The Elder Scrolls Online: Morrowind

Ilya Muromets

The Elder Scrolls Online Morrowind

Sviluppatore: Bethesda
Publisher: Bethesda
Genere: MMORPG
Disponibile: Digital (BETA)
Lingua: Inglese
Data di lancio: 6 Giugno 2016

Avviato in relativa sordina (e non senza polemiche) tra 2014 e 2015, The Elder Scrolls Online può ormai definirsi come una realtà piuttosto solida nel panorama dei MMORPG, anche e soprattutto grazie alla sagace scelta di eliminare l’abbonamento mensile in virtù della formula free-to-play. Tale decisione, resa effettiva nel marzo del 2015 poco prima della pubblicazione dell’edizione console, determinò una più esplicita apertura verso la fronda dei casual players e, conseguentemente, il costante afflusso di una tipologia di pubblico meno avvezza (e tutto sommato meno interessata) alla cornice storico-narrativa della saga primigenia. A questo proposito, si sono lette da più parti lamentele stizzite da parte dei giocatori più “puristi”, rimasti spiazzati dal fatto che ESO proponesse un’esperienza che poco ha a che vedere con quanto elaborato da Bethesda nel corso dell’ultimo ventennio. La Tamriel messa in scena da Zenimax, infatti, è essenzialmente un gigantesco parco giochi a uso e consumo dei farmer più incalliti, che trovano ad attenderli tutto ciò che c’è da aspettarsi da un classico MMORPG occidentale: enormi spazi da percorrere, frotte di mobs continuamente rigeneranti da abbattere a colpi di spade bastarde e palle di fuoco, una moltitudine infinita di armi, armature e oggetti, nonché lussuose dimore da acquistare come ricompensa per il superamento delle missioni. Niente di sbagliato in questo, intendiamoci: ma possiamo forse comprendere (anche se non del tutto giustificare, visto che esiste Google…) lo sconcerto di chi si attendeva da ESO una trasposizione in chiave “collettiva” delle solipsistiche avventure offerte dalla serie originale.

Con l’imminente pubblicazione di The Elder Scrolls Online: Morrowind Bethesda sembrerebbe – almeno sulla carta – orientarsi verso una direzione più “conservativa”. I trailer e i filmati d’anteprima diffusi finora intendono chiaramente ammiccare a quella tipologia di pubblico che, rimasto orfano di uno dei pilastri del genere cRPG e divenuto appassionato sostenitore di interessanti progetti amatoriali quali Morrowind Overhaul e Skywind, accoglierebbe con entusiasmo un’espansione che promette al giocatore di poter tornare a tutti gli effetti sull’isola di Vvardenfell – e stavolta in via del tutto “canonica” e ufficiale.

Bisogna ammettere che, almeno a giudicare dalla closed beta che abbiamo avuto possibilità di provare in questi giorni, l’effetto nostalgia riveste effettivamente un ruolo molto importante all’interno di ESO: Morrowind, a cominciare dalle primissime fasi. Sia che si impieghi un personaggio già pronto, sia che lo si crei ex novo, l’incipit della vicenda resta esattamente lo stesso di ogni altra avventura Bethesda: il giocatore impersona infatti il classico prigioniero che viene liberato per motivazioni più o meno inintelligibili, e si ritrova all’improvviso a dover condurre una serie di importanti missioni per la salvezza della patria. Superato un semplice tutorial che riassume i fondamenti del gameplay di ESO, ci si ritrova su una nave diretta verso un approdo molto familiare: si tratta infatti del piccolo molo di Seyda Neen, la cui immagine è rimasta letteralmente tatuata nelle sinapsi di chiunque possedesse un PC nel 2002. L’ondata di memorie prosegue nel momento in cui si attraversa la soglia che conduce all’ufficio del censo, e si ripercorre quello stesso identico corridoio verso la stanza con la libreria piena di suppellettili da sgraffignare, lo scantinato con le grandi botti e il pagliericcio al suolo, il cortile interno con la botte di legno a sinistra della porta, nella quale sicuramente troveremo… ebbene no, l’anello di Fargoth, quello che saremmo poi andati a ripescare dal tronco in mezzo allo stagno, non c’è.

Esattamente in quel momento, a pochi minuti dall’inizio del gioco, il velo si strappa e l’illusione si rivela in tutta la sua inconsistenza: ESO: Morrowind non è e non potrà mai essere Morrowind, e siamo stati davvero stupidi a pensare anche solo per un momento che l’incantesimo potesse ripetersi. Questa Vvardenfell del 2017 è un affollatissimo diorama multicolore che si limita a riproporre l’aroma artificiale di quello che fu il mondo per eccellenza di tutti i videoruolisti dei primi anni 2000. Certo, ci sono i Silt Strider con il loro caratteristico verso, le tombe ancestrali e il vulcano, i grandi funghi e i fastidiosi Cliff Striders, le ziqqurat di Vivec e i carapaci di Ald’Ruhn. Ma nessun mago folle piomberà dal cielo regalandovi involontariamente una spada elettrificata, e la porta della casa di Caius Cosades in quel di Balmora resterà ben chiusa, per quanto forte possiate bussare.

Svanito l’abbaglio, resta naturalmente la regolare esperienza MMORPG garantita da Zenimax, sicché se avete apprezzato il gioco base difficilmente resterete delusi da questa espansione: Vvardenfell resta un’ambientazione di indubbio fascino, e la nuova classe dei Warden (assimilabili ai classici druidi) risulta piuttosto divertente da sperimentare. Se invece appartenete alla vecchia guardia e vi illudete di poter trovare qui un’altra Morrowind, vi consigliamo di tornare a rivolgere la vostra attenzione al variegato universo delle mod amatoriali: rischiereste altrimenti di rimanere dolorosamente disattesi.

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.