By a moonlight shadow…

Ilya Muromets

Moonlighter

Sviluppatore: Digital Sun
Publisher: 11 bit studios
Genere: Roguelike
Disponibile: Digital
PEGI: 7+
Lingua: Inglese
Versione Testata: PS4
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Il principale merito da attribuirsi agli esordienti spagnoli di Digital Sun è quello di aver saputo gestire con intelligenza i ricavi di una campagna Kickstarter sorprendentemente fortunata – conclusasi nel 2016 con un introito triplicato rispetto alle aspettative – per confezionare Moonlighter, un videogioco completo e in linea di massima rispettoso del denaro dell’acquirente. L’osservazione è tutt’altro che peregrina: in un periodo storico che vede comparire magniloquenti titoli AAA sfacciatamente incompleti, nonché scalcinati catorci indipendenti trascinati sugli altari dall’eco di qualche vecchio nome di grido e da una para-critica benpensante e miope, ciò che dovrebbe essere la norma finisce per costituire una gradita eccezione. Che il mercato non difetti certo di titoli roguelike, molti dei quali di caratura oggettivamente superiore a quella di Moonlighter, non ha molta importanza: ci sarà sempre spazio per prodotti concepiti con cognizione di causa, e la creatura di Digital Sun, pur non brillando per originalità e soffrendo un po’ nel crescendo delle battute finali, fa indubbiamente parte di questa categoria.

A differenziare Moonlighter nell’agguerrito scenario del settore contribuisce innanzitutto la gradevole veste grafica, il cui valore trascende di gran lunga la dimensione esclusivamente estetica. La direzione artistica di David Aguado deve ben più di qualcosa ai classici bidimensionali che vanno dall’era SNES a quella GameBoy Advance – il riferimento primario resta senz’altro The Legend of Zelda: The Minish Cap – ma allo stesso tempo si distingue per uno stile fresco e croccante che conferisce una personalità assai ben distinta a ogni schermata.

AUTUNNO

Con la sola eccezione dei boss, la pixel art di Moonlighter rinuncia il più delle volte a virtuosismi e bizzarrie concettuali per mantenersi su tavolozze tenere e autunnali, su campiture piatte, smaltate, contrastate appena quel minimo necessario per conferire tridimensionalità ai personaggi e agli oggetti di scena. Questa spiccata astrazione riesce comunque a sfuggire a ogni rischio di immobilismo grazie alle felici intuizioni del reparto animazione. Tutti gli elementi su schermo sono infatti insufflati di moto gommoso, ritmico, sincopato, con gomiti, capelli e zaini che rimbalzano in controtempo donando al mondo di gioco un’immanenza materica che rende turgida e verosimile ciascuna ambientazione.

La piacevolezza del comparto grafico e l’efficace resa della fisica, unitamente a una colonna sonora piuttosto ispirata, funzionano da collante per un’esperienza di gioco caratterizzata da una generale accessibilità e facilità di lettura, lontana dalle asprezze punitive di tanta blasonata concorrenza. Moonlighter si fonda essenzialmente sull’alternanza fra due “fronti” ludici distinti e tra loro interconnessi, vale a dire una componente action-roguelike costituita da quattro dungeon tematici a generazione procedurale, e una componente gestionale che consiste in un semplice simulatore commerciale. Ad amalgamare il tutto, interviene la semplice vicenda narrata: il giovane Will, protagonista del gioco, è un negoziante alle prime armi in cerca di avventure, appena giunto nel villaggio diroccato di Rynoka, accanto al quale sono stati recentemente rinvenuti alcuni portali che conducono a stanze piene di misteriosi tesori. L’occasione per inaugurare una nuova impresa commerciale è senz’altro assai ghiotta: il giovane si ritrova così ben presto ad aprire le porte del piccolo emporio Moonlighter, nel quale rivendere i preziosi artefatti scovati all’interno dei dungeon. A poco a poco, il successo del negozio produce un impatto positivo su Rynoka, che comincia a popolarsi di clienti, avventurieri, e nuovi mercanti in grado di aiutare Will a sviluppare le proprie abilità, a rifornirsi di equipaggiamento più avanzato e a migliorare le caratteristiche dell’emporio.

Il gioco assume così una struttura eminentemente a circuito chiuso: il recupero di tesori consente di ricavare un profitto sempre maggiore, da reinvestire subito in armi e armature che consentono di penetrare ancora più a fondo nei dungeon, e così via fino alle battute finali. Per ovviare al rischio di fornire un’esperienza eccessivamente ripetitiva, i creativi di Digital Sun hanno tentato di escogitare qualche variazione alla formula base, sia sul piano gestionale – con un algoritmo di domanda/offerta che condiziona l’andamento del mercato – che su quello propriamente roguelike, con l’introduzione di elementi di imprevisto e gadget dotati di poteri particolari. Lo sforzo è apprezzabile, ma la circolarità dei meccanismi di base finisce comunque per emergere, anche e soprattutto a causa di una non stupefacente profondità. In particolare, nonostante il tutorial faccia presagire un’economia complessa e articolata e la conseguente necessità di calibrare con oculatezza i prezzi degli artefatti in vendita, tale necessità non emerge mai fattivamente nel corso del gioco, e la conduzione del negozio si rivela per lo più assai semplice. Allo stesso modo, l’esplorazione dei quattro dungeon a disposizione appare relativamente lineare: la generazione procedurale dei livelli segue logiche ben precise (e persino esplicitate in game) e il combattimento, per quanto intenso, risulta facilmente controllabile soprattutto una volta acquisita dimestichezza con le armi a distanza e con la (fortissima) schivata laterale. L’assenza di permadeath e la possibilità di superare agevolmente gli ostacoli più insidiosi facendo leva sul farming nel villaggio contribuiscono ad allontanare Moonlighter dal calvinismo implacabile della concorrenza e ad allargare il suo pubblico potenziale per raggiungere fasce di videogiocatori non tradizionalmente legate a doppio filo con il genere. È dunque in quest’ottica che va valutata l’accessibilità generale dell’esperienza, ma è altrettanto evidente come i puristi del roguelike potrebbero rimanere insoddisfatti dal grado di sfida offerto, intenso sì, ma non proibitivo.

Meno giustificabili, invece, sono i ritmi e la consistenza delle battute finali del gioco, che lasciano un po’ di amaro in bocca per il senso di relativa incompiutezza. Intendiamoci, non si compera un titolo del genere per il pathos narrativo, ma si sarebbe senz’altro potuto compiere uno sforzo maggiore per ricompensare le fatiche del giocatore, a maggior ragione considerando la qualità del comparto audiovisivo.

 

 

 

 

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Poco altro da aggiungere: Moonlighter è il classico esempio di videogioco senza guizzi strabilianti ma altrettanto privo di difetti clamorosi, un tipo di mercanzia che in sede critica dovrebbe essere valutata con molta più clemenza, giacché sempre più rara. Bello da vedere, piacevole da ascoltare, e dotato di una giocabilità fluida e priva di asperità evidenti. Non si tratta di un prodotto imprescindibile, ma di prodotti realmente “imprescindibili” – ammettiamolo – ne escono ben pochi.

semafori indie-03

Good

  • Eccellente caratura artistica.
  • Colonna sonora ispirata.
  • Gameplay solido e senza falle.

Bad

  • A tratti ripetitivo.
  • Crescendo finale non esaltante.
7.5

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.