Guardians of the Solar System

Antonio Izzo

Destiny 2

Sviluppatore: Bungie
Publisher: Activision Blizzard
Genere: FPS MMO
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 16+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PS4
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

I primi istanti della campagna di Destiny 2 non possono lasciare indifferenti i giocatori storici della saga. Il luogo dove hanno trascorso 3 anni della loro vita virtuale, principale riferimento e punto di partenza di mille avventure, viene raso al suolo da un possente esercito arrivato da chissà dove guidato dal temibile Ghaul. Il prologo di Destiny 2 funziona a meraviglia, lasciando i protagonisti, e i giocatori con essi, inermi contro una forza soverchiante, che rade al suolo l’ultima città, ingabbia il Viaggiatore e prosciuga la luce di tutti i guardiani lasciandoli più impotenti che mai. La storia procede poi in maniera decisamente più convenzionale, con missioni prive di particolari guizzi e ravvivate solo grazie all’indubbio carisma dei personaggi secondari, Cayde-6 su tutti, che strappa più di un sorriso con la sua, riuscita, comicità. Ghaul, purtroppo, si rivela ben presto meno interessante e sfaccettato del previsto, ma fortunatamente a risollevare le sorti della campagna ci pensa la riuscita parte finale, ricca di azione e ambientata in location indubbiamente evocative, che riesce a chiudere degnamente il cerchio dopo circa 10/12 ore di gioco. In definitiva, la campagna di Destiny 2 riesce perfettamente nel compito che si prefissa, ovvero quello di fungere da perfetto biglietto da visita. Una tappa obbligatoria, ma anche piacevole, prima dell’approdo al vero fulcro del titolo.

Dopo i titoli di coda, il giocatore viene letteralmente sommerso di cose da fare. I pianeti pullulano di segreti da scovare ed attività da portare a termine, come le nuove Avventure e le imprese che approfondiscono alcuni lati della trama. I panorami creati dagli artisti Bungie sono, come al solito,  mozzafiato. La Zona Morta Europea affascina grazie alla sua decadenza, mentre Nessus con il suo dedalo di strutture Vex e la riuscita paletta cromatica non può lasciare indifferenti. Io, che ad un primo sguardo sa di già visto, regala a mio parere la skyline più spettacolare della saga, con l’imponente Pyramidion che si scaglia in una volta celeste dominata dal gigante gassoso Giove e dai suoi satelliti. Non si può dire lo stesso di Titano, purtroppo, che con le sue piattaforme che galleggiano su un mare di metano appare decisamente anonimo e poco ispirato.

TANTO DA FARE (ALL’INIZIO)

Per molte ore il giocatore viene chiamato ad esplorare e ad impegnarsi, con immenso piacere, nella principale attività di Destiny: aumentare il proprio potere, e conquistare le armi e gli equipaggiamenti più ambiti. L’essenza del titolo Bungie è tutta lì. La casa di Bellevue ha preso la saggia decisione di rifinire ciò che di buono già c’era, senza stravolgere una formula che già riuscì ad imporsi 3 anni fa. Il gunplay, è ai massimi livelli su console. Non esiste sulla piazza, e mai è esistito, un FPS più piacevole da giocare con un pad tra le mani di Destiny 2. Forse Halo, non a caso sviluppato dalle stesse persone. Ad uno sguardo più attento, non sfuggirà l’incredibile mole di migliorie e aggiustamenti apportati all’interfaccia, al gameplay e all’impianto di gioco in generale. È finalmente possibile (era ora!) viaggiare in una destinazione del sistema solare senza passare dall’orbita, e la presenza di una mappa con tanto di indicatori ed eventi pubblici ben segnalati rende l’esplorazione più organica. La semplice introduzione, poi, di un’animazione che permette di scavalcare gli ostacoli riesce da sola a rendere la fase platform più agevole e meno tediosa. Nemmeno le classi sono sfuggite all’operazione di rimaneggiamento. Titano, Stregone e Cacciatore possono contare su tre sotto-classi a testa, di cui tre inedite che vanno a sostituire (o inglobare, per certi aspetti) le tre meno riuscite del primo capitolo. Sono tutte piacevoli da giocare, con i loro punti deboli e i punti di forza, che le fanno preferire in base alla situazione. Lo skill tree, all’apparenza molto semplice poiché formato da soli due rami mutuamente esclusivi, è invece perfettamente funzionale all’esperienza.

L’operazione di rifinitura può dirsi senz’altro riuscita, ma non in ogni componente del titolo, dove Bungie ha calcato la mano semplificando eccessivamente l’esperienza, forse per andare incontro alle richiesta della variegata comunità dei giocatori. Il drop rate, innanzitutto, è aumentato sensibilmente. Salire di livello presso i vendor è un’operazione velocissima e si viene continuamente ricompensati con armi ed equipaggiamenti leggendari. Questo, mi rendo conto, è un aspetto difficile da gestire in giochi di questo tipologia. Se viene dato poco, il giocatore è frustrato dall’eccessivo grinding. Se viene dato molto, invece sopraggiunge prematuramente la noia. Quello che peggiora la situazione, in questo caso, è però l’eccessiva semplificazioni delle armi, i cui perk non vengono più generati casualmente. In passato una medesima bocca da fuoco poteva essere sfornata dal gioco con caratteristiche differenti, che la rendevano unica. Ora, invece, tutti i fucili automatici Storia delle Origini ottenibili, ad esempio, saranno identici tra loro e con le medesime caratteristiche. Bungie ha tentato di sopperire a questa poca varietà con l’introduzione delle mod, in grado di aggiungere statistiche agli equipaggiamenti. Si tratta indubbiamente di una buona idea, ma il sistema è ancora acerbo: a conti fatti alle armi non si può far altro che cambiare l’elemento, aumentarne il danno o la velocità di ricarica. Più varie invece le applicazioni alle armature, dove è possibile intervenire su specifiche statistiche delle sottoclassi, come la velocità di ricarica di granate o altre abilità. Di fatto, ora è possibile creare build personalizzate, con set da equipaggiare all’occorrenza ogni volta che si sceglie di utilizzare una sottoclasse differente.

I veri limiti della produzione, in realtà, si palesano dopo molte ore di gioco, quando il giocatore più navigato si troverà dinanzi ad un end game povero, fatto di attività ripetitive e brevi che si completano in pochissime ore e che si aggiornano a cadenza settimanale. Sono rese ancora più noiose dalla loro inutilità sul lungo periodo per via dei motivi sopra esposti: gli equipaggiamenti vengono letteralmente regalati a tutti rendendo inutile anche il grindind, croce e delizia di questa tipologia di giochi. Se prima il giocatore più accanito era disposto a ripetere più e più volte una medesima attività pur di ottenere una determinata arma con l’ambita e desiderata combinazione di perk, ora non ne sentirà più il bisogno. In un titolo come Destiny 2 che aspira a tenere incollata l’utenza settimana dopo settimana, fino all’uscita della nuova espansione, è una mancanza grave. È quel tipo di giocatore che tiene su la baracca, e allo stato attuale non ha motivo di restare sui server di Destiny 2 molto a lungo.

L’unica componente di rilievo di questa porzione di gioco, è il Leviatano, la nuova Incursione messa a punto dal team di sviluppo. Si tratta indubbiamente del piatto forte del titolo, che non delude pur non convincendo a fondo. Sul Leviatano, una nave di dimensioni inimmaginabili pronta ad ingoiare, letteralmente, il piccolo pianeta Nessus, i giocatori saranno chiamati ad affrontare delle sfide ingegnose e molto variegate, in cui il gioco di squadra è più valorizzato che mai. Su questo aspetto Bungie ha fatto ancora una volta centro. Servono ore di gioco e una squadra affiatata per padroneggiare quest’attività, ma le soddisfazioni derivanti dal suo completamento sono immense. Purtroppo, non si può parlare di perfezione a causa dell’insopportabile presenza di backtracking, una novità decisamente poco elegante, e per la mancanza di boss minori, presenti invece in passato.

Il Crogiolo, invece, merita un discorso a parte. Il PvP è la componente che forse più è mutata rispetto al passato, poiché è stato ridotto il numero dei componenti delle squadre, da 6 a 4. Ora le partite sono meno caotiche e più tattiche, anche grazie agli interventi sulle classi di cui ho parlato prima, che hanno eliminato o ridimensionato abilità che prima sbilanciavano eccessivamente l’esperienza. Ho gradito poco, invece, l’impossibilità di scegliere le modalità di gioco. Ora sono tutte inglobate in due playlist distinte, Partita Veloce e Competitiva, impedendo la scelta della propria modalità preferita, come ad esempio Controllo o Scontro. L’attività competitiva end game proposta in Destiny 2, le Prove dei Nove, fatica inoltre a raccogliere il testimone delle leggendarie Prove di Osiride. Questo tipo di partite erano decisamente più interessanti quando erano giocate 3vs3 (ora sono 4vs4, come tutta la componente PvP). Ora, come se non bastasse, sono complicate dall’adozione di una tipologia di partita che poco va a genio a gran parte della community, Demolizione. A complicare il tutto, c’è ancora un netcode spesso instabile, seppur migliorato rispetto al passato, e un bilanciamento delle armi non perfetto, ma facilmente migliorabile.

In definitiva, nonostante le tante imperfezioni, Destiny 2 resta un’esperienza imprescindibile per tutti gli amanti dei giochi multiplayer. In tal senso, sopratutto se prendiamo in considerazione la componente PvE, è difficile trovare nel panorama attuale una proposta di pari livello. Le sorti del titolo verranno quindi decise nelle prossime settimane: l’impianto di gioco è ormai maturo, il gameplay è calibrato alla perfezione e la community è affezionata, seppur contrariata da qualche sbavatura. Non serve poi molto a migliorare il titolo: solo un supporto costante da parte del team di sviluppo, e l’aggiunta di attività end game più variegate e funzionali.

 

 

 

 

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Bungie decide di percorrere la via dell’evoluzione, e non del cambiamento. Destiny 2 introduce una lunghissima lista di aggiustamenti, migliorie e affinamenti, ma non stravolge il suo volto e fa sentire a casa anche il più vecchio dei suoi giocatori. L’impianto di gioco è ormai maturo, e presta il fianco a poche critiche. A non convincermi, è stata l’eccessiva semplificazione di alcune meccaniche che necessitavano di essere aggiustate, non ridimensionate, e soprattutto l’incredibile povertà dell’end game che non può essere salvato in toto da un divertente, ma imperfetto raid.

verde

Good

  • Impianto di gioco ormai maturo.
  • Pad alla mano, il gioco con il miglior gunplay in assoluto su console.
  • Gioco di squadra incredibilmente valorizzato e vero punto di forza del titolo.

Bad

  • End-game povero e ripetitivo, ad esclusione del Raid.
  • Ridotta varietà nelle caratteristiche delle armi.
  • Componente PvP perfezionabile.
7.9

Antonio Izzo

Videogiocatore da più di vent’anni, passa senza soluzione di continuità da una piattaforma all’altra e da un genere all’altro. Dategli un pad e vi solleverà il mondo.