Siamo stati Molyneux-ati?

Majkol

No Man’s Sky

Sviluppatore: Hello Games
Publisher: Sony Interactive Entertainment
Genere: Survival game esplorativo
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 7+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PS4
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Inizio col chiarire fin da subito il messaggio di questa recensione: No Man’s Sky è una produzione disonesta e furbetta. Le poche informazioni emerse in merito al gameplay fino ad oggi dimostrano quanto poco il prodotto sia in grado di offrire; questo, ovviamente, ignorando la martellante campagna pubblicitaria imbastita da Sony nei mesi scorsi, quasi comparabile a quella dei tempi in cui Project Ego sbarcava nei negozi di tutto il mondo con il nome di Fable. Ma andiamo con ordine.

Nell’universo procedurale (leggasi: creato totalmente da algoritmi matematici e tecnologia vodoo) di Hello Games non si cela un videogioco, ma un semplice simulatore di camminata entro immensi spazi calpestabili senza alcun obiettivo da portare a termine, distinti da poche differenze cromatiche o dalla presenza di qualche animaletto dall’aspetto sgraziato e poco convincente. D’altronde anche loro sono generati casualmente. La moda del videogioco con elementi procedurali è esplosa da anni, e diversi sono i titoli di grande prestigio che includono mappe create automaticamente delle piattaforme di gioco attuali: cito The Binding of Isaac, ma anche la serie Persona o, in tempi non sospetti, lo stesso Dark Cloud di Level-5, nomi che dovrebbero portare alla mente dei videogiocatori più attenti il ricordo di un level design fondamentalmente identico, calibrato secondo il gusto dei game designer per risultare funzionale a uno scopo ludico, piuttosto che per offrire meraviglie estetiche di qualche tipo. Enki, esperimento tutto italiano firmato da Storm in a teacup, così come altri titoli in chiave minore, hanno provato ad applicare questa automazione ad aspetti propriamente ludici, con risultati non sempre convincenti. Quando nel 2013, durante i VGX, venne mostrato per la prima volta No Man’s Sky, l’attenzione fu portata proprio su questa particolare caratteristica: il trailer recitava “tutti gli atomi che vedrete in queste scene sono stati creati proceduralmente”. Verità o semplice marketing? Niente di più vero, e il risultato lo abbiamo fra le mani oggi.

SI PARTE VERSO IL NULLA

Il concept del titolo è tanto semplice quanto geniale: riprodurre un universo liberamente esplorabile, composto da – cito il materiale promozionale consegnatomi da Sony – “18 trilioni di pianeti” esplorabili e ambientarci un’avventura dai toni solenni, quasi surreali, cercando di riprodurre le atmosfere di pellicole di successo a tematica spaziale come Interstellar. Il risultato, ahimé, è tanto sorprendente dal punto di vista tecnico quanto avvilente sotto il profilo ludico.

La mia esperienza con No Man’s Sky comincia così, gettato nel bel mezzo dell’azione in un luogo sconosciuto. Riprendo i sensi, cerco di prendere atto della mia situazione, e inizio a muovermi nel tentativo di riparare la mia astronave precipitata su uno dei pianeti scelti casualmente fra quelli disponibili. Brevi spiegazioni testuali mi introducono alla gestione dell’inventario e alle meccaniche di reperimento delle materie prime, offrendomi la possibilità di lanciarmi in una sana sessione di crafting. Nel momento in cui si ammira la mappa delle zone esplorabili non si può fare a meno che strabuzzare gli occhi: letteralmente senza fine, e capace di spiazzare qualunque tipo di giocatore, dal più attempato criticone all’entusiasta giovincello che crede di avere tra le mani il titolo esplorativo definitivo, così come è stato pubblicizzato per mesi da Sony e dalla stampa internazionale. L’astronave si solleva e si immerge in universo di possibilità praticamente infinite… o forse no?

La sporadica apparizione di altre astronavi dà l’illusione di essere al centro di un universo vivo e in continua mutazione: niente di più falso.

No Man’s Sky si preoccupa di fornire al giocatore alcuni segnali per indirizzarlo dove vorrebbe, ma di fatto non è assolutamente necessario seguire il percorso voluto dalla storia, che si articola in due sentieri narrativi accomunati da un unico finale. Sarò sincero: una volta presi i comandi dell’astronave e lasciata l’atmosfera del primo pianeta senza incappare in alcun caricamento sono stato pervaso da una sensazione di libertà inspiegabile, qualcosa di simile a quando calcai per la prima volta gli stivaletti suli sentieri polverosi dell’Hyrule Field di The Legend of Zelda: Ocarina of Time o quando uscii per la prima volta dal Vault 101 di Fallout 3. Nemmeno a dirlo, non ero affatto interessato a seguire una trama, per di più solamente testuale e priva di grande interesse. Il mio desiderio più grande era quello di toccare con mano le meraviglie tecniche tanto ostentate da Hello Games e Sony durante i mesi di sviluppo. Eppure, dopo solo qualche ora joypad alla mano, questo “sense of wonder”, questa impressione che da un momento all’altro potesse accadermi qualcosa di inaspettato, o semplicemente incappassi in incredibili avventure create proceduralmente… beh, sono venuti meno.

Mi è bastato dare un’occhiata ai primi pianeti che componevano la galassia nella quale avevo lanciato i miei primi vagiti di cosmonauta per accorgermi che qualcosa non andava: ambienti tutti uguali, costruzioni aliene talmente simili da sembrare prefabbricati industriali, totale mancanza di obiettivi reali oltre quelli segnalati sulla mappa tramite iconcine colorate… neanche stessi giocando ad Oblivion, un titolo di ben dieci anni fa. E su ogni pianeta, le medesime cose da fare, senza alcuna varietà. Esplorando i brulli geoidi di No Man’s Sky mi sono subito accorto che il vero “nemico”, la vera sfida a gravità 0, non è tanto rappresentata dalle sentinelle robotiche che mi attaccano senza motivo quando cerco di interagire con l’ambiente nell’unico modo a mia disposizione (ovvero rompendo pietre o uccidendo le strambe creature che mi spawnano attorno), bensì dalla navigazione nei menù dell’inventario, dalla gestione delle risorse e dal sistema di crafting. Spogliando il titolo dalla componente esplorativa, che sicuramente risulta affascinante e rappresenta un po’ il selling point della produzione, non rimane altro che quello. Come un Minecraft qualsiasi, ma senza la possibilità di dare sfogo alla propria creatività. Senza un obiettivo vero. Incredulo, mi son detto che probabilmente dovevo esplorare maggiormente, impegnarmi per comprendere il messaggio nascosto dietro alla volontà dei creatori della serie Joe Danger (che, a differenza di No Man’s Sky, è un gioco fatto e finito), che probabilmente stavo ignorando qualcosa del sistema di gioco, che l’offerta propriamente ludica non poteva finire lì. E invece.

 

 

 

 

Contenuti

Dove posso acquistarlo?

PS Store

VERSO L’INFINITO (PROCEDURALE) E OLTRE

Lo spazio secondo Monolith Soft (Xenoblade Chronicles X)

Lo spazio secondo Monolith Soft (Xenoblade Chronicles X)

Cosa si può fare in No Man’s Sky? Si possono catalogare fauna e flora dei pianeti esplorabili, scambiare le informazioni con gli altri giocatori online (d’altronde queste nozioni sono condivise) o addirittura battezzare i pianeti visitati con nomi buffi, nel vano tentativo di lasciare una traccia di sé su terreni che quasi sicuramente nessuno raggiungerà mai, considerando il numero pazzesco di corpi celesti presenti. Si possono comprare e vendere risorse presso freddi sportelli cibernetici, conversare con alieni senza capirli realmente, tentando di tanto in tanto di rispondere ai quesiti posti nei luoghi segnalati dalle icone sulla mappa, come se si stesse sfogliando un libro a bivi: scorgi una luce, che fai? La insegui o prendi l’arma fra le mani? In tutto questo i pianeti giacciono immobili, abitati da creature dotate di due soli schemi comportamentali, nonché da alieni senzienti che stanno fermi come personaggi non giocanti, senza offrire missioni a chi decide di interagire con loro.

Lo spazio secondo Hello Games.

Lo spazio secondo Hello Games.

Quanto c’è di realmente divertente in tutto questo? Difficile da dirlo, ma quel che posso affermare è che anche volendo seguire gli obiettivi principali offerti dalla flebile – e soporifera – linea narrativa si rimane attanagliati da un senso di inspiegabile incredulità: possibile che sia tutto qui? Possibile che il grande esperimento procedurale di Hello Games si riduca a un groviglio di inventari, caselle e crafting, che qualsiasi browser game avrebbe potuto realizzare meglio? E poi c’è lei, la componente esplorativa: mondi percorribili in lungo e in largo, ma insipidi, piagati da glitch grafici e mai davvero gradevoli da esplorare, giacché non presentano un level design studiato in senso ludico, né offrono nulla di interessante da scoprire al di là di ciò che è segnalato da indicatori. Basta inserire Xenoblade Chronicles X nel tray di Nintendo Wii U e muoversi settando la telecamera in prima persona per comprendere quelli che, oggigiorno, dovrebbero essere gli standard estetici e artistici della resa di ambienti spaziali, e invece mi sembra di essere tornato ai cingolati mako di Mass Effect. Pazzesco.

Dalla sua, No Man’s Sky vanta sicuramente un comparto musicale di grande atmosfera curato dalla band britannica 65daysofstatic, in grado di sottolineare con notevole intensità gli occasionali scorci interessanti offerti da questi fantomatici “algoritmi creativi”. Ma al di là di questo, beh, nulla di memorabile da segnalare, a parte un’inaspettata localizzazione della traccia audio. Merito di Sony?

Sotto una mise estetica roboante e una campagna marketing massiccia, No Man’s Sky si rivela come un prodotto difficilmente riconoscibile come videogioco. Gli aspetti ludici sono infatti quasi sempre triviali, appena abbozzati. Malgrado gli sviluppatori abbiano puntato i riflettori sull’aspetto “procedurale” dell’avventura, nemmeno quello convince fino in fondo, proponendo pianeti vuoti, raramente di bell’aspetto e incapaci di offrire contenuti in grado di tenere incollati i videogiocatori interessati a una sfida. Se siete amanti degli screenshot in-game, invece, questo è il gioco che fa per voi…e probabilmente solo voi.

giallo

Good

  • Concept emozionante e prime ore di gioco imperdibili.
  • Promosso tutto il profilo musicale e sonoro.

Bad

  • Manca il gioco.
  • Bug e glitch grafici a non finire.
  • Incapace di intrattenere chi fosse alla ricerca di un videogioco vero e proprio.
5

Majkol
C'è chi dice che nella sua stanzetta, dietro una mole spaventosa di fumetti d'epoca giapponesi, si celino misteri infiniti. Da sempre appassionato di videogame made in Japan e delle opere animate di Kunihiko Ikuhara, dategli un qualsiasi J-RPG e lo renderete un orsetto felice.