Baroque Decay

Ilya Muromets

The Count Lucanor

Sviluppatore: Baroque Decay
Publisher: Baroque Decay
Genere:Action RPG/Puzzle
Disponibile: Digital
PEGI: 18+
Lingua: Inglese
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

In origine, alcune placide colombe giungevano dall’alto a cavare gli occhi alle sorellastre malvagie di Cenerentola; Charles Perrault (1697) lasciava che il lupo divorasse tranquillamente la nonna e la nipote, senza invocare salvifici cacciatori e/o taglialegna; la Bella Addormentata di Giambattista Basile (1634) si risvegliava non certo grazie a un bacio, ma per le doglie del parto, visto che il principe aveva pensato bene di defilarsi dopo essersi fatto gli affari suoi. Insomma, è cosa notissima che le fiabe tradizionali non avessero davvero nulla di convenzionalmente rassicurante o grazioso, e che il lieto fine non fosse in nessun caso obbligatorio. Il “candeggio” effettuato dalla Disney dagli anni ’30 in avanti ha lasciato intonse ben poche superstiti (tra le quali si conta perlomeno la più goth di tutte, Barbablù), e il termine “fiaba” è stato ridotto allo status di etichetta per una letteratura per l’infanzia moralistica e bamboleggiante, tutto sommato lontana dai turbamenti ombrosi che segnano le giornate degli infanti reali.

Fin dalle sue prime manifestazioni, l’universo videoludico deve moltissimo alla vecchia fiaba (o saga) di tradizione indoeuropea, nel senso più ampio del termine: banalmente, e senza per forza scomodare l’intero genere delle avventure grafiche, non ci sarebbe stato nessun Mario senza una Peach da andare a salvare in qualche paese lontano lontano. È invece fenomeno più recente l’introduzione nel campo del videogioco di massa di un diverso approccio alla fiaba, non tanto assunta in qualità di crogiolo generatore di espedienti narrativi, quanto piuttosto analizzata in qualità di vero e proprio genere narrativo: insomma, una riflessione di impronta squisitamente meta-letteraria, sulla quale viene costruito l’impianto dei valori ludici dei titoli in questione. Questi titoli, in altre parole, si presentano al fruitore – soprattutto attraverso espedienti di ordine grafico-artistico – proprio come fossero fiabe multimediali riconoscibili in quanto tali, e si affidano a questo principio di riconoscibilità per veicolare i propri contenuti. I risultati di questa operazione, come sempre, sono variabili, così come variabili sono le formule scelte. Nel corso degli ultimi due o tre anni si è passati da creazioni di assoluto valore come Brothers: Tale of Two Sons – per chi scrive il gioco più importante della scorsa generazione – a sgonfi e ingiustificabili pastiche citazionisti quali Child of Light; per giungere poi al recentissimo Stories: the Path of Destinies, curiosa ma incompiuta interpretazione della fiaba-saga di lontana matrice esopica.

C’era una volta il piccolo Hans…

Di questa variegata famiglia fa parte senza alcun dubbio questo The Count Lucanor, piccolo ma prezioso puzzle-adventure sviluppato dalla casa indie transnazionale Baroque Decay. Anzi, più che farne parte, possiamo dire che ne sembra quasi il patriarca, tanto è connaturata la componente fiabesca all’interno di ogni suo pixel, e tanto questa componente risulta fedele alla fonte a cui si ispira. Si potrebbe anzi affermare che The Count Lucanor rappresenta una perfetta trasposizione in chiave videoludica di quello specifico immaginario, tuttavia filtrato attraverso una complessa architettura di sovrastrutture interpretative, che lo rendono uno dei videogiochi più colti attualmente in circolazione. Pur fondandosi su un impianto tecnico semplicissimo e privo di virtuosismi, gli sviluppatori di Baroque Decay dimostrano di aver appreso numerose importanti lezioni lungo la strada. In The Count Lucanor si rintraccia infatti la memoria di The Legend of Kyrandia – che è forse il suo “padrino” più diretto – ma anche di Clock Tower, di Rule of Rose e della migliore tradizione nipponica del children-horror. Ma c’è di più: vi si trova Miyazaki, i World Masterpiece Theater, Puella Magi Madoka Magica, Neil Gaiman, Lewis Carroll e Carlo Collodi, Rembrandt, Poe, Goethe e Bulgakov. Il tutto ben masticato, assimilato e rielaborato con sapienza, allo scopo di narrare al giocatore la semplice storia di Hans, un bambino di dieci anni egoista e insoddisfatto, che non si accontenta più di vivere poveramente assieme alla madre in una proverbiale capanna sul limitare del bosco, e che decide di lasciare casa in cerca di fortuna. Proprio come nelle fiabe, la madre quasi non batte ciglio di fronte alla notizia: gli consegna un bastone in dono e lo manda per la sua strada. Comincia dunque l’avventura di Hans lungo la strada che conduce, naturalmente, verso il bosco. E cominciano gli incontri, che (proprio come nelle fiabe…) si verificano quasi in successione paratattica, uno per schermata. Alcuni personaggi risultano apparentemente innocui: c’è un pastorello allegro che vuole far merenda, una vecchia che deve nutrire il suo porcellino, un mercante disperato per aver rovesciato il carico del suo padrone. E poi c’è lui, il Coboldo, primo servitore del misterioso – e apparentemente defunto – Conte Lucanor, il cui incalcolabile patrimonio si dice sia nascosto all’interno di un castello poco distante.

Attirato dalla promessa di tesori immensi, Hans si ritrova così imprigionato all’interno del castello, ed è costretto a stipulare un patto diabolico con il Coboldo: se il bambino riuscirà a indovinare il vero nome del servitore mettendo insieme le lettere che si celano all’interno del castello, potrà uscirne illeso e, auspicabilmente, ricchissimo. Il vero cuore del gioco si ambienta proprio all’interno dell’inquietante edificio, di cui Hans (e il giocatore con lui) impara ben presto a conoscere il letale funzionamento a orologeria. Di quarto d’ora in quarto d’ora, il castello comincerà a popolarsi di creature spettrali e pericolosissime, da cui il protagonista non può in alcun modo difendersi se non anticipandone le mosse e rifugiandosi all’occorrenza nel cortile centrale, unico punto di ristoro nel quale è consentito salvare la partita – beninteso, al costo di una preziosissima moneta d’oro.

 

 

 

 

Contenuti

Dove posso acquistarlo?

Tra bellezza e terrore

La caccia alle singole lettere è, dal punto di vista del design, un’impresa non caratterizzata da chissà quale ricercatezza: i puzzle imposti di volta in volta dal castello non mostrano né un grado di sfida peculiare, né una costruzione particolarmente originale, e il percorso di Hans procede relativamente spedito anche a causa di meccaniche di movimento/interazione molto elementari, quasi disadorne. La relativa modestia dello scheletro ludico, che per altri titoli finirebbe per abbattere drasticamente la valutazione, in questo caso viene però di gran lunga sublimata da una geniale costruzione ritmica dell’esperienza, che contribuisce ad annullare gradualmente le distanze tra il giocatore e il suo piccolo avatar. The Count Lucanor presenta forse uno tra i migliori “montaggi” videoludici che riesca a ricordare, alternando con estrema intelligenza i momenti di tregua alle corse più concitate, e guidando magistralmente Hans attraverso quello che si configura quasi subito come un vero e proprio percorso di formazione/espiazione. Dopo appena poche decine di minuti, infatti, si comprende benissimo come il castello rappresenti una sorta di estrinsecazione orrorifica dell’avidità umana, di cui lo stesso Hans è divenuto partecipe abbandonando la casa natia e cedendo alle lusinghe del Coboldo. Come fosse uno specchio distorcente, l’edificio rivela al bambino di essere un suo doppio fatto di pietra e di ombre, e concorre a disegnare un’immagine dell’infanzia tutt’altro che serena, rassicurante e disneyana. Una volta comprese le debolezze del personaggio che si trova a manovrare – che sono anche le sue proprie debolezze: chi non ha mai avuto cattivi pensieri? – il giocatore si fa sempre più cauto ad ogni passo: sente, letteralmente, il pericolo che lo circonda, ed è costretto ad agire di conseguenza.

La facies artistica partecipa appieno alla costruzione di questo gioiello. The Count Lucanor è infatti un piccolo capolavoro di orrida bellezza, capace di recuperare come nessun altro la magistrale lezione grafica degli shojo manga classici per restituire splendide cutscene dai toni vittoriani, e animazioni 2D degne delle migliori scuole nipponiche. Il gioco su mappa non risparmia scene forti, non di rado confinanti con il gore, che tuttavia si stemperano nelle sgranature di una più che valida pixel-art, configurandosi come una forma di violenza astratta, immaginativa, piuttosto che realmente esperita. Che è poi – ammettiamolo – esattamente il modo con cui i bambini finiscono per venire a patti con l’idea che la nonna venga divorata dal lupo, o che le sette orchesse di Pollicino finiscano sgozzate dal loro stesso papà.

The Count Lucanor è un gioco sorprendente. Gli ancora sconosciuti sviluppatori di Baroque Decay hanno confezionato la migliore trasposizione possibile della fiaba classica in campo videoludico, offrendo al giocatore un’esperienza costantemente in bilico tra l’idillio e la tragedia, e restituendogli in modo efficace i valori archetipici e catartici del genere letterario di riferimento. Risultato di un’operazione produttiva colta e sofisticata, è un gioco ampiamente consigliato per ogni genere di pubblico, considerando anche il costo davvero irrisorio.

verde

Good

  • Concept di grande raffinatezza.
  • Eccellente confezione artistica.
  • Scrittura ben ritmata ed efficace.
  • Buon accompagnamento musicale.

Bad

  • Puzzle di per sé non originali.
8.5

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.