Rise of the Tomb Raider (PC)

Luca 'LkMsWb' Balducci

Creare il secondo capitolo di una trilogia è un compito ingrato, ma qualcuno deve pur farlo. La storia, videoludica e non, è piena di seguiti da dimenticare, ma anche di qualche capolavoro entrato nella storia. Di quale gruppo fa parte Rise of the Tomb Raider? Del terzo: seguiti… piuttosto anonimi.

Crystal Dynamics non ha voluto escludere nessun giocatore, e per questo Rise risulta legato al precedente Tomb Raider in maniera fin troppo labile, a partire dalla protagonista stessa: è passato solo un anno dalle vicende narrate nel reboot della serie, eppure la prima impressione è che sia intercorso più tempo. L’atteggiamento di Lara autunno/inverno 2016, così come l’aspetto, sembrano fin troppo lontani da quella vulnerabilità e mancanza di esperienza che caratterizzavano la ragazza nel 2013. E ciò si riscontra soprattutto nella prima parte della storia, che, cadute escluse, vuole quasi essere un omaggio alla saga storica nata su PlayStation: in Siria fra atmosfera catacombale e puzzle si rivive per qualche istante qualcosa di comparabile ai primi (più semplici) livelli dei capitoli anni ’90.

Rise of the Tomb Raider

Ma la storia prosegue, e la necessità di differenziarsi ed evolversi dai trascorsi della serie porta il focus all’esterno di Lara: laddove in Tomb Raider (2013) l’attenzione era riposta prevalentemente sul lato emotivo e psicologico dell’eroina, ora si concentra sulle sue relazioni con gli altri personaggi, e sulle motivazioni di questi ultimi. La narrazione si dipana in una serie di flashback che accompagnano gli eventi principali del “presente”, ma fin troppo contenuto è lasciato ai dettagli nascosti negli oggetti collezionabili sparsi per i vari livelli; dettagli che intendono conferire vita e corpo ad un mondo altrimenti fin troppo superficiale, in contrasto con lo spirito di scoperta che la dottoressa Croft impersona. Sono proprio i flashback e i discorsi dei coprotagonisti a risvegliare i monologhi interiori che Lara pronuncia quando riposa davanti al fuoco, e a fornire alla seconda metà del titolo uno sviluppo un po’ più profondo, pur non raggiungendo quel livello di empatia fra giocatore e protagonista che il prequel aveva coltivato.

L’archeologa Il soldato perfetto

Rise of the Tomb Raider img000A scavare un solco profondo fra il giocatore e Lara ci pensano un paio di elementi non indifferenti, primo fra i quali il fatto che il gioco sia estremamente orientato sui combattimenti, e che la bella Croft si comporti più come Jason Bourne che come un’archeologa (complice anche il gran numero di abilità dedicate alle capacità belliche). Abbondante anche la presenza di risorse craftabili, tanto che si è invitati a prestare (relativa) attenzione alla loro gestione solamente giocando al livello di difficoltà più elevato: il materiale per creare frecce e munizioni, insomma, difficilmente viene a mancare.
Le abilità di esplorazione sono in larga parte ereditate da quelle presenti nel primo capitolo, ma vengono rese disponibili solo con l’avanzare del gioco, come se a Lara non venisse in mente di legare una corda ad una freccia. Gli oggetti necessari al proseguimento entrano in possesso della protagonista solo qualora essi risultino necessari al proseguimento della storia principale, costringendo i giocatori che volessero scovare ogni segreto della storia ad affrontare un massiccio backtracking.
Come nel primo capitolo i focolari rappresentano i centri focali del teletrasporto, e risultano ancora più importanti vista la svolta parzialmente open world del titolo: non pensate a GTA o a Just Cause, la struttura a “mappa aperta” è limitata a due zone relativamente ampie, con alcuni corridoi a plasmare i luoghi più caratteristici e a servire come collegamento fra di esse .
L’esperienza necessaria per proseguire si ottiene, fortunatamente, svolgendo praticamente qualsiasi attività, ed il quantitativo di punti EXP risulta particolarmente elevato quando si completano le tombe opzionali: in Rise ne sono presenti 10 (DLC esclusi), ed ognuna di esse garantisce esperienza, una abilità esclusiva e – soprattutto – il piacere di affrontare le sezioni esplorative più interessanti del gioco. Niente a che vedere con gli enigmi complessi dei capitoli Core Design, ma sicuramente questi ambienti rappresentano un passo nella giusta direzione rispetto al quadro quasi desolante del precedente capitolo. Purtroppo, specie ai livelli di difficoltà più bassi, non è assolutamente indispensabile completare il materiale secondario, dato che l’esperienza e le abilità maturate con il semplice procedere del gioco sono sufficienti a garantire tutto il necessario per portare a termine l’avventura principale. Giocato così, però, Rise of the Tomb Raider tende ad assomigliare un po’ troppo ad uno sparatutto in terza persona con elementi platform, e nel genere si possono trovare titoli dal gameplay decisamente più raffinato.

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Istinto di Particolari

Rise of the Tomb Raider artCosì come Lara scopre nell’istinto di sopravvivenza una risorsa fondamentale per affrontare questa nuova trilogia, così il titolo trova uno dei suoi punti di forza nell’attenzione ai dettagli. A fronte di un level design lungi dall’essere miracoloso, l’impatto estetico è sempre forte, a partire dagli scenari nel complesso fino al più minuto particolare, e si ricava la sensazione di trovarsi di fronte a un mondo creato a mano e con amore. La forte presenza di resti orientali e bizantini all’interno delle ambientazioni ha permesso ai disegnatori di combinare il fascino di strutture ‘esotiche’ alla bellezza naturale delle ambientazioni, anch’essa resa con notevole abilità.
Il lato tecnico è all’altezza di quello del design. Naturalmente la versione PC  costituisce quella di riferimento per Rise of the Tomb Raider: HBAO+, tessellazione molto più presente, texture di risoluzione maggiore e così via. A patto di avere un computer piuttosto carrozzato, si può godere di uno dei titoli con la migliore grafica attualmente presenti sul mercato. Non ci sono singoli elementi di spicco, ma è l’insieme di quanto si vede sullo schermo a meravigliare il giocatore, fra luci, ombre, riflessi, fumo, nebbia. Stonano alcuni piccoli dettagli, su cui si poteva ulteriormente migliorare: la realizzazione del fuoco, la pioggia che in qualche (rara) occasione cade anche all’interno di caverne, i “maledetti” capelli che si intersecano con il modello poligonale della protagonista (e anche questa volta sono sempre puliti…). Dettagli che, data la magnificenza complessiva, stridono ancor di più.
L’impatto musicale è mediamente più sommesso rispetto a quello di Tomb Raider. Rise ne riprende il tema principale, ma la musica spesso lascia il posto al solo suono ambientale, ed i campionamenti, in questo caso, sono ottimi. Il commento si fa più presente in momenti epici o intensi, con temi adatti alla maestosità di certi ambienti, e percussioni frenetiche che esaltano il lato cinematografico delle azioni di Lara. Il doppiaggio inglese è di ottima fattura, e il lip-sync è praticamente a livello di lettura delle labbra – benché il nuovo modello di Lara dia spesso l’impressione di essersi fatta un ritocchino alla bocca vista la rigidezza di certe pose, per assurdo più naturali su altri personaggi. Il doppiaggio italiano è discreto, inferiore principalmente nei personaggi secondari – e, ovviamente, nella corrispondenza fra suoni e movimento delle labbra.

Rise of the Tomb Raider

Sviluppatore: Crystal Dynamics
Publisher: Square Enix
Genere: Avventura 3D
Disponibile: Digital+Retail
PEGI: 18+
Lingua: Italiano
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review.

Dove posso acquistarlo?

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Contenuti

  • Coinvolgimento
  • Narrazione
  • Interazione
  • Linearità
  • Condivisione

Galleria

Cosa dire di Rise of the Tomb Raider? È evidente l’amore posto dagli sviluppatori nella propria creazione, grazie soprattutto ai piccoli e diffusi dettagli che solo una produzione molto curata può regalare. Altrettanto evidente è la ricerca di soddisfare un pubblico più vasto, vuoi per il tentativo di sviluppare un open world, vuoi per le numerose abilità in più. Ma nel tentare di creare un titolo valido per tutti, Crystal Dynamics aliena in parte il pubblico vecchio e nuovo della dottoressa Croft, e tentando di evolvere la serie finisce per creare un ibrido piuttosto scialbo, le cui qualità migliori son sepolte fra le attività secondarie. Sa essere bello, sa essere interessante, sa far appassionare, ma non sa quello che è.

Good

  • Design artistico di altissimo livello
  • Buon lato tecnico (e port PC non castrato)
  • Più zone da esplorare rispetto al primo capitolo
  • Attenzione ai dettagli evidente…

Bad

  • … solo ottenendo ogni reliquia
  • Le zone da esplorare sono per lo più secondarie
  • Troppi combattimenti – e sono principali
  • Non ha un’identità propria
7.4

Luca 'LkMsWb' Balducci
Dai videogiochi al PC, dal PC ai videogiochi: il cerchio è terminato. Convinto PCistamassterrace, cede puntualmente al lato oscuro delle console ad ogni esclusiva degna di nota.