e soprattutto all’inizio dell’avventura una disattenzione del genere si può rivelare fatale.

Le battaglie presentano una forte componente strategica grazie alla presenza di tecniche e armi basate sul sistema AoE, così che diventa molto importante come disponiamo il nostro party nell’arena di combattimento. Sulla scia di esempi come Final Fantasy X (per dirne uno), ad ogni turno possiamo scegliere se lanciare dei semplici attacchi fisici, muoverci nell’arena, usare gli oggetti o scatenare le orbal art – le magie del mondo di The Legend of Heroes – o le craft uniche di ogni personaggio. Gli ARCUS permettono di stabilire un collegamento tra due personaggi, aumentando la loro affinità in battaglia e permettendo l’attivazione di alcune abilità specifiche a partire dal semplice “colpo a seguire” fino all’auto-cura, al contrattacco, al colpo di grazia e così via; a patto, naturalmente, che i due personaggi in questione abbiano raggiunto una certa confidenza tramite i bonding event. Purtroppo non è semplice sfruttare al meglio questa feature, con un cast di nove personaggi (undici, più avanti nel gioco) utilizzabili in un party di massimo sei, quattro principali sul campo di battaglia e due riserve da sostituire all’evenienza (FFX, ricordate?). Certo quando vi troverete con parte del gruppo indietro di cinque o sei livelli vi chiederete perché non mettere direttamente tutti a disposizione; e continua a sfuggirmi la motivazione per la quale i personaggi K.O. non possano essere direttamente sostituiti dalle riserve senza prima essere resuscitati.

A proposito del meglio dei giochi di ruolo giapponesi… beh, non può non venire alla mente il materia system di Final Fantasy VII, che in effetti sembra essere più che una semplice ispirazione per l’orbal system di Trails of Cold Steel: ogni personaggio possiede un suo ARCUS personale sul quale potremo equipaggiare uno dei 28 Master Quartz (dotati di diverse abilità e che si evolvono accumulando esperienza nei combattimenti) più altri otto quartz minori tra i numerosi ottenibili dai mostri più forti, dalle casse del tesoro, come ricompensa per le varie quest o sintetizzandoli nelle orbal factory presenti in ogni città e nell’accademia. Il sistema dei sephit di Trails in the Sky è stato parzialmente abbandonato in favore di uno meno complesso – meno agevole per il giocatore, a mio avviso – e molto più simile a quello delle materia, con ogni quartz associato a una specifica abilità, che rende molto più rigidi i ruoli nel party: agli attaccanti assoceremo i quartz che conferiscono buff fisici o infliggono alterazioni di status (con questo nuovo sistema, un personaggio con più segmenti può infliggere anche cinque malus), ai maghi quelli che sbloccano le orbal art… mentre Jusis spicca come unico personaggio “di confine” e davvero difficile da gestire in maniera efficace (la mia riserva preferita, comunque, come scalda la panchina lui non riesce nessuno).

The Legend of Heroes Trails of Cold Steel img001

Pressapochismo

Nei miei piani originali c’era una comparazione punto punto con Trails in the Sky, ma mi sono reso conto che sarebbe stata crudeltà vera e propria. Del resto, pressapochismo è la parola che caratterizza l’esperienza di Trails of Cold Steel, a mio avviso: non c’è niente, dall’inizio alla fine, che dia la sensazione di essere stato oggetto di reale attenzione da parte del team di sviluppo. Graficamente il titolo non ha nulla da dire, visto che le ambientazioni risultano claustrofobiche, poco dettagliate, vuote all’inverosimile e prive di ogni straccio di personalità, totalmente dimenticabili; lo sviluppo dei personaggi è raffazzonato, quasi mai giustificato da una qualche profondità psicologica oltre il “deve succedere per motivi di trama”; le musiche sono piatte, fatta eccezione dell’opening e di un paio di pezzi più concitati, al punto che non riesco a canticchiare nemmeno quella più presente che ci accompagna mentre giriamo per l’accademia; il sistema di combattimento è fortemente sbilanciato verso l’effetto sorpresa e cogliere alle spalle o farsi sorprendere assicurerà rispettivamente una vittoria facile o una morte quasi sicura.

La lentezza esasperante accompagna fedelmente questo titolo: da un lato troviamo una regia banale e ripetitiva, piena di momenti morti che non sottolineano alcunché, dall’altro un sistema di controllo rigido che rende l’esplorazione un vero e proprio martirio. In generale il motore di gioco restituisce una sensazione di inadeguatezza, come se non riuscisse a gestire un titolo che vuole essere più complicato di quanto gli sviluppatori non potessero permettersi: perché hai voluto sviluppare questo titolo in 3D, Falcom? Era davvero necessario?

Almeno XSEED sembra essersi comportata bene, con un adattamento piacevole e che non sembra mai fuori luogo. Purtroppo è d’obbligo segnalare l’assenza delle voci giapponesi, ma non per scelta dei localizzatori – almeno stando alle loro dichiarazioni e non ho motivo di non fidarmi. Curioso come la canzone d’apertura abbia mantenuto il testo, visto quello che succede con altre produzioni orientali, ma è meglio così.

Ho avuto modo di provare entrambe le versioni del titolo, casalinga e portatile, ma senza che nessuna delle due uscisse veramente vincitrice dal confronto: su Playstation Vita il gioco gira tutto sommato discretamente – tecnicamente potrebbe essere un titolo PS2, quindi la cosa non mi sorprende – e non ci sono grosse differenze grafiche eccetto un po’ di aliasing e la mancanza di ombre dinamiche, ma è comunque funestato da caricamenti continui e da un’interfaccia non pensata per uno schermo così piccolo e davvero al limite dell’illeggibile (al punto che ho persino rispolverato l’inutilissima Playstation TV prima di rimetterci qualche altra diottria); la versione PS3 gode ovviamente di una resa grafica migliore, anche se parliamo di appena 720p, accompagnata però da un fastidiosissimo bug agli effetti sonori di armi e magie (sul campo come in combattimento) che spesso vengono caricati in ritardo. Su entrambe le piattaforme il motore di gioco sembra così male ottimizzato che la presenza di più di sette personaggi a schermo causerà immancabilmente un po’ di stuttering riscontrabile, anche negli ambienti chiusi in cui si è osato aggiungere qualche ornamento che andasse oltre i più semplici muri e colonne.

The Legend of Heroes: Trails of Cold Steel

Sviluppatore: Falcom
Publisher: NIS America
Genere: J-RPG
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 12+
Lingua: Inglese
Versione Testata: PlayStation 3 e PS Vita
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Dove trovo posso acquistarlo?

PS Store

Compralo su Amazon!

Contenuti

  • Coinvolgimento
  • Narrazione
  • Interazione
  • Linearità
  • Condivisione

Galleria

Se avete amato come me Trails in the Sky, forse potrete comprendere la cocente delusione che mi ha assalito di ora in ora giocando a Trails of Cold Steel. Non saprei nemmeno da dove iniziare a riassumere cosa non vada: forse dal restyling grafico assolutamente non necessario, e che anzi ha causato una significativa perdita di personalità? Al motore di gioco evidentemente immaturo e inadatto? Al commento sonoro banale, ai combattimenti non calibrati, alla trama praticamente inesistente per un buon 60% del gioco? Trails of Cold Steel di per sé non è indecente – per quanto abbastanza inaccessibile a chi sia poco avvezzo alla cultura giapponese – ma sicuramente mi piange il cuore pensando che a questo titolo è affidata la futura distribuzione occidentale della serie. Vi lancio un appello: compratelo e procuratevi anche il seguito a tempo debito. Poi lasciatelo sullo scaffale, spendete i vostri soldi su Trails in the Sky che è bellissimo e sperate che le vendite siano abbastanza convincenti per portare in Europa anche Ao e Zero, i due degni eredi di uno dei migliori jRPG di sempre. Questo consideratelo un po’ come il cugino brutto, ecco.

giallo

Good

  • Gli appassionati potranno finalmente esplorare Erebonia
  • 80 ore di gioco
  • Un sacco di cose da fare…

Bad

  • … ma senza alcun impatto sulla storia.
  • Impacciato e anonimo come un adolescente brufoloso al ballo della scuola.
  • Gestione del party quantomeno discutibile.
  • Tecnicamente indietro di una generazione, almeno.
6

Riccardo
Sono una persona comune. Nato in una famiglia comune, ho ricevuto una comune educazione, ho una faccia comune, prendo voti molto comuni e penso cose comuni. Videogioco dacché ho memoria, sonaro d'elezione ma non mi piace perdere tempo a ribadire l'ovvio. Quando arrivo alla current gen, è sempre troppo tardi.