Apocalisse mediterranea

Luca 'LkMsWb' Balducci

Just Cause parte con una nota di merito: Avalanche Studios ha evitato di affollare il mercato con edizioni continue e tutte uguali della serie, infatti questo terzo capitolo è distante ben nove anni dal primo; ciò non toglie la difficile posizione che vuole ritagliarsi nel mondo degli open world, avendo avversari del calibro di GTA e Saints Row. In tal senso il secondo episodio della saga riuscì intelligentemente a differenziarsi puntando su esagerate azioni ed esplosioni, lasciando a GTA un ruolo più serioso per tematiche, narrazione e impostazione artistica e avendo in Saints Row 2 un avversario dagli alti e bassi piuttosto evidenti.

L'ambientazione è mediterranea, con tocchi di Grecia, Italia, Spagna e Provenza

L’ambientazione è mediterranea, con tocchi di Grecia, Italia, Spagna e Provenza

Just Cause 3 al contrario torna un passetto indietro rispetto al puro caos del suo predecessore, e benché esplosioni e azioni impossibili siano ancora il centro del gameplay, le tematiche affrontate tentano di avere un piglio meno votato all’assurdo. Il protagonista Rico Rodriguez torna in patria dopo anni e anni; Medici – questo il nome delle isole-stato – è governata da un dittatore che unisce le caratteristiche di tutti i più famosi despoti del secolo scorso, tal Sebastiano Di Ravello, giunto al potere in un modo che, curiosamente, viene spiegato solamente da numerosissimi “Nastri di Di Ravello”, oggetti contenenti tracce audio che narrano l’ascesa del dittatore e completamente OPZIONALI, facenti parte dei cosiddetti “collezionabili”. La storia principale non accenna nulla di tutto ciò, e si concentra solamente sul presente, ovvero su come il ritorno di Rico faccia da traino alla ribellione in seno all’isola, con il protagonista ad ispirare e guidare assieme al suo gruppo di colleghi anarchici il fronte reazionario. La storia in buona sostanza è poco più di una scusa per gettarsi nella demolizione delle innumerevoli postazioni militari e poliziesche, liberando mano a mano province in favore dell’avanzata ribelle, e solo i già citati nastri integrano un minimo gli avvenimenti di una vicenda in sé piuttosto slegata e poco interessante, e che fortunatamente non vuole essere il centro di Just Cause 3 – dato che, immancabilmente, deponendo Di Ravello si finisce per salvare anche il mondo, o quasi.

Il dittatore Sebastiano Di Ravello in tutta la sua autorità

Il dittatore Sebastiano Di Ravello in tutta la sua autorità

Conan Rico il Distruttore

Notare l'espressione soddisfatta di Rico quando esplode qualcosa

Notare l’espressione soddisfatta di Rico quando esplode qualcosa

“Distruzione, caos, esplosioni, e nel modo più spettacolare possibile”, questo è il focus generale, e in parte i ragazzi di Avalanche Studios sono riusciti nell’intento: l’azione è spesso dipinta in modo frenetico, gli effetti del fuoco e del calore resi benissimo dall’engine proprietario, denominato con fantasia “Avalanche Engine 3.0”, mentra la fisica volutamente esagerata spinge a concatenazioni di botti e fiamme davvero appaganti. Il problema risiede altrove, partendo dall’estrema ripetitività che affligge il messaggio di liberazione e devastazione di Rico Rodriguez.

Tutti i mezzi di distruzione – o quasi – vengono forniti già dalla prima delle tre isole maggiori di cui è composta Medici, e se da un lato questo permette di potersi sbizzarrire da subito nel modo più efficace e vistoso per liberare le province, dall’altro non spinge il giocatore a sperimentare cose nuove con l’avanzare della ribellione. A confermare ulteriormente la sensazione di rinse and repeat contribuiscono l’estrema facilità del titolo – almeno per quel che concerne la storia principale -, l’obbligo di liberare un certo numero di territori per avanzare nella campagna e il fatto che quasi tutte le armi opzionali, i mezzi e i potenziamenti per gli accessori di Rico Rodriguez – fra cui l’iconico rampino, il paracadute infinito e la nuova tuta alare – siano ottenibili mediante attività secondarie spesso poco ispirate, ripetitive a loro volta e con un bilanciamento della difficoltà praticamente nullo, passando da sfide completabili ad occhi chiusi ad altre che potrebbero chiedere ore e ore di tentativi per ottenere il punteggio più alto; ogni sfida assegna un punteggio da 0 a 5 ingranaggi, la cui somma totale permette di sbloccare specifici potenziamenti (chiamati mod). Liberare le province, inoltre, rivela la posizione dei collezionabili sulla mappa, fra i quali, oltre ai già citati nastri, sono inclusi gli altari, utili a sbloccare viaggi rapidi infiniti – la cui importanza è relativa dato che per sbloccarli è necessario esplorare praticamente ogni angolo dell’ambientazione – .

La potenza è nulla senza il controllo

Il protagonista del gioco e il pezzo di carne ad esso legato

Il protagonista del gioco e il pezzo di carne ad esso legato

Controllare il gran numero di azioni svolgibili da Rico è alternativamente esaltante e frustrante, perché il sistema di controllo è costretto ad assegnare più azioni ad uno stesso tasto a seconda del tempo di pressione, cosa che in mezzo alla frenesia risulta a volte scomodo. D’altra parte era pressoché impossibile fare diversamente e mantenere la compatibilità con il solo pad nelle versioni console; sul versante PC i controlli migliori si hanno, infatti, sfruttando pad e mouse/tastiera alternativamente a seconda della sfida del momento. Il rampino in particolare è protagonista di queste gioie e dolori, oggetto tanto fondamentale quanto caotico da utilizzare. Questo anche per merito della duplice funzione che copre sia lo spostamento del protagonista che il piazzare dei cavi che fungono da tiranti per demolire le strutture detonabili o gli obiettivi – sempre colorati con dei tratti rossi per essere facilmente identificabili – o ancora per collegare nemici agli elementi esplosivi dello scenario; iconico in tal senso l’obiettivo “My Little Rocket Man”, che prevede di agganciare un nemico ad una tanica di gas in fase di decollo, il resto vien da se.

Il design delle isole è stato creato tenendo in mente le potenzialità dello strumento a disposizione di Rico: in connubio con la tuta alare ed il paracadute, si ottiene il metodo di trasporto più polivalente possibile, ed anche il più veloce a seguito di qualche potenziamento. L’enorme dimensione della mappa (circa 1000 km²) sembra proprio finalizzata al premiare l’utilizzo dei gadget, anche grazie ad uno sviluppo verticale più forte ed incisivo rispetto ai due titoli precedenti, ma di contro non è raro trovarsi d’innanzi a distese di nulla (videoludico), con un fortissimo sbilanciamento verso le strutture militari – di fatto, ci sono più militari che civili a Medici. Non aiuta nemmeno il sistema di controllo dei mezzi, dove le auto sembrano avere l’inizio dello sterzo morto, salvo poi incollarsi al terreno e girare all’improvviso – escluse un paio ben più bilanciate, in Just Cause le auto NON sono tutte uguali – e i mezzi aerei una logica tutto loro. Fortunatamente elicotteri e caccia sono relegati quasi sempre ai soli mini-giochi, e di fatto si fa prima ad utilizzare il sistema di trasporto rapido e il rampino piuttosto che chiamare (sì, c’è un sistema di chiamata) il caccia di turno.

Ebbene sì, il Designer è italico

Ebbene sì, il Designer è italico

La direzione artistica ha mantenuto il tono quasi cartoon tipico della serie, con colori sgargianti, saturi e dall’alto contrasto, andando ancor più a sottolineare la natura esagerata delle azioni del protagonista, specie nella prima metà della narrazione, quando l’esaltazione del giocatore è portata al massimo. Le musiche sono buone, e anche se molto ripetute rimangono sempre orecchiabili; il doppiaggio originale è caricaturale, e marca le diverse origini dei protagonisti; nella versione italiana questo si perde, ma le voci risultano comunque mediamente azzeccate, con qualche personaggio sotto tono ma anche un paio che rendono forse più che nella lingua d’Albione. Tecnicamente Just Cause è un gioco al più discreto, e distante dallo standard visivo che GTA V offre su PC. Alla già citata qualità delle esplosioni non corrisponde altrettanta cura per un mondo di gioco che risulta solo sufficiente, modelli dei personaggi rigidi e senza anima e davvero troppo, troppo uguali – protagonisti esclusi si conoscono e affrontano PNG i cui modelli sono davvero poco variegati. Le prestazioni sono altalenanti, i cali di framerate abbastanza frequenti e non indolori, lo stuttering è infatti presente non appena si scende sotto i 60fps. Presente anche qualche bug di troppo nel rendering delle texture, che spesso flickerano anche su schede video Nvidia e il titolo, lo ricordo, fa parte della famiglia GameWorks della casa “verde”.
Non ci sono invece particolari problemi nella gestione delle missioni, grazie anche alla semplicistica natura delle stesse. Il comparto multiplayer è praticamente assente ed è limitato al confronto fra i punteggi dei giocatori relativi ai minigiochi e ad alcune performance durante il gioco stesso, come nemici uccisi con una singola granata, metri percorsi in volo dopo un salto con un’auto e così via.

Provato su: Intel Core i7 4770k, 16GB Ram, Nvidia GeForce GTX 970, Windows 10 Pro x64

Just Cause 3

Sviluppatore: Avalanche Studios
Publisher: Square Enix
Genere: TPS/Action
Disponibile: Retail + Digital
PEGI: 18+
Lingua: Italiano
Versione Testata: PC

Sito Ufficiale

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Contenuti

  • Coinvolgimento
  • Narrazione
  • Interazione
  • Linearità
  • Condivisione

Just cause 3 adotta la formula “delle grandi vendite”, quella dell’open world che tanto va di moda questo periodo, ma lo fa puntando ad una relativa nicchia di utenti: quelli interessati al puro e semplice gameplay. A livello narrativo viene ampiamente superato da altre produzioni esistenti, eppure riesce a divertire per qualche ora, lasciando gli obiettivi di completamento ai completisti e regalando agli altri una ventina di ore di distruzione; i difetti però ci sono, e la svolta leggermente più seria/seriosa non provoca risultati, relegando il titolo di Avalanche Studios a poco più di un sandbox di distruzione.

giallo

Good

  • Il rampino, quando funziona, è straordinario
  • In certi momenti davvero appagante
  • Prima parte del gioco veramente esagerata

Bad

  • Estrema ripetitività delle azioni da compiere
  • Background dell’ascesa di Di Ravello relegata ai collezionabili
  • Tecnicamente solo sufficiente
  • Personaggi fin troppo “macchiette”
6.6

Luca 'LkMsWb' Balducci
Dai videogiochi al PC, dal PC ai videogiochi: il cerchio è terminato. Convinto PCistamassterrace, cede puntualmente al lato oscuro delle console ad ogni esclusiva degna di nota.