Chi ha paura del buio?

Ilya Muromets

Little Nightmares

Sviluppatore: Tarsier Studio
Publisher: Bandai Namco
Genere: Avventura azione 3D
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 16+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PC
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Nell’ormai lontano 2010 veniva pubblicato da Playdead il celeberrimo Limbo, la cui reputazione, solo di recente un po’ ridimensionata da una più matura riflessione critica, poggia essenzialmente sulle tempistiche della sua uscita. Si è trattato infatti di uno dei primi titoli indipendenti (e riconosciuto in quanto tale dal pubblico) capace di raggiungere una diffusione veramente mainstream, e dunque capace di condizionare, nel bene e nel male, alcune delle principali linee di sviluppo del mercato “non AAA”. A trasmettersi, in particolare, è stata la coloritura artsy e marcatamente incline a enfatizzare la componente estetico-formale a scapito dell’impalcatura e dell’esperienza ludica vera e propria, che in Limbo era veramente ridotta a termini miserevoli. Sulla scia del successo del gioco Playdead, nel corso degli ultimi anni, pertanto, si sono susseguiti numerosi walking-simulator indipendenti, molto spesso simili fra loro e tutti fondati su elementi atmosferici ed evocativi, nonché su linee narrative metareferenziali e fumose, traboccanti di easter eggs ed elementi incongrui, perfetti per alimentare un sottobosco di walkthrough e videoguide “ai misteri di”.

Il cappello introduttivo è d’obbligo laddove si intenda parlare di questo Little Nightmares, prima creatura “di peso” della svedese Tarsier Games, che tenta con esso di trovarsi un posto sull’affollatissimo palcoscenico indipendente solleticando il pubblico grazie all’esplicito richiamo all’autorevole predecessore di cui sopra. Nonostante il riferimento a Limbo sia effettivamente inequivocabile – ed è stato infatti messo in luce da quasi tutta la stampa specializzata finora – la “polpa” di Little Nightmares risulta comunque di caratura senz’altro superiore, pur non ambendo a rivoluzionare alcunché nel settore. I mezzi espressivi restano quelli tipici del “simulatore-survival” a scorrimento lineare in chiave pedo-horror, ma l’esecuzione generale raggiunge livelli di sofisticazione sufficienti a consentire al titolo di ritagliarsi una propria compiuta identità.

È UN MONDO PICCOLO

Little Nightmares lavora su un terreno già battuto sin dall’incipit, che prevede la classica scena del protagonista – in questo caso una bambina scalza vestita con un impermeabile giallo – rappresentato mentre si risveglia all’improvviso all’interno di un ambiente sconosciuto. Espediente arcinoto e particolarmente caro a questo genere di prodotti, giacché consente agli sviluppatori di far coincidere il percorso del giocatore con il processo maieutico del personaggio, risparmiando pertanto ogni tipo di artificiosa sovrastruttura narrativo-testuale che rischierebbe di rallentare o spezzare l’immersione.

Una volta destatasi dal sonno, la nostra protagonista si trova a camminare entro mappe in semi-3D caratterizzate da un’opprimente atmosfera retro-ottocentesca, dalle sfumature vagamente steampunk. Non è chiaro dal principio quale sia la sua missione, ma è subito evidente che quasi ogni elemento, all’interno di quelle stanze e corridoi, rappresenta un pericolo mortale: vi sono trappole ambientali come piattaforme pericolanti e profondissimi strapiombi, ma vi sono soprattutto alcuni ricorrenti e temibili nemici umanoidi, tra i quali un disgustoso cuoco e un “custode” mutilo dalle lunghissime braccia prensili. Nella migliore tradizione survival, la bambina non ha con sé armi che possano contrastare questi pericoli: costretta a vagare in un mondo concepito per proporzioni adulte, può fare affidamento soltanto sulla sua velocità e la sua capacità di restare invisibile nascondendosi dietro pilastri, sotto mobili o dentro scatoloni. Man mano che si procede nel percorso, la tessitura narrativa comincia gradualmente ad emergere, pur mostrandosi comunque assai reticente nel dischiudere i suoi segreti più intimi: la protagonista si trova con ogni evidenza all’interno di una specie di prigione sottomarina, assimilabile a un campo di concentramento (si veda l’impressionante scena delle scarpe), destinata alla reclusione e all’uccisione di bambini a vantaggio di una orripilante comunità di individui ipertrofici, non dissimili da certe deformità à la Botero. A capo di questo sistema perverso si cela un’algida figura femminile, dai tratti simili a quelli di una geisha giapponese, che viene appena mostrata all’inizio per poi restare sempre vigile fino all’epilogo come una onnisciente presenza sullo sfondo.

Oltre a tentare di salvare la pelle della bambina protagonista, il giocatore è dunque stimolato a mettere insieme gli scarni indizi ambientali per cercare di mettere insieme una lettura convincente della trama. Da questo punto di vista Tarsier Games non esce dalla zona di conforto della produzione indipendente e si compiace di disseminare la strada con informazioni contrastanti e suggerimenti incongrui, che lasciano aperti numerosi interrogativi. Fortunatamente, proprio quando si rischierebbe di rimanere infastiditi o annoiati dalla rutilante architettura di metafore etiche messa in piedi dalla software house svedese, una vigorosa tirata di redini riesce a evitare il pericolo della paternale moralistica – una piaga che accomuna molti titoli analoghi: per farla breve, la bambina protagonista si rivela non poi così innocente, né avulsa dalla generale crudeltà che la circonda.

Al netto di contenuti avvincenti ma non strabilianti – onestamente, le narrazioni impressionistiche e gli epiloghi nebulosi hanno un po’ stancato – il punto di forza di Little Nightmares risiede senz’altro nella sua veste grafica, tecnicamente non avanzatissima ma artisticamente pregevole. Ispirandosi a certi inquietanti filoni di illustrazione vittoriana, lo staff di Tarsier Games ha infatti elaborato veri e propri “quadri” capaci di evocare molte e diverse sfumature di terrore. Con il suo impermeabile giallo, la protagonista propone l’unica nota di colore contrastante all’interno di una tavolozza tutta incentrata sui marroni, sui grigi e sui verdi, perfetti per evocare sia lo squallore delle celle e dei dormitori dei bambini, sia la corrotta maestosità delle stanze e dei corridoi degli adulti. La veste estetica si impreziosisce altresì grazie a un più che valido repertorio sonoro, che ben supporta l’esperienza complessiva accompagnando le peregrinazioni del giocatore con temi onirici e sfilacciati, dal sapore industriale.

A non convincere molto, invece, sono i controlli. Si ha a disposizione una buona gamma di movimenti, ma la loro precisione è sovente minata dal problema della gestione della tridimensionalità delle mappe in un titolo la cui visuale resta comunque quella “scatolare” di un platform bidimensionale. In poche parole, non è raro che la protagonista muoia a causa della mancata chiarezza del suo collocamento nel contesto spaziale di riferimento: si finisce spesso per precipitare in un baratro mancando la presa durante il salto, o per urtare oggetti sparsi al suolo (attirando così i nemici) perché impossibilitati nel distinguerne la reale posizione sul terreno. Per fortuna i puzzle risultano sufficientemente vari e stimolanti da tener desta l’attenzione del giocatore ed evitare che le lacune tecniche inficino del tutto il gameplay.

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Little Nightmares non è certamente quel capolavoro che si dice in giro, ma porta a termine il compito preposto con coerenza e proprietà di mezzi, sia ludici che espressivi. Il senso di “incompiutezza” della narrazione, unitamente a un tenore metaforico un po’ compiaciuto e non sempre del tutto a fuoco – ma attendiamo il seguito al varco – lo rende un prodotto incapace di svettare davvero nel panorama dei puzzle-platform, e questo anche a causa di alcune evidenti difficoltà nella gestione dei controlli. Si tratta comunque di un titolo di buon valore e artisticamente fascinoso, che non mancherà di trovare riscontro presso un pubblico piuttosto ampio.

verde

Good

  • Atmosfera orrorifica intensa e ottimamente resa.
  • Pregevole comparto artistico.

Bad

  • Problemi nei controlli in alcune sezioni.
  • La narrazione fumosa non lo rende un prodotto per tutti.
7.8

Ilya Muromets

Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.