Vita e morte di un fotoreporter d'assalto

Majkol

Dead Rising 4

Sviluppatore: Capcom Vancouver
Publisher: Capcom
Genere: Sandbox/Azione
Disponibile: Digital+retail
PEGI: 18+
Lingua: Italiano
Versione Testata: Xbox One
Copia regolarmente acquistata dalla redazione.

Non so cosa sia successo in quel di Capcom Vancouver, ma quel che è certo è che i radicali cambiamenti apportati alla serie Dead Rising con questo quarto episodio sono tutto fuorché accettabili. Il paradosso è chiaro fin dai primi minuti di gioco, quando una sferzata di nostalgia coglie impreparati: il ritorno di Frank West come protagonista e l’idea di un’avventura ambientata nella cittadina di Willamette, il luogo in cui tutto ebbe inizio, rende il tutto decisamente interessante agli occhi dell’appassionato della prima ora. Una sorta di omaggio alle radici storiche del marchio Capcom che vengono ben presto svilite da tutta una serie di decisioni dettate probabilmente più dalla volontà di affacciarsi ad un pubblico più ampio più che alla riscoperta di un spinta autoriale da parte del team canadese.

Dead Rising, il primo, è ad oggi uno dei migliori titoli disponibili per console di vecchia e nuova generazione. Un mix ben riuscito di atmosfere horror, estetica perennemente in bilico fra il camp e il surreale, meccaniche ludiche capaci di gratificare gli sforzi RAGIONATI dei giocatori e la loro dedizione nel riuscire a gestire gli obiettivi a tempo memorizzando i percorsi più veloci nell’enorme porzione di ambientazione calpestabile. Una mosca bianca nata in seno ad un team nipponico guidato da Keiji Inafune (prima che scappasse su Marte con i soldi della campagna di crowdfunding di Mighty No.9, ovviamente) e infine lasciato in mano a un team canadese che è stato addirittura inglobato all’interno del colosso giapponese, sotto il nome di Capcom Vancouver. Col susseguirsi di improbabili spin-off, episodi digitali tutt’ora esclusiva Xbox 360 e inconcludenti DLC per il terzo capitolo, era chiaro che la direzione della serie fosse ancora tutta da definire. In questi passati esempi s’intuiva, in ogni caso, che gli sforzi degli sviluppatori fossero stati profusi nel riuscire a trovare un equilibrio fra l’identità hardcore del primo capitolo e la necessità commerciale di parlare al grande pubblico. Se col passare degli anni le meccaniche punitive di gestione dei compiti a tempo si sono via via fatte sempre più accomodanti, la comparsa di una modalità di gioco in rete e l’introduzione di un cast di personaggi sempre differente fecero sì che gli autori canadesi riuscissero a fare propria l’identità del franchise, pur con qualche incidente di percorso. Con Dead Rising 4 queste modifiche, apportate con discrezione e rispetto del materiale originale dai prequel, sono state radicalizzate al punto da renderlo praticamente indistinguibile da un qualsiasi altro sandbox ad ambientazione urbana… zombi permettendo.

UN PAIO DI COLPI DI BISTURI E VIA

I primi sentori dello spirito rivoluzionario di Dead Rising 4 sono avvertibili fin da subito, quando ci si trova nei panni di un irriconoscibile Frank West (dall’aspetto ispirato a Bruce Campbell nella serie tv Ash VS Evil Dead) alle prese con migliaia di zombi e un fantasma (!). L’ectoplasma lo tormenta, facendoci sapere che dal suo grande scoop a Willamette in cui svelò i piani del governo nella realizzazione di un virus zombificante, sono passati diversi anni e che il successo raccolto dal nostro eroe è ormai solamente un ricordo di gioventù: ritiratosi dalla piazza del giornalismo d’assalto per darsi all’insegnamento, basterà solamente che una sua allieva lo spinga ad intrufolarsi in una base segreta proprio nella cittadina del Colorado per riaccendere in lui il desiderio di arricchirsi con lo scoop del secolo. Un rapido susseguirsi di eventi porterà il giocatore a ritrovarsi faccia a faccia con una nuova epidemia e a fare la conoscenza con un personaggio che prende il nome di Frank West, ma che con l’omonimo protagonista del primo capitolo non ha nulla a che spartire.

Il fatto che Dead Rising 4 non indugi troppo nel cercare di riconnettersi con quanto raccontato in passato, né menzioni in qualche modo le imprese degli altri protagonisti, svela in un attimo la volontà, da parte degli autori, di creare una sorta di nuovo inizio basandosi su elementi all’apparenza familiari; sia Frank che Willamette, tuttavia, non riescono in nessun modo a restituire la sensazione nostalgica che ci aspetterebbe, vuoi per l’aspetto e la personalità praticamente riscritta del primo, vuoi per la totale ricostruzione della città e del centro commerciale dopo gli eventi raccontati nel capostipite della serie. La sceneggiatura pone grande enfasi sulla parlantina tagliente e zeppa di “one-line jokes” (spesso scadenti, specie in italiano) dell’eroe protagonista, senza però creare un minimo di tensione fra questo e gli altri volti appartenenti al cast, riducendo la storia ad un susseguirsi di sketch comici dalla qualità risibile con episodiche incursioni truculente a base di zombi spappolati e linguaggio sboccato. Il polpettone riservatoci dagli scrittori dietro alle cinematiche di questo capitolo è quello di una storia in cui cospirazioni governative, mutazioni genetiche e fantascienza si intrecciano, sullo sfondo di un banale scontro generazionale che vede ai due poli opposti proprio il protagonista e la sua giovane allieva, in una risoluzione che sembra quasi voler raccontare la cara vecchia tematica del “passaggio di testimone”. Peccato che i dialoghi e le situazioni non riescano mai in nessun modo a fare più che strappare qualche raro sorriso (colpevole), e che la volontà di rendere Frank un vero e proprio saltimbanco dalla battuta pronta – soprattutto quando non serve – cozzi prepotentemente con la sua personalità conosciuta in precedenza. La modalità storia è portabile a termine nell’ordine della decina di ore, benché il vero finale sia stato riservato solo a coloro che acquisteranno il Season Pass o semplicemente il DLC che lo conterrà, in una manovra commerciale fra le più bieche degli ultimi anni.

Memore di quanto visto in Dead Rising 3, le mie aspettative sotto il profilo ludico per questa nuova iterazione erano piuttosto modeste, soprattutto dopo aver letto mirabolanti comunicati stampa in cui Capcom si diceva lieta di aver eliminato le meccaniche a tempo tipiche della serie. Dead Rising 4 è effettivamente questo: un videogioco senza tensione, né particolari meriti. Nel momento in cui scrivo il titolo è affrontabile ad un unico livello di difficoltà che rende praticamente impossibile arrivare a confrontarsi con la temutissima schermata di game over. Di quello che consideriamo “Dead Rising” rimane tutto sommato un’ambientazione vasta e ricca di cose con cui interagire, fra decine e decine di armi e mezzi di trasporto da unire in combo letali (senza un contesto che spieghi questa capacità di Frank, a differenza di quanto visto in precedenza) e migliaia di accessori e vestiti con cui personalizzare il proprio aspetto, in una vera e propria corsa alla ricerca dell’outfit più imbarazzante. Arrivare ai titoli di coda è puramente questione di tempo poiché chiunque potrebbe farlo senza particolari problemi, specie se aumentando il livello del personaggio a furia di uccisioni e obiettivi raggiunti si attivano le caselle più utili nel sommario “skill tree” con il quale si può intervenire sullo sviluppo delle capacità dello sboccato protagonista. Ma le facilitazioni non sono finite: scomparsi completamente gli psicopatici, ovvero i leggendari boss sparsi per la mappa che con la loro presenza riuscivano a rendere ogni esplorazione con sopravvissuti a carico una vera e propria doccia gelida all’insegna della tensione. Al loro posto DR4 propone alcuni sporadici scontri disseminati lungo la storia principale, spesso proponendo al giocatore l’utilizzo di una tuta potenziata che dona al protagonista capacità sovrumane degne di un qualsiasi personaggio della serie Dynasty Warriors. E in effetti sono presenti dei nemici assimilabili, almeno tematicamente, ai boss visti in passato, ovvero i maniaci, ma si tratta semplicemente di avversari umanoidi con resistenza leggermente superiore ad un qualsiasi altro nemico. Che nel caso del titolo preso in esame possiede mediamente l’arguzia di un tappo di bottiglia, zombi o meno. Un vero peccato vedere una serie dal fascino distintivo e dall’identità così ben delineata fondersi con meccaniche di gioco viste e riviste in qualsiasi altro sandbox, limitando così l’esperienza ad un schizzare da un punto all’altro della mappa inseguendo i soliti indicatori colorati. Anche la grande mole di stanze segrete e collezionabili (se ne contano svariate tipologie) possono essere rintracciati grazie a segnalatori dedicati, ma per ottenerli sarà prima necessario raccogliere abbastanza scarti, la valuta del gioco, e potenziare i rifugi disseminati per la città ricercando in giro eventi casuali che permettano di salvare sopravvissuti dall’epidemia. E non preoccupatevi, il loro numero è infinito. Basta davvero poco per ritrovarsi semplicemente ad esplorare in lungo e in largo ambientazioni urbane letteralmente invase da indicatori che guidano il giocatore alla ricerca di tutto il necessario, rendendo così anche questa attività – che è la più dispendiosa in termini di ore di gioco – una semplice questione di dedizione, e non di abilità. Anche la possibilità di affrontare la modalità storia in compagnia di amici è stata soppiantata a favore di un’avventura separata con protagonisti differenti e compiti che non hanno nulla a che fare con la narrazione principale. L’ennesima scelta poco saggia, secondo il parere di chi scrive, specie se i panni che ci si trova a vestire sono quelli di anonimi personaggi non giocanti.

Torna l’utilizzo della macchina fotografica. L’obbiettivo futuristico di Frank permette di scansionare gli ambienti in cerca di indizi o di attivare la visione notturna… oltre a permette di fare selfie. Perché, hey, è un gioco del 2016 e non potevano di certo mancare i selfie, no?

Se Dead Rising 4 non riesce a stupire né dal punto di vista narrativo che da quello meramente ludico, non sorprenderà sapere che anche il profilo prettamente tecnico non riesce in alcun modo a spiccare; i passi in avanti rispetto al terzo episodio, pubblicato per Xbox One tre anni or sono e arrivato su PC solamente un anno più tardi, sono riscontrabili solamente in virtù di un frame rate decisamente più solido e dell’eliminazione di quel glitch grafico che faceva improvvisamente apparire ostacoli fisici durante l’utilizzo di vetture. Per il resto, la bucolica realtà di Willamette è forse anche meno interessante della grigia città di Lor Perdidos, benché l’atmosfera invernale e le forsennate litanie a tema natalizio riescano in qualche modo a donarle un non so che di unico; buone le scene cinematiche, benché assolutamente non all’altezza di tante altre esclusive Microsoft, bisogna comunque segnalare che durante il gioco vero e proprio non sia raro incappare in animazioni slegate e bug come compenetrazioni poligonali, collisioni mal calcolate, pezzi di nemici che schizzano in aria rimanendo incastrati in elementi di sfondo e amenità simili. Non distinguendosi per nessun merito tecnico o artistico, Dead Rising 4 vede tuttavia la sua grande sconfitta nella totale assenza degli storici colori acidi (già rari nel terzo episodio) e della sua tipica estetica che riusciva in qualche modo a stemperare la gravitas degli eventi senza però risultare fuori posto. Grottesco e surreale erano infatti il biglietto da visita di una serie in cui si poteva finire a fare a botte con maniaci nel retro di un sexy shop a colpi di vibratori… il tutto durante un’epidemia zombi. In Dead Rising 4, di grottesco, rimangono soprattutto i dialoghi e l’interpretazione enfatica del cast di doppiatori italiani. E se vi fa sorridere l’idea che un ultra 50enne si esprima con esclamazioni tipo “Me**a secca!“, beh, ho una brutta notizia per voi: il vostro senso dello humour fa schifo.

 

 

 

 

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Purtroppo Dead Rising 4 consegna al proprio pubblico l’avventura meno riuscita della serie, non riuscendo in alcun modo a trovare un equilibrio fra quella che era l’identità storica del franchise e meccaniche confortevoli per i giocatori meno esigenti. Se non altro Capcom Vancouver ha dimostrato il coraggio, o la sfacciataggine, di mettere definitivamente alla porta a chi apprezzava i primi capitoli, riconoscendo in questo quarto episodio la fine di un arco narrativo e l’inizio di qualcosa di semplicemente… diverso. Ma il finale in forma di DLC era in ogni caso evitabilissimo.

Good

  • Tanta roba con cui interagire.
  • Il nuovo Frank potrebbe piacere...

Bad

  • ...soprattutto a chi manca il senso dello humour.
  • Facilissimo.
  • Storia che termina con un cliffhanger e l'invito (tacito) a comprare il DLC che concluda le vicende.
  • Tecnicamente fermo a tre anni fa.
  • Ci si limita a seguire un mucchio di indicatori.
5.8

Majkol
C'è chi dice che nella sua stanzetta, dietro una mole spaventosa di fumetti d'epoca giapponesi, si celino misteri infiniti. Da sempre appassionato di videogame made in Japan e delle opere animate di Kunihiko Ikuhara, dategli un qualsiasi J-RPG e lo renderete un orsetto felice.