Un altro gioco che si spoilera da solo

Ilya Muromets

Lost Sphear

Sviluppatore: Tokyo RPG Factory
Publisher: Square Enix
Genere: JRPG a turni
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 7+
Lingua: Inglese
Versione Testata: PC
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Come mi è capitato più volte di sottolineare su queste pagine, non mi posso definire propriamente un esperto di JRPG, un settore che – fatti salvi alcuni classici del passato – ho avuto occasione di affrontare solo molto sporadicamente, e per il quale non nutro alcun particolare interesse. Non faccio parte, cioè, di quella categoria di pubblico che ama vantare un’affezione di lungo corso nei confronti di questa tipologia di prodotti, non possiedo alcuna memoria personale legata ad essi, né ho maturato nemmeno la più pallida ombra di nostalgia nei confronti dei “bei tempi andati” del genere – quella nostalgia, per intenderci, su cui fa leva oggi Obsidian per infliggerci i suoi isometrici marroni e retrò. Paradossalmente, dunque, sono forse la persona giusta a cui affidare un commento il più possibile oggettivo su questo Lost Sphear, nuova prova di quella Tokyo RPG Factory già responsabile di I am Setsuna (qui la mia recensione), che due anni fa aveva conquistato molti vecchi appassionati dei JRPG anni ’90 con una formula tanto funzionale quanto assolutamente basica a livello di contenuti. Squadra che vince non si cambia, cosicché la seconda creazione del team nipponico si presenta come una riproposizione palmare del titolo precedente, pur non trattandosi di un vero e proprio sequel dato che trama e ambientazione risultano del tutto nuove (si fa per dire). Ma andiamo con ordine.

Lost Sphear prende le mosse da un pacifico villaggio, nel quale vive il proverbialmente orfano sedicenne Kanata insieme a un paio di proverbialmente orfani amici d’infanzia, tutti e tre non si sa come già versatissimi nelle arti del combattimento. Dopo essere stati inviati in una vicina foresta dall’anziana del paese per svolgere la tipica missione tutorial di raccolta erbe e uccisione di mostri, i tre ragazzi si accorgono che in lontananza sta accadendo qualcosa di strano nel paesello.

ACQUERELLI PSEUDO-VITTORIANI

Una volta tornati, scoprono che tutti gli edifici, le strade e gli abitanti sono stati letteralmente inghiottiti da una strana materia bianca, opaca e inerte, come se al loro posto si fosse creato uno spazio vuoto. In modo del tutto casuale (o forse no?) Kanata scopre di possedere lo straordinario potere di restituire forma e consistenza fisica alle cose e alle persone scomparse facendo uso di “memorie” della loro esistenza. Questa capacità non passa inosservata ai piani alti dell’esercito imperiale, da tempo alle prese con il problema della “nullificazione” di città e villaggi, e che dunque vede nel nostro protagonista una sorta di provvidenziale panacea per risolvere velocemente la faccenda.

La breve sinossi qui sopra è sufficiente a far capire come la premessa narrativa di Lost Sphear sia poco più che un florilegio dei luoghi comuni del JRPG così come esso veniva interpretato venti e più anni fa, e abbia essenzialmente due scopi: 1 – fornire un casus belli bastevole a giustificare il più topico dei topoi del genere, ossia il peregrinare di un gruppo di minorenni affidatari della missione di salvare l’universo e, 2 – offire un immediato elemento di riconoscibilità al pubblico di elezione di Lost Sphear, per coccolarne le convinzioni e rassicurarlo sin dai primi minuti di gioco. Non vedrete niente di diverso da ciò che vi aspettate, sembrano sussurrare all’unisono Tokyo RPG Factory e Square Enix.

E in effetti il gioco procede speditamente lungo un rettilineo tanto familiare da sollevare domande inquietanti sul grado di divertimento che si possa ottenere da un’esperienza ludica che non propone davvero nulla di inedito, persino per chi – come il sottoscritto – non si definisce propriamente un habitué del genere. A ben vedere, però, il nocciolo della questione è proprio questo: nel decantare dal calderone dai modelli anni ’90 una sorta di distillato dei fattori comuni più riconoscibili, Lost Sphear preserva una bolla temporale impermeabile ad uso e consumo di un pubblico nostalgico che assegna ai suddetti modelli di una connotazione affettiva travalicante l’effettiva qualità degli stessi. Come già in I am Setsuna, anche in Lost Sphear tale tipologia di giocatori vede consolidato il recinto delle proprie sicurezze, e l’assoluta prevedibilità dello svolgimento rappresenta una sorta di conditio sine qua non per il mantenimento di tale recinto.

A onor del vero, nella loro indolenza creativa, questi titoli retrò nipponici hanno se non altro il pregio di sfoggiare una certa patinata levità e piacevolezza d’uso, ben distante dalla disarticolazione, dalla cupezza mortifera e dalla logorrea dilagante dei loro corrispettivi occidentali – da identificarsi, come si è detto, nelle recenti produzioni Obsidian.

Tokyo RPG Factory non ha mai nascosto di ispirarsi ai classici del passato, come “Chrono Trigger” per SNES.

Gli elementi costituitivi della struttura ludica sono ridotti all’osso, i dialoghi scorrono rapidi e scattanti, i percorsi secondari e le subquest sono sostanzialmente assenti, i personaggi assomigliano a semplici “maschere” da Commedia dell’Arte e la loro crescita – in termini di abilità ed equipaggiamento – è sempre direttamente proporzionale all’avanzamento del gioco. Lost Sphear non pone mai problemi insormontabili di fronte al suo pubblico, e la progressione assomiglia più a una passeggiata in comitiva appena disturbata da gentili ostacoli. Rispetto a I am Setsuna le modifiche sono relativamente ridotte, e si concentrano in buona parte sul sistema di combattimento, derivativo quanto si vuole ma piuttosto fluido e variato anche grazie all’introduzione di armature meccaniche che diversificano l’approccio bellico. Il comparto estetico propone una gradevole rielaborazione in chiave autunnale di materiale già visto, rinunciando alla coloritura lievemente folk di Setsuna in favore di atmosfere più urbane, con tracce di fantascienza e steampunk. L’effetto generale resta comunque sempre leggero, favolistico, quasi ai limiti dell’inconsistenza fisica, complice anche un accompagnamento musicale forse meno minimalista rispetto a Setsuna, ma comunque sempre impostato su suoni evanescenti e sfuggevoli.

Contenuti

Dove posso acquistarlo?

PS Store

Come I am Setsuna, anche Lost Sphear rientra a pieno titolo in una categoria di prodotti che mira a un pubblico specifico e ben consolidato, al di fuori del quale l’esperienza può risultare sin troppo piatta e priva di scossoni, specie considerando la direzione verso la quale si è evoluto il settore nel corso dell’ultimo ventennio. Il titolo propone del resto un’interpretazione volutamente scolastica di un modo di costruire il JRPG rimasto confinato agli anni ’90, e intende focalizzarsi in larga parte su quella fascia di giocatori che riconoscono in quel periodo una specie di âge d’or del genere. Se vi riconoscete in questa descrizione, aggiungete pure un punto o due al voto qui sotto. Altrimenti, procuratevi eventualmente Lost Sphear a prezzo ridotto: male non vi farà, ma scivolerà su di voi come acqua fresca.

giallo

Good

  • Piacevole comparto estetico.
  • Semplice e funzionale.

Bad

  • Assoluta mancanza di originalità.
6

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.