Dicono che fa bene parlare alle piante

Ilya Muromets

Maize

Sviluppatore: Finish Line Games
Publisher: Finish Line Games
Genere: Avventura in prima persona
Disponibile: Digital
PEGI: 12+
Lingua: Inglese

Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Ad essere sinceri, stavolta non so davvero da dove cominciare. La scelta migliore, forse, è rinunciare alla retorica della buona scrittura, e andare direttamente al punto: Maize è una classica avventura grafica in prima persona, sviluppata dalla casa indie canadese Finish Line Games sul motore Unreal, e che, pienamente rispettosa del genere d’appartenenza, richiede al giocatore di raccogliere e interagire con alcuni oggetti, allo scopo di spalancare di volta in volta nuovi percorsi e di giungere così all’agognato finale. E fin qui tutto nella norma.
Aggiungiamo ora che Maize è ambientato nei pieni anni ’80, in una non meglio identificata campagna statunitense, all’interno una fattoria che nasconde un laboratorio segreto nel quale due scienziati mettono a punto la creazione di uno sconsiderato esercito di pannocchie semoventi e senzienti, capeggiate da una regina pannocchia dall’accento britannico. Ad accompagnare il giocatore in questa avventura, interviene un clone sovietico illegale di Teddy Ruxpin, rianimato grazie a vecchie componenti robotiche, e che trascorre buona parte del tempo a insultare il protagonista con pesante accento russo. Ecco.

POP CORN, ALBERGHI E REVIVAL SOVIETICI

Sin dalla pubblicazione del primo trailer si era ben compreso che Finish Line Games aveva intenzione di puntare tutte le sue carte sul tavolo del nonsense più puro. Sfida difficilissima, specie nel campo delle avventure grafiche, che possono vantare in questo senso troppi antenati dall’indiscusso prestigio, anzi una vera e propria scuola i cui esponenti maggiori (Monkey Island e Day of the Tentacle, ça va sans dire) hanno collocato l’asticella qualitativa a livelli ancora difficilmente eguagliabili.
Maize – che pure non fa nulla per celare i suoi modelli d’elezione – non si lascia comunque intimorire, e mette in scena un intreccio talmente assurdo da costringere più volte il giocatore a domandarsi se quello che sta affrontando sia un prodotto apparso veramente in commercio. Non è possibile addentrarsi nella descrizione della trama senza il rischio di incappare in clamorosi spoiler, anche perché una buona fetta della ‘polpa’ del gioco consiste proprio nella scoperta delle ragioni ultime di tante bizzarrie. Il protagonista della storia, la cui identità viene svelata solo a pochi minuti dal finale, si trova infatti a intervenire a posteriori rispetto alle vicende principali, e a dover assistere per certi versi alle sole conseguenze di quanto accaduto tempo addietro presso la fattoria. Nonostante la presenza di svariate scene d’intermezzo, che vedono protagonisti l’orso Vladdy e le pannocchie parlanti, il racconto si svolge dunque per via ricostruttiva, soprattutto attraverso i vari documenti collezionabili e le conversazioni ‘postume’ tra i due scienziati Bob e Ted (che non incontreremo mai), riportate su decine di post-it sparsi ovunque nel laboratorio.
Se è vero che il registro linguistico di Maize è quello comico, è anche vero che gli sviluppatori, almeno all’inizio, veicolano atmosfere in netta contraddizione con il senso di divertimento che la trama dovrebbe suscitare. A giudicare soprattutto dalla prima sezione di gioco ambientata nella fattoria, faticheremmo a distinguere Maize da una delle centinaia di avventure indie thriller/horror in prima persona sviluppate con Unreal, tanto desolate sono le atmosfere e tanto inquietante risulta la colonna sonora. L’atteso jump-scare, tuttavia, non si verifica mai, e ci si rende ben presto conto di come si possa girare un po’ ovunque senza dover temere alcunché, nemmeno dal principale villain del gioco. Una volta varcato l’accesso del laboratorio, occorre cominciare a cercare in giro qualche indizio per fornire un filo logico a quanto finora esperito. E in questo frangente, occorre ammetterlo, lo staff di Finish Line Games ha lavorato assai efficacemente: le stanze e i corridoi sotterranei, impostati come una specie di improbabile resort turistico di lusso, riescono a esprimere piuttosto bene le personalità opposte dei due scienziati attraverso i soli oggetti abbandonati. In ogni caso, gli animati battibecchi ricostruibili attraverso i post-it sono in realtà l’unico vero ‘collante’ che tiene insieme l’impalcatura diegetica, e che invoglia il giocatore a proseguire nel percorso. Questo perché, se si discute del valore prettamente ludico di Maize, ci si ritrova a fare i conti con una sorpresa piuttosto amara.Lo dichiariamo senza mezzi termini: come avventura grafica, e più in generale come gioco, Maize vale veramente poco. Si tratta infatti dell’ennesimo caso di prodotto indie nel quale gli sviluppatori hanno concepito un’idea narrativa interessante senza riuscire in alcun modo a trasporla propriamente nel medium scelto. Tanto che, una volta giunti ai titoli finali, ci si riscopre a domandarsi per quale ragione la storia delle pannocchie parlanti non avrebbe potuto essere raccontata al pubblico per mezzo di un bel cortometraggio, invece che di un videogioco.
Il difetto principale di Maize, del resto, non consiste tanto nell’assenza di innovazione nel gameplay, quanto nel fatto che quest’ultimo risulta totalmente indifferente e impermeabile alla trama. In sostanza, il medesimo sistema di raccolta e ricollocazione degli oggetti avrebbe potuto essere impiegato per qualsiasi altra avventura grafica, e per i giocatori sarebbe stato esattamente lo stesso. Una volta eradicati i contenuti specificatamente verbali (ossia le cutscene e i post-it), non c’è proprio nulla, né nelle meccaniche pure di gioco, né nelle operazioni da compiere, che alluda allo spirito sconclusionato e inverosimile della vicenda raccontata. In questo, Finish Line Games dimostra di aver studiato i propri modelli di riferimento con molta negligenza. Infatti, il motivo per il quale i titoli Lucasart sono dei capolavori non risiede tanto nell’originale astrusità del plot o delle ambientazioni, quanto nel fatto che l’intero gameplay sostiene tale astrusità come una solida impalcatura, persuadendo il fruitore a entrare nella testa dei personaggi e a ragionare come farebbero loro: sicché piazzare spaghetti, dentiere e polpette sopra una mummia risulta perfettamente plausibile, anzi logico. In Maize, al contrario, il sistema di gioco appare del tutto scollato da quanto si vuole raccontare: si finisce così per restarne quasi infastiditi, e si compiono svogliatamente le diverse azioni (nessuna delle quali molto memorabile) mentre si vorrebbe invece procedere più spediti con la trama.
Come se non bastasse, la confezione generale appare piuttosto rozza, si direbbe quasi volutamente rozza: il gioco è privo di localizzazione e sottotitoli – quindi una buona dimestichezza con l’inglese orale è d’uopo – i menu e i caricamenti risultano lenti e impacciati, e in generale la grafica non impressiona. Sebbene si percepisca una certa cura nella resa artistica delle ambientazioni, a livello tecnico siamo di fronte alle consuete lacune di tanti prodotti sviluppati con Unreal: aliasing selvaggio, texture caricate in ritardo, una generale lentezza della risposta ai comandi.

 

 

 

 

Contenuti

Dove posso acquistarlo?

Maize è una specie di scheggia impazzita nell’attuale panorama indipendente: uno di quei titoli che, nonostante le imperfezioni evidenti, riesce comunque a far parlare di sé grazie a un concept narrativo decisamente inusuale. Dovendolo valutare come videogioco, tuttavia, non si possono passare sotto silenzio le gravissime lacune nel design di base, che lo rendono poco più che un interessante esperimento di una software house senz’altro originale, ma con ancora molta strada da percorrere. Pur non raggiungendo la sufficienza, comunque, Maize merita per lo meno una prova. Certo, non a quel prezzo…

Good

  • Trama completamente folle.
  • Interessante caratterizzazione degli ambienti.

Bad

  • Gameplay schematico, lineare e generico.
  • Confezione generale rozzissima.
5.5

Ilya Muromets

Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.

  • Non v’è accenno al fatto che la regina sia l’unica pannocchia ROSA.