L’eterogenesi dei fini in chiave videoludica

Roberto Di Letizia

Last Day of June

Sviluppatore: Ovosonico
Publisher: 505 Games
Genere: Puzzle Adventure 3D
Disponibile: Digital
PEGI: 7+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PC
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

“Cold windowpane, a car upturned in the rain. Wait on in vain, don’t try to bear the blame. Deal with the pain, dust down your wings again”. Sono le parole di Drive Home, canzone di Steven Wilson, conosciuto per essere fondatore e frontman del gruppo britannico dei Porcupine Tree. Wilson ha curato completamente la colonna sonora di Last Day of June dell’ultima fatica di Ovosonico, felice realtà del panorama dell’industria videoludica italiana, pubblicato per PlayStation 4 e Windows. Se vi è capitato di vedere il video di Drive Home, avrete notato come i personaggi, così come la storia, evidentemente basata sulle lyrics della canzone, sia graficamente simile all’opera della casa di Varese. L’intera esperienza videoludica è intrisa profondamente dall’estetica musicale, si potrebbe quasi dire che entrambi siano estensione l’una dell’altra.

Last Day of June può essere ridotto un po’ semplicisticamente ad un’avventura story-driven, dove le meccaniche, incentrate su puzzle poco complessi, sono compresse dalla narrativa dominante. L’esperienza di gioco è fortemente pre-indirizzata del game designer Massimo Guerini, il quale ha come obiettivo quello di far vivere il dramma di una storia d’amore attraverso il linguaggio del medium videoludico.

COLORI DALL’INCONSCIO

Questa storia, che sembrerebbe proprio ispirarsi alla canzone di Steven Wilson, ha come protagonisti Carl e June, ma da subito si polarizza non sull’unione quanto sulla perdita, perché la compagna di Carl perde la vita, in un’istante fatale in cui l’auto perde il controllo sull’asfalto reso viscido dalla pioggia, mentre sta tornando a casa con il suo amato. La perdita ha vari modi di manifestarsi. La “nostalgia”, nel senso greco del termine cioè “il dolore del ritorno”, è spesso il sentimento che l’accompagna in modo imprescindibile. Certamente quando essa si verifica ciò che ci rimane sono i ricordi. Carl, ridotto ormai sulla sedia a rotelle, non ha altro che i ricordi a cui aggrapparsi per poter dare ancora un senso alla propria esistenza. In questo senso, la scelta artistica degli autori è alquanto azzeccata.

I ricordi sono rappresentati con colori caldi, accesi, vivi, a simboleggiare una dimensione desiderata. Essi sembrano proiettati da pennellate di un’artista impressionista, perché ciò che percepiamo non è mai ciò che è accaduto, quanto una ricostruzione funzionale allo stato mentale presente. E il presente, infatti, viene disegnato con colori spenti, freddi, non vi è luce e calore. L’ambiente presente, in cui Carl è gettato, è disperato. I colori, in altre parole, non sono proprietà della realtà oggettiva ed esterna, bensì del mondo interiore così come ricreato dall’inconscio di Carl, con un passato in sé desiderabile, accogliente, e un presente repellente da cui fuggire. Oltre alla struttura cromatica fondata sulla dicotomia luce/ombra, ad evidenziare la rottura tra presente e passato, ci sono anche i contenuti. Mentre il passato è popolato da altri personaggi, le cui esistenza si intrecceranno cambiando inevitabilmente il destino di Carl e June, il presente è invece solitario: troviamo un Carl solo, su una sedia a rotelle che vive in una casa vuota e silenziosa.

La scelta artistica di Ovosonico, visivo-cromatica e musicale, è risultata essere ai miei occhi quanto di più c’è in Last Day of June. Ma altrettanto importante è il messaggio filosofico che la storia è in grado di trasmettere. Carl, infatti, scopre di poter cambiare il passato e, quindi, di poter salvare June, ritornando a quel fatidico giorno attraverso dei ritratti dipinti dalla sua amata. Per far ciò dovrà cambiare le scelte che i diversi personaggi, dei quali i piccoli drammi impareremo progressivamente a conoscere, hanno seguito e i cui effetti hanno inevitabilmente inciso sull’esito fatale. Il punto che emerge è che, nonostante gli sforzi di Carl, di cambiare queste scelte, il risultato finale non sembra cambiare: tutto si riorganizza, si determina dando come prodotto finale sempre la morte di June. Il concetto che emerge rinvia a due visioni filosofiche che sembrerebbero essere l’ossatura, forse inconsapevole, della narrativa del gioco.

La prima visione è ciò che i filosofi chiamano eterogenesi dei fini, ovvero l’idea che le nostre azioni intenzionali quando si intrecciano con quelle delle altre persone creano conseguenze non intenzionali. Secondo alcuni l’essenza stessa della storia umana si fonda su questo principio. Così come delle nostre piccole e singole esistenze. Pare evidente che l’eterogenesi è parte integrante di Last Day of June. Se si pensa che tutte le azioni intenzionali dei personaggi – oltre a Carl e June, troviamo un bambino, un anziano, un cacciatore e la vicina – influiscono con una certa gravità agli eventi fatali. Si direbbe che i fatti che determinano la nostra esistenza – ciò che gli esistenzialisti chiamano la fatticità dell’esistere – siano caratterizzati dalla contingenza, la casualità, l’accidente che ci forniscono anche l’impressione che le cose potevano andare diversamente. Piuttosto che accettare la cosiddetta ineludibilità del destino, riflettiamo sulle possibilità, le alternative, sull’altrimenti.

E qui che emerge un’altra visione filosofica: l’atto, il tentativo, di cambiare l’ordine delle cose chiede un prezzo, un sacrificio per riportare le cose allo stato iniziale. Gli antichi greci chiamavano questa legge cosmica hýbris/némesis. Hýbris è l’atto di tracotanza dell’individuo che non accetta il corso delle cose, l’ordine prestabilito dal destino imprescindibile, così cerca di cambiarlo, in una tensione tragica. Tracotanza è, ad esempio nel mito di Edipo, l’ordine di re di Tebe, Laio, di uccidere il proprio figlio maschio perché gli è stato predetto che sarà ucciso da lui. Némesis è Edipo che salvato, “casualmente” uccide Laio, diventando a sua volta re di Tebe. Tracotanza è anche Carl che fa di tutto per cambiare il passato, ciò che è accaduto. Némesis è l’inutilità del suo sforzo erotico – nel senso sempre greco del termino, cioè di èros, mosso dall’amore – che si dissolve sempre nello stesso esito: la morte della sua amata. Le cose non possono cambiare e se cambiano è solo perché il destino ha riordinato le cose. Forse l’unico modo per pacificare il destino è trovare una risposta alla domanda che funge anche da tagline del titolo: “Salveresti qualcuno per amore?” che suona un po’ come “Cosa saresti disposto a fare per amore?”. Questa risposta, infatti, aiuta a definire il proprio sentimento che è fatto non solo di parole e emozioni, ma anche di scelte.

La componente più spiccatamente ludica di Last Day of June consiste più tradizionalmente in una di puzzle che il giocatore dovrà risolvere, in quanto ostacoli che lo separano dal suo obiettivo principale. In particolare, il giocatore dovrà riuscire ad incastrare nell’unico modo possibile le scelte e le conseguenze dei personaggi, potendoli modificare in quanto investito del potere magico di tornare indietro nel tempo. In questo senso, la difficoltà dei puzzle è davvero minima. Si tratta di una scelta di design per non creare un’esperienza narrativa eccessivamente discontinua, ma ciò chiaramente può far storcere il naso ai puristi delle avventure grafiche, sebbene negli ultimi anni questo genere si è sempre più orientato verso la fruizione narrativa a discapito delle meccaniche ludiche. In ogni caso, gli sviluppatori hanno ben integrato queste meccaniche riuscendo a non renderle avulse dall’esperienza globale.

In Last Day of June la struttura narrativa domina. Quando ci si trova di fronte ad opere di questo tipo si tende a riflettere su come i confini del medium videoludico si siano dilatati. I videogiochi – ma ormai si tratta di un fatto assodato e scontato, grazie ad opere come questa o come Life is Strange – non esprimono solamente valori o disvalori quali violenza, guerra, azione o sport, essi sono in grado di creare fortissime emozioni positive e costruttive, come l’amore, l’amicizia, il dolore per una perdita, ossia non incentrate sulla competizione o la sopravvivenza. Questo è ciò che certamente riesce a fare. Il lavoro di Ovosonico, tuttavia, sembra puntare un po’ troppo sulla narrativa, esibendo in questo senso dei limiti. Un esperimento che potremmo fare, per capire se davvero un tale lavoro riesca oltre che elicitare emozioni viscerali anche ad aggiungere qualcosa di nuovo, è chiederci se l’esperienza, la fruizione dei contenuti veicolati da esso possano cambiare se trasmessi con un altro medium, come può essere un film o un video musicale. Personalmente credo di no, e questo perché gli sviluppatori hanno puntato molto di più sulla narrativa, espressa certamente in modo apprezzabile e artisticamente rilevante, ma hanno anche sottovalutato la componente ludica in sé: il gameplay appare superfluo, un epifenomeno di cui si potrebbe fare a meno senza cambiare minimamente l’esperienza estetica emergente dalla fruizione della storia.

Contenuti

Dove posso acquistarlo?

PS Store

L’impegno del giocatore di risolvere i puzzle può essere funzionale ad immedesimarsi nello sforzo di Carl di salvare June, ma tale sforzo è supportato sinceramente da meccaniche un po’ troppo semplici rendendo il giocatore attivo emozionalmente ma poco interattivo, privato di scelte in fin dei conti interessanti. In ogni caso, Last Day of June è un ottimo prodotto ad ampio respiro internazionale, dalla qualità artistica encomiabile, che mostra come l’industria italiana del settore sia stia mettendo sui giusti binari.

verde

Good

  • Direzione artistica lodevole.
  • Storia dal forte impatto emozionale.

Bad

  • Sbilanciato sul lato narrativo.
  • Meccaniche di gioco semplici.
8

Roberto Di Letizia

Ha mosso i primi passi con il Commodore 64. Ha un’insana tendenza a scovare tutto ciò che di filosofico, estetico ed etico si insinua nel medium videoludico. Sogna un giorno di scrivere un trattato dal titolo “Trattato logico-filosofico sui Polli di gomma con la carrucola in mezzo”.