La luce nelle profondità oceaniche

Ilya Muromets

ABZÛ

Sviluppatore: Giant Squid
Publisher: 505 Games
Genere: Avventura 3D
Disponibile: Digital
PEGI: 7+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PC
Ringraziamo il publisher per averci fornito una copia review

Da fiero utente PC, ai tempi della pubblicazione in esclusiva per PS3 del fascinoso Journey l’idea di non poter mettere mano sulla next big thing della videoludica ‘artistica’ mi rammaricò non poco. In retrospettiva, considerata l’enorme influenza che Journey seppe esercitare sull’intero panorama del videogioco indipendente, mi pento talvolta di averlo recuperato soltanto dopo molto tempo, quando già un esercito di cloni più o meno riusciti aveva cominciato a invadere il mercato.

abzu img008A distanza di quattro anni dalla sua precedente creatura, l’illuminato direttore artistico Matt Nava è tornato metaforicamente sul luogo del delitto con Giant Squid – lo studio da lui fondato – per proporre ABZÛ, una nuova, fascinosa avventura di sapore odeporico. Abbandonate le distese desertiche e la componente multiplayer di Journey, il giocatore è stavolta invitato a prendere parte a un viaggio solitario attraverso i fondali marini, nelle vesti di una misteriosa creatura umanoide.

UN PERCORSO DIEGETICO

ABZÛ, il cui nome trae ispirazione dai miti mesopotamici sull’oceano primordiale, condivide con il suo predecessore un’impostazione narrativa ‘a blocchi’, che contribuisce a differenziarlo sensibilmente dai prodotti esperienziali in senso stretto. Infatti, seppure la componente estetico/immanente sia di gran lunga predominante – ne parleremo tra poco – il titolo di Giant Squid fa propria la filosofia del racconto per immagini, esponendo una trama ben precisa per mezzo dell’avanzamento del giocatore attraverso gli ambienti, e della sua interazione con gli stessi. L’oceano messo in scena da Matt Nava non è dunque un open-world come si sarebbe naturalmente portati a pensare, bensì una sequenza di comparti stagni da sbloccare uno dopo l’altro, per quanto vasti e singolarmente esplorabili.

Almeno fino alla metà del gioco non si viene mai effettivamente informati di che cosa sta accadendo. Immersi come si è nell’acqua, senza alcun indizio in merito ai trascorsi del protagonista e alla sua missione, si procede di quadro in quadro facendo affidamento sulla propria intuizione. La creatura non ha bisogno di respirare, quindi non dovrebbe essere del tutto umana. Può avanzare sfruttando le proprie gambe, le correnti sottomarine, o affidandosi all’aiuto delle numerose creature acquatiche incontrate durante il percorso. Grazie a un piccolo sonar integrato nel suo casco, è in grado di azionare interruttori, serrature e congegni sommersi. Non ha con sé armi di sorta, ma si capisce ben presto che non c’è (quasi) nulla da cui doversi difendere. Davanti a lui, ogni tanto, compare un grosso squalo bianco. Ma contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, il predatore non lo attacca mai. Sembra anzi che stia fuggendo, o che gli stia indicando una direzione ben precisa.

ABZÛ

Solo in fase avanzata, quando il giocatore ha ormai familiarizzato con i meccanismi di esplorazione e interazione (venendo a capo, c’è da dire, con un sistema di controllo un po’ troppo disinvolto) l’impianto narrativo comincia ad emergere in modo più convenzionale, e diventa via via più chiara la ragione del viaggio del protagonista, nonché la sua effettiva identità. Dovendo trasporre in forma testuale la trama del gioco, se ne ricaverebbe una vicenda ecologista non troppo originale, fondata sul consueto incontro/scontro fra natura e tecnologia, e sui danni che la seconda può perpetrare sulla prima quando non adeguatamente controllata. Ciò che salva ABZÛ dall’abisso del cliché, e che anzi ne decreta la notevole statura, sta tuttavia proprio nel fatto che la sua ‘polpa’ più intima risulti del tutto intraducibile per mezzo dell’espressione verbale.

 

 

 

 

Contenuti

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UN’ESPERIENZA OLISTICA

Seppure eretto al di sopra di una riconoscibile – per quanto esile – linea narrativa, ABZÛ sfugge sapientemente al rischio di presentarsi come mera trasposizione 3D di un’idea diegetica, come accade ormai per tanti titoli che giustificano la propria inconsistenza con la comoda scusa dell’‘esperienziale’: laddove per ‘esperienza’ si intende il più delle volte un contenuto non specificatamente ludico, che potrebbe essere veicolato con media diversi e più tradizionali rispetto al videogioco. ABZÛ, al contrario, allestisce un universo sottomarino di straordinario spessore, che si colloca entro una dimensione atemporale (si tratta della preistoria? Del prossimo futuro? Di un mondo alternativo?) e che invita il giocatore a perdersi e a ritrovarsi per mezzo della sua sola, espressiva fisicità. L’oceano costruito da Giant Squid è una sorta di ipostasi dai toni sgargianti, un’ultra-natura dotata dei medesimi meccanismi di quella reale, ma riverberata attraverso una lente caleidoscopica. La varietà di specie che popolano questo universo è impressionante, così come è impressionante osservarne i diversi comportamenti e le reazioni al passaggio del protagonista. Muto come muti sono i pesci, il nostro avatar si scopre immerso in un contesto nel quale non è lui – seppure ‘umano’ – il dominatore incontrastato. Anzi, dopo un primo attimo di spaesamento, ci si trova a dover imparare a muoversi insieme alle creature che ci circondano, senza poter esercitare su di loro alcun ascendente che non sia quello di una mutua collaborazione. Il protagonista finisce dunque per trascendere lo status – così normativo per il videoludo – di ‘regolamentatore’ del mondo in cui si trova, diventando invece parte integrante di un ecosistema che non è stato creato appositamente per lui, ma che avrebbe potuto funzionare benissimo – il condizionale passato è in questo caso d’obbligo… – anche in sua assenza. ABZÛ riesce a conservare magistralmente questo delicatissimo equilibrio tra le esigenze di progresso narrativo e l’impressione di ‘autonomia’ del mondo di gioco, le cui creature sembrano volerci benevolmente accogliere e guidare pur conservando la propria indipendenza. Esemplare, in questo senso, è la sequenza della discesa nelle profondità insieme alle balene azzurre, uno dei momenti più riusciti.

Una volta comprese le leggi che regolano l’oceano di ABZÛ, quello che resta è puro valore ludico, che si esplica in particolar modo nel movimento. Nessun altro medium attuale potrebbe restituire l’immensa sensazione di libertà che si esperisce nel guidare il protagonista in questo sfavillante universo a 360° gradi, adattando il ritmo della nuotata a quello delle creature che lo circondano, soffermandosi ad osservarne le abitudini predatorie, oppure unendosi a loro in una vertiginosa cavalcata attraverso le correnti sottomarine. Nell’approntare la sua particolarissima ultra-natura, ABZÛ riesce nel difficile compito di rappresentare le più intime qualità della vera natura attraverso il medium ludico. Riesce cioè ad essere lussureggiante e ipertrofico, e allo stesso tempo funzionale ed elegante; dinamico e rapidissimo, e allo stesso tempo ponderato e meditativo; titanico e vertiginoso, e allo stesso tempo delicato e vivificante. A mia memoria, esiste solo un altro titolo che si è dimostrato altrettanto capace di esprimere in termini ludici l’essenza della natura: si trattava di Brothers: Tale of Two Sons, non a caso – lo ripetiamo – il gioco più importante della scorsa generazione.

Sarebbe molto facile scambiare ABZÛ per uno dei tanti art-game emozionali di bell’aspetto e di poca sostanza che hanno letteralmente invaso il mercato dopo il successo di Journey. Giant Squid, evidentemente, ha saputo valutare molto bene il pericolo in cui si incorre nel voler cercare la facile approvazione del pubblico appassionato di giochi ‘esperienziali’ senza avere tra le mani vere esperienze da proporre. ABZÛ aggira facilmente questo pericolo riportando in primissimo piano un approccio all’ambiente tridimensionale che non potrebbe esistere al di fuori del suo proprio medium, e che dunque rifugge abilmente il rischio di farsi cinema o letteratura. Una volta dotato di una inconfondibile identità ludica, ABZÛ si riveste di una facies estetica impressionante, perfetta per supportare in forma audio-visiva i propri contenuti. Non ci si lasci frenare da qualche farraginosità nei controlli, o dalla durata relativamente breve. Una volta terminato il gioco, lo si riavvia e si ricomincia, anche solo per poter tornare a cavalcare un’orca, o a saltare tra le onde con i delfini.

 

verde

Good

  • Direzione artistica sbalorditiva.
  • Colonna sonora di grande suggestione.
  • Eccellente sfruttamento del medium videoludico.

Bad

  • Controlli a volte farraginosi.
  • Per alcuni potrebbe essere troppo breve.
8.2

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.