Vai a dire a Zia Rhody che sono morti tutti.

Majkol

Resident Evil 7: biohazard

Sviluppatore: Capcom
Publisher: Capcom
Genere: Survival Horror in prima persona
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 18+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PS4, Xbox One, PC
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

“Enter the Survival Horror” recita, solennemente, il claim del remake di Resident Evil appena giunto su PlayStation 4, PC e Xbox One, dopo aver terrorizzato per anni gli appassionati muniti di Nintendo Game Cube. Il motivo è uno solo: Capcom sa di essere arrivata per prima in un genere che, fino al 1996, era rappresentato solamente dal grezzissimo Alone in the Dark, di cui Resident Evil (o in Giappone, Biohazard) non era che una reinterpretazione offerta in pasto al pubblico console. Per parlare dell’evoluzione della serie, niente di meglio del remake del primo episodio: rappresenta il culmine qualitativo della prima generazione di titoli horror made in Capcom. Dopo aver giocato a Resident Evil Rebirth (così ci piaceva chiamarlo prima della versione rimasterizzata) non ci sarà più modo di rimanere stupiti di fronte alle vecchie iterazioni 32bit o ai loro cloni più o meno dichiarati, come Dino Crisis e Parasite Eve 2. Da lì, fu Resident Evil 4, un fulmine a ciel sereno che sovvertì le logiche ponderate e digerite fino all’ultimo pixel dei survival horror a telecamera fissa e sfondi pre-renderizzati: lo stesso universo di passi trascinati e gemiti zombeschi veniva innestato entro una struttura ludica agile, moderna, capace di donare nuova adrenalina a quelle trame la cui claustrofobica tensione appariva più che altro rappresentata sullo schermo, ma mai realmente percepita.

Vi mancherà prendere a pugni i detriti nei vulcani attivi?

Resident Evil 4, col suo iconico Leon Kennedy, è l’inizio della seconda generazione di survival horror Capcom e uno dei videogiochi più venduti in assoluto, tanto da essere convertito per cellulari e per console ai più sconosciute, fino a giungere su PlayStation 4, PC e Xbox One in una smagliante versione HD. L’abbandono di Capcom da parte di Shinji Mikami e Hideaki Kamiya, creatori e director dei capitoli più amati del franchise, finì in qualche modo per influenzare la direzione in cui ci si stava ormai muovendo: una dimensione caratterizzata da gioco online cooperativo (dopo il fallimento del promettentissimo Resident Evil Outbreak), azione squisitamente TPS e un’estetica che si collocava a metà fra le esplosioni esagerate dell’adattamento cinematografico e il fascino da comic americano a tema super eroistico. La deriva culminò con Resident Evil 6, un videogioco che cercava di accontentare tutti proponendo ben tre campagne (più una extra) permeate da atmosfere distanti e spesso inconciliabili.

Malgrado le vendite abbiano infine dato ragione a Capcom, il sesto episodio rimane da molti considerato un vero e proprio fallimento, e per molti divenne la dimostrazione di come la software house non avesse il coraggio di scegliere una direzione precisa verso la quale indirizzare una delle sue serie di punta. E se oggi esistono tanti spin-off che reinterpretano le singole componenti per cui Resident Evil è diventato famoso (l’atmosfera orrorifica in Resident Evil Revelations, l’azione multiplayer in Operation Raccoon City e Umbrella Corps), forse è proprio questa la ragione: è tempo di scegliere cosa fare da grandi.

WELCOME TO THE FAMILY

Resident Evil 7: biohazard (in Giappone Biohazard 7: resident evil, una chiccheria!) rappresenta una soluzione per molti aspetti radicale, elaborata con caparbietà anche a costo di alienare coloro che si innamorarono della serie Capcom agli albori, e coloro che vi si avvicinarono durante l’evoluzione action della seconda generazione: si tratta, insomma, di un vero e proprio “punto e a capo”. È giusto sfatare subito due preconcetti, forieri di parecchie incomprensioni nei confronti di questo prodotto: non è né il primo capitolo a scegliere una visuale in prima persona, né rappresenta un totale stravolgimento della formula tradizionale. Basta giocarlo qualche minuto per accorgersi che tutto quanto appare sulla scena sprizza nostalgia da tutti i poligoni. Grazie al cielo, non si tratta di una banale capitalizzazione del ricordo, una di quelle operazioni in cui suddetta nostalgia rappresenta l’unica vera attrattiva. Piuttosto, la paragonerei a quella sensazione che si prova nel tornare a casa dopo tanto tempo dopo lavori di ristrutturazione, quando si gode dell’ammodernamento di una struttura che resta comunque familiare.

Il protagonista di questa avventura VR-friendly (nonché primo e – finora – unico progetto ad alto budget dedicato alla realtà virtuale) è Ethan, un uomo di cui non ci serve conoscere nulla se non la sua relazione amorosa con Mia, una donna ritenuta scomparsa ma poi improvvisamente fattasi viva in circostanze del tutto misteriose. Questo semplice pretesto ci costringe a muovere i primi passi sul melmoso terriccio che circonda la villa della famiglia Baker, un gruppetto di inquietanti schizoidi in apparenza interessati a far la pelle al nostro avatar, comprensibilmente poco propenso ad unirsi alla loro “famiglia”. La vicenda è firmata dalla penna di Richard Pearsey, primo “gaijin” a mettere le mani al comparto narrativo della serie e già apprezzato nelle vesti di sceneggiatore per videogiochi celebrati proprio per la loro trama, come Spec Ops: The Line e F.E.A.R. (di cui curò alcuni contenuti addizionali). E se anche è vero che le similitudini con F.E.A.R. sono parecchie, Resident Evil 7 riesce comunque a sussumere il meglio da questa e da tante ispirazioni esterne, palesi o meno, senza mai rinunciare a una propria solida identità. C’è sicuramente un po’ di Blair Witch Project, un pizzico di The Texas Chainsaw Massacre e qualche (per usare un eufemismo) influenza dal cinema orrorifico e surreale di Raimi e del giovane Peter Jackson all’interno del titolo Capcom: ma la colonna portante di tutte queste influenze e ispirazioni rimane l’ossatura ludica, e un’atmosfera che trova le proprie fondamenta nell’esplorazione di un’ambientazione chiusa e inquietante. Resident Evil 7 ricrea quel senso di tensione e claustrofobia che solamente le telecamere fisse e un buon uso della regia in-game riuscirono a donare ai primo episodi del franchise, abbracciando al contempo tutte le convenzioni ludiche (utili) di oggi come i checkpoint ed evitando elementi che in qualche modo possano creare “distanza” tra il giocatore e il mondo in cui si muove. Indicazioni a schermo ridotte all’osso, HUD praticamente assente, quick time event del tutto dimenticati ed ecco che ci si trova veramente lì, in prima fila, di fronte all’orrore di una storia drammatica, sanguinolenta e, perché no, talvolta permeata di cattivo gusto, ma anche capace anche di spingere a qualche mite riflessione sulle battute finali senza abbandonarsi a pietismi inutili e cinematiche lunghissime. Certo, a volte non si rimane del tutto convinti dai repentini cambio di registro della sceneggiatura, ma alla fine dei giochi posso affermare senza tanti problemi di essere di fronte ad uno dei migliori capitoli (se non IL migliore) sotto il profilo meramente narrativo.

L’ultima opera Capcom è divisibile sommariamente in una prima parte in cui esplorazione e semplici sessioni di puzzle solving fanno da padroni; e una seconda fase in cui l’incedere attraverso i corridoi è segnato da una componente FPS decisamente meno incisiva, ma sorretta da un buon level design delle location, mai troppo labirintiche, e da un ritmo dell’azione imprevedibile, capace di reggere l’intera durata della storia senza annoiare o risultare “di troppo”. Le fasi esplorative sono caratterizzate da ambientazioni ricreate con grande dovizia di dettagli, per di più largamente interattive e non esposte come semplice orpello estetico. Calcare i passi sul freddo parquet di una stanza da poco sbloccata e notare che è zeppa di mobili con cassetti e ante da saccheggiare non è mai stato così confortante.
Di contro, gli scontri della seconda fase dell’avventura sono limitati dalla scarsissima varietà di nemici, per di più “affrontabili” in modo molto simile fra loro e facilmente aggirabili sfruttando le porte che separano ogni stanza dall’altra. Una convenzione che poteva funzionare negli anni ’90, ma che in questa incarnazione del gioco fa crollare inesorabilmente la sospensione dell’incredulità quando si constata che basta varcare la soglia di una stanza di salvataggio perché i nemici perdano improvvisamente interesse. La componente survival è invece tutto sommato quella a cui la serie ci aveva abituato tanti anni fa, con inventari limitati, oggetti da combinare e altri da esaminare per scoprirne l’utilizzo. Una sequela di amarcord assolutamente apprezzabile, vista la (apparente) scarsa relazione fra le disavventure di Ethan e quel mondo sull’orlo dell’Apocalisse raccontato in Resident Evil 6, di cui, voglio ricordare, questo settimo capitolo è un vero e proprio sequel canonico. In un mix di nuovo e vecchio, classico e moderno, citazionismo e omaggio, Resident Evil 7: biohazard mi è apparso un buon compromesso fra quella che poteva essere una semplice rincorsa verso il trend commerciale (ovvero la bieca imitazione della formula di titoli horror di grande successo come Amnesia o Outlast) e un più inquadrato ritorno alle origini. Per quello, d’altronde, ci sarà il già annunciato remake di Resident Evil 2 sulla falsariga di quanto visto in Resident Evil HD. E poi non dimentichiamoci che si tratta di un videogioco giocabile dall’inizio fino ai titoli di coda indossando il casco della realtà virtuale di Sony, una componente meno banale e secondaria di quanto possa sembrare. E badate bene: non si tratta di una modalità “redux” o dedicata, come per Drive Club o Rise of the Tomb Raider, ma la stessa campagna single player che si può comodamente giocare in via classica. Però proiettandosi per davvero nella villa dei Baker. In una sola parola: un incubo ad occhi aperti, nonché una delle esperienze più terrificanti – e al tempo stesso stupefacenti – che mi sia mai capitato di provare in quasi trent’anni di passione nel segno del videogaming. E se tutto scorre, senza incertezze, sulla soglia ormai irrinunciabile dei 60 frame per second (se non teniamo conto di occasionali cali di fluidità su Xbox One), lo si deve anche al nuovo motore grafico che dovrà reggere il futuro della serie: l’autoreferenzialissimo RE Engine. Resident Evil 7: biohazard dà il meglio di sé su PlayStation 4 Pro, dove l’immagine gode di una pulizia praticamente indistinguibile dall’ovvia supremazia tecnica dell’incarnazione PC. La fortuita inclusione del titolo nel programma Xbox Play Anywhere si traduce in un unico acquisto dell’edizione digitale valido sia per la console Microsoft che per Windows Store per Windows 10, con tanto di possibilità di cross-save e achievements condivisi. Come detto in precedenza, Resident Evil 7 è ad oggi l’unico grande titolo ad alto budget disponibile per la realtà virtuale di Sony (verrà reso compatibile con i visori PC solamente fra un anno, secondo quanto detto da Capcom) e, posso assicurare che non c’è nulla di paragonabile all’aggirarsi per Villa Baker e zone limitrofe indossando il casco a led azzurri di PlayStation VR. Una sola parola: impressionante.

 

 

 

 

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Con un colpo di spugna Resident Evil 7: biohazard cancella il recente passato burrascoso dell’IP Capcom, inaugurando quella che potrebbe essere un’interessantissima terza generazione dei survival horror giapponesi. Una linea narrativa finalmente apprezzabile (per quanto dallo stile stridente) e una buona commistione fra vecchio e nuovo sono i fiori all’occhiello di un prodotto che non ha voluto arrivare a compromessi con l’identità storica del franchise, abbracciandone l’essenza e rielaborandola secondo un’estetica al passo coi tempi e per di più interessante. Il che, visto il panorama videoludico odierno, non può che sorprendere.

verde

Good

  • Ottima atmosfera e narrazione trascinante.
  • Estetica curata e scongiurato il pericolo di qualche scivolone tecnico di troppo.
  • Ritorno alle atmosfere survival horror dei primi capitoli... in una versione aggiornata al 2017.
  • Colonna sonora d'effetto e campionatura di suoni ambientali da brividi... buono anche il doppiaggio italiano!
  • Supporto PlayStation VR semplicemente emozionante.

Bad

  • La scarsa varietà di nemici si fa sentire nella seconda parte.
  • Alcune scelte ludiche infelici.
  • DLC già pronti ancor prima di aver lanciato il videogioco nei negozi.
8.5

Majkol
C'è chi dice che nella sua stanzetta, dietro una mole spaventosa di fumetti d'epoca giapponesi, si celino misteri infiniti. Da sempre appassionato di videogame made in Japan e delle opere animate di Kunihiko Ikuhara, dategli un qualsiasi J-RPG e lo renderete un orsetto felice.