Psychopath Squad

Edoardo Carusillo

Psycho-Pass: Mandatory Happiness

Sviluppatore: MAGES, 5pb.
Publisher: NIS America
Genere: Visual Novel
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 18+
Lingua: Inglese
Versione Testata: PC
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Sapete, è fin dal 2012, l’anno in cui giocai per la prima volta a Saya no Uta, che fantastico di vedere una visual novel di Gen Urobuchi approdare nel mercato occidentale. Adesso, grazie agli sforzi di NIS America, possiamo finalmente assistere all’arrivo su PC di Psycho-Pass Mandatory Happiness, novel inizialmente pubblicata su Xbox One in Giappone, poi rieditata per PlayStation 4 e PS Vita in Nord America ed Europa, e infine distribuita globalmente su Steam. Nonostante quest’opera non mi abbia personalmente convinto – in quanto di Urobuchi porta soltanto il soggetto originale – mi piace sperare che questa localizzazione rappresenti un punto di svolta nel mercato delle visual novel.

La trama è ambientata in una Tokyo futuristica del ventiduesimo secolo: il Sybil System, una sorta di Grande Fratello orwelliano, è un’entità misteriosa che scansiona e monitora lo stato mentale e le tendenze caratteriali delle persone, quantizzandoli tramite un “Coefficiente di Criminalità”. Questa misura rappresenta lo Psycho-Pass, in base al quale gli individui vengono giudicati come cittadini degni di partecipare alla vita pubblica, o come criminali latenti da internare o addirittura uccidere.
La sezione anticrimine della Pubblica Sicurezza si occupa di catturare questa seconda categoria, attraverso una task force speciale composta da Ispettori, agenti di polizia, ed Esecutori, criminali latenti sotto il loro controllo.

Le vicende di Mandatory Happiness si inseriscono nella prima metà della prima stagione, andata in onda nel 2012 e disponibile in italiano grazie a Dynit (chi fosse interessato può fruirne gratuitamente su VVVVID). All’inizio del gioco, bisogna scegliere se impersonare Nadeshiko Kugatachi, un’ispettrice immemore del suo passato, o Takuma Tsurugi, un esecutore in cerca della propria compagna scomparsa. Questi, insieme ai personaggi originali dell’anime, investigano sul caso di Alpha, un’intelligenza artificiale il cui scopo è rendere felice la popolazione attraverso metodi non autorizzati, e spesso in contrasto con il governo (e il buon senso, oserei dire).

THE COLOUR SAYS WHO YOU ARE

Come già accennato, Urobuchi è stato quasi del tutto alieno a questa novel, la cui sceneggiatura è stata affidata piuttosto a cinque scrittori, ognuno dei quali parrebbe vantare un immaginario abbastanza anonimo. Il risultato finale è un lavoro decisamente mediocre, in cui, presumo, la ricerca di una coerenza di stile da parte di tutto il team abbia affossato qualsiasi velleità creativa. Lo stile di scrittura, infatti, appare lontano anni luce dal registro, dai toni e dalle emozioni trasmesse dall’anime originale. Tutti i riferimenti alla letteratura occidentale, le disquisizioni filosofiche e le introspezioni psicologiche sono stati accantonati in favore di uno storytelling per nulla ispirato. I casi, inoltre, sono assolutamente scadenti, e nessuno di loro si avvicina neanche il più banale degli episodi della serie animata. Un’autentica delusione.

In tutto questo, nemmeno i comprimari del cast originale si salvano, ridotti a mere pedine da role-play e privati di qualsiasi profondità caratteriale; nota ancora di più sgradevole, è la loro incoerenza come personaggi se paragonati alla loro controparte animata: in una certa scena di Mandatory Happiness, per esempio, la squadra anticrimine si ritrova a esaminare un appartamento in cui si sospetta un abuso minorile, di fronte al quale, tutti gli agenti esprimono il proprio sdegno. Adesso, non voglio sindacare quanto sia obiettivamente disturbante la violenza su un bambino, ma com’è possibile che dei poliziotti, nella cui carriera hanno assistito alle atrocità più crudeli (tra cui far esplodere i bersagli inseguiti), si scompongano emotivamente davanti a una scena del genere? Mi sembra veramente implausibile.

Per quanto riguarda i nuovi protagonisti, Nadeshiko e Takuma, la loro ragion d’essere all’interno del gioco è del tutto priva di senso. La prima, è una nuova recluta completamente inespressiva, la cui amnesia esaurisce la sua caratterizzazione, mentre il secondo, anch’egli appena arrivato, è un tipo che compensa lo scarso ingegno con la forza fisica. A entrambi vengono affidati una certa autorità  e un potere decisionale senza motivo apparente, come se fossero gli ultimi Mary Sue e Gary Stu di una fan fiction su Psycho-Pass: l’ennesima prova della debolezza narrativa di Mandatory Happiness.

A tal proposito, concludo il focus sui personaggi parlando del nuovo villain, Alpha, l’Artificial Intelligence programmata per portare la felicità al mondo. Purtroppo, perfino questo personaggio lascia molto a desiderare come antagonista: infatti, benché egli sia un’AI, la sua caratterizzazione appare quasi offensiva verso settant’anni di letteratura fantascientifica (soprattutto, Isaac Asimov). Le sue iniziative risultano spesso e volentieri immature, illogiche e irrazionali, finendo addirittura offuscate dalle sue stesse emozioni – il che è un controsenso, se consideriamo l’emotività come la linea di demarcazione tra macchine ed esseri umani. Alla luce di questo, l’identità virtuale di Alpha diventa una banale nomea per una super-intelligenza che in realtà, tanto intelligente non è, nonché un aspetto che rende tale personaggio inverosimile e inefficace, specialmente se confrontato con anni e anni di narrativa sulle AI. Insomma, nulla a che vedere con Shogo Makishima, o altri geni pragmatici scritti da Gen Urobuchi.

Dal punto di vista tecnico, Mandatory Happiness si mantiene nella media degli standard qualitativi delle visual novel, senza nulla di eccezionale. Il layout di schermata rievoca la grafica cibernetica dell’anime, mentre, nel menù principale, una barra dello Psycho-Pass indicherà quanto le scelte del giocatore influenzeranno l’esito del finale, molto similmente a Dramatical Murder di Nitro+Chiral. Gli sprite dei personaggi sono esattamente identici ai character design della serie originale, ma la loro bassa risoluzione appare penosamente imbarazzante durante le scene zoomate per evidenziare la loro determinazione, rovinando l’intera fotografia con un effetto scadente in stile Movie Maker. Come se non bastasse, il caricamento delle animazioni del labiale crea un lag terribile tra esso e il doppiaggio, rendendo l’esperienza di gioco visivamente frustrante.
Inoltre, anche gli sfondi sembrano dimentichi dell’atmosfera dell’anime: mentre in Psycho-Pass le ambientazioni erano grandiose, oscure e inquietanti, in Mandatory Happiness, tutti i crimini sono commessi alla luce del giorno nei luoghi più banali, come una libreria, un appartamento o un liceo.

La soundtrack ricicla alcune tracce utilizzate nella serie originale, ma la maggior parte delle nuove musiche risultano ripetitive, fastidiose e facilmente dimenticabili. Lo stesso vale per il doppiaggio: se da un lato è piacevole riascoltare seiyuu come Kana Hanazawa e Miyuki Sawashiro, dall’altro le voci dei nuovi protagonisti si dimostrano assolutamente anonime.

Segnalo infine un bug che mi si è presentato durante le prime sessioni del gioco. Al termine della schermata di caricamento, il cursore del mouse sparisce inspiegabilmente, lasciando il giocatore in balia dei comandi della tastiera – a mio parere, i peggiori che io abbia mai visto in una visual novel.

Contenuti

Dove posso acquistarlo?

PS Store


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A conti fatti, Psycho-Pass: Mandatory Happiness rappresenta quell’opera derivata che non vorresti mai vedere accostata insieme alla sua IP originale, una fanfiction insoddisfacente che non aggiunge niente di nuovo alla lore di Psycho-Pass e il cui destino è finire inevitabilmente nel dimenticatoio.
Non esagero quando dico che Tow Ubukata, sceneggiatore della seconda serie dell’anime, ha fatto un lavoro decisamente superiore a questa roba, perché chi ha scritto Mandatory Happiness non ha capito minimamente ciò che ha reso così memorabile la serie originale. Se non altro, spero almeno che questo gioco segni un primo passo per eventuali localizzazioni delle visual novel di Urobuchi.
Sconsigliato a chi ha amato l’anime, ai fan delle visual novel, e men che meno chi cerca una storia sofisticata, intelligente, con personaggi profondi e affascinanti o anche solo visivamente gradevole.

 

rosso

Good

  • … ciò che resta del soggetto originale.

Bad

  • Trama raffazzonata e scadente.
  • Musiche monotone e ripetitive.
  • Personaggi out of character e monodimensionali.
5.8

Edoardo Carusillo

Studente, attivista LGBTQ+ e auto-proclamato paladino della giustizia!