Di nuovo a spasso per le strade di Dalmasca

Ilya Muromets

Final Fantasy XII: The Zodiac Age

Sviluppatore: Square Enix
Publisher: Square Enix
Genere: JRPG
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 16+
Lingua: Italiano

Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

La mia carriera di videogiocatore sta alla serie di Final Fantasy più o meno come Isadora Duncan sta a un concerto degli Impaled Nazarene. Questione di tempismi errati, incomprensioni mai sanate, e in generale un’avversione istintiva, quasi fisiologica al genere ludico di cui la saga Square Enix è diventata, nel bene e nel male, il principale stendardo nell’immaginario internazionale. La richiesta da parte di GeekGamer di commentare questa riedizione di Final Fantasy XII per PS4 è giunta dunque piuttosto inaspettata, considerata la limitatissima esperienza del sottoscritto nel settore dei JRPG e la quasi completa ignoranza del panorama merceologico di riferimento, ivi compresi tutti i trivia che accompagnavano e accompagnano ancora la pubblicazione di ogni nuovo capitolo della serie. Trattandosi di una rimasterizzazione, tuttavia, dal punto di vista metodologico un intervento critico che muova da cotali premesse potrebbe costituire un’eccellente occasione per mettere alla prova il prodotto nel suo contesto d’indirizzo – che è naturalmente diverso da quello d’origine – e tra le mani di un giocatore che non ha mai provato la sua versione primigenia. Alla luce dell’offerta videoludica contemporanea, insomma, Final Fantasy XII ha davvero ragione di approdare sull’ammiraglia Sony, e potrebbe essere in grado di attrarre un pubblico non vincolato dai ricordi dorati dell’era PS2?

Final Fantasy XII era giunto sulle console giapponesi nel marzo del 2006, dopo più di cinque anni dal precedente capitolo single-player, quel Final Fantasy X che aveva rappresentato un deciso momento di svolta per la serie (soprattutto dal punto di vista tecnico) e che era stato salutato come un importantissimo caposaldo nel suo genere – tanto da aver incoraggiato la produzione di un seguito diretto, il primo in assoluto nella storia della saga.

UN TRAVAGLIO DOLOROSO

Le aspettative per il successivo episodio erano dunque piuttosto alte, e le risorse mese in campo furono decisamente imponenti: purtroppo, la gestazione del nuovo “pargolo” di casa Square Enix si rivelò ben più problematica del previsto. Colui a cui era stata affidata la direzione del progetto, quel Yasumi Matsuno già distintosi nel panorama nipponico per opere di peso quali Final Fantasy Tactics e Vagrant Story, fu costretto ad allontanarsi per ragioni di salute, lasciando lo scettro – tra i malumori del creatore della serie, Hironobu Sakaguchi – a una squadra di lavoro differente, che impresse profonde modifiche al piano iniziale, soprattutto sotto il profilo narrativo. Le sfumature adulte che Matsuno avrebbe desiderato imprimere al gioco, e che si sarebbero dovute distanziare dalla tradizione diegetica young adult propria delle precedenti incarnazioni della saga, furono accantonate in favore della consueta enfatizzazione dei protagonisti adolescenti, a cui viene dedicato amplissimo spazio. Con il senno di poi, bisogna ammettere che le tracce di queste modifiche in corso d’opera emergono assai chiaramente nella fibra narrativa del gioco. Difatti, le intricate vicende del regno decaduto di Dalmasca, veicolate al pubblico da un cast di comprimari piuttosto carismatici quali Balthier, Basch e Vossler, sembrano tutto sommato sacrificate a far da sfondo a un main character convenzionale e scipito come Vaan, ennesimo orfano sanguigno e imprudente che si aggiunge alla nutrita schiera di analoghi giovincelli dell’industria culturale made in Japan. Spesse volte si ricava l’impressione che le paturnie personali del protagonista – e della sua degna comprimaria Penelo – risultino profondamente scollate dagli eventi e dai contesti che segnano la lotta per l’indipendenza di Dalmasca, la quale pare muoversi a livelli diversi e per molti aspetti superiori. Si tratta insomma di un’occasione parzialmente sprecata, anche perché il titolo rivela, pure a distanza di anni dalla sua comparsa sul mercato, un’impalcatura ludica piuttosto ben concepita, alla quale avrebbe sicuramente giovato un comparto narrativo più stabile e maturo.

Final Fantasy XII riesce a sostenere più che egregiamente il confronto con il panorama contemporaneo del genere di riferimento, grazie a un gameplay strutturato eppure di facile gestione, e a una direzione artistica di ottimo livello. Il primo può contare soprattutto su un funzionale battle system, intelligentemente progettato per superare – almeno a livello di percezione esterna – i limiti della turnazione “fissa” attraverso una gestione dinamica della telecamera e un controllo diretto del personaggio “leader”, accanto al quale i comportamenti dei comprimari possono essere gestiti per mezzo di una serie di comandi automatici (o gambit). La possibilità di accelerare il ritmo di camminata e combattimenti con la semplice pressione di un tasto – possibilità che in questa riedizione PS4 è stata estesa anche alla versione occidentale del gioco – aiuta inoltre a ridurre di molto la ripetitività delle sezioni di farming puro, così come l’attraversamento delle vaste aree urbane ed extra-urbane che caratterizzano il titolo. Il remaster vanta il cosiddetto International Zodiac Job System, un sistema di dodici “ruoli” sbloccabili, che danno accesso ad altrettante liste di abilità acquistabili tramite punti livello. Questa meccanica, inclusa nella sola riedizione giapponese del titolo e totalmente inedita in Occidente, è stata ulteriormente espansa per l’occasione, svecchiando in un colpo solo un sistema di licenze che, all’uscita del titolo, scontentò molti fra gli appassionati del genere J-RPG.

Dal punto di vista formale, il gioco sorprende ancora oggi per una direzione artistica decisamente ispirata, che trae spunto da suggestioni mediterranee e mediorientali per costruire un universo dalla personalità assai spiccata, ancora piacevole ed efficace nonostante un numero di poligoni che avrebbe senza dubbio beneficiato di un cospicuo miglioramento in vista dell’edizione HD. Con le loro tavolozze vivide e brillanti, caratterizzate da raffinati accostamenti di tinte marroni, turchesi e arancio, le ambientazioni attraversate da Vaan e compagnia riescono comunque a soddisfare il senso estetico del giocatore, e consentono di perdonare qualche residuo infantilismo kawaii nella modellazione degli avversari di livello inferiore. Da segnalare ancora la qualità della colonna sonora ad opera di Hitoshi Sakimoto, che quasi del tutto orfana del veterano Nobuo Uematsu (autore della sola canzone conclusiva) allinea temi di buona fattura, qui godibili in un’inedita verste orchestrale e integrati con alcuni brani inediti.

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Final Fantasy XII: The Zodiac Age rappresenta una buona occasione per riprendere in mano un gioco che, in retrospettiva, meriterebbe forse di essere ricordato più di altri della stessa serie. Questa versione per PS4 si propone come un prodotto che non rivoluziona la natura del titolo originario – le principali features introdotte erano infatti in buona parte già esclusiva delle edizioni giapponesi – ma conduce un’operazione di “politura” funzionale a consentirne l’apprezzamento anche da parte di fruitori non familiari con il catalogo PS2. Al netto di una veste grafica che forse non è stata rielaborata come si sarebbe potuto, e nonostante la presenza di alcune falle in una trama evidentemente riscritta in corso d’opera, Final Fantasy XII: the Zodiac Age può essere tranquillamente consigliato al pubblico di riferimento.

verde

Good

  • Direzione artistica pregevole.
  • Interessante caratterizzazione dei personaggi “adulti”.
  • Gameplay fluido ed efficace.
  • Il sistema di Job rivisto ed espanso.

Bad

  • Vaan, il protagonista.
  • A livello tecnico, la veste grafica della remaster sarebbe potuta essere migliore.
8

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.