Super Mario Odyssey, il salto nel buio di Nintendo

Super Mario Odyssey, il salto nel buio di Nintendo

Pare che sia entrata in vigore, da alcuni anni a questa parte, una sorta di legge non scritta del giornalismo videoludico che potrei riassumere in sei parole: vietato parlar male di Super Mario. Normalmente questa “legge” non rappresenta un problema, considerato l’alto livello di qualità dei titoli che hanno come protagonista il baffuto idraulico, ma com’è noto esistono eccezioni per ogni cosa. È il caso dell’esclusiva Nintendo Switch “Super Mario Odyssey” (qui la recensione del nostro Majkol Robuschi), gioco uscito da poco e già balzato agli onori delle cronache (e dell’utenza, di conseguenza) grazie innanzitutto e soprattutto ad una campagna marketing martellante da parte della grande N.

Una scena che si ripete fin troppo spesso.

Erano anni che non mi capitava più di vedere il mio adorato Mario ovunque, soprattutto in TV: sentir canticchiare “Jump Up, Super Star!” anche da amici che notoriamente non apprezzano le avventure mariesche è stata un’esperienza stravagante.

Mi sono chiesto il perchè di tanto apprezzamento unanime, soprattutto considerando che Super Mario Odyssey è uno dei titoli della saga principale con più evidenti difetti tra quelli visti negli ultimi anni. Siete sconvolti? Passo a spiegare. Di certo Odyssey è uno dei giochi con la più variegata offerta artistica e visiva: pare proprio che il team creativo volesse spaziare il più possibile ed essere finalmente libero di inserire TUTTO, ma proprio tutto quello che gli passava per la mente. Il problema iniziale passa proprio da qui: sono presenti alcuni mondi che stridono fortemente con gli altri, luoghi che sembrano “fuori luogo” (perdonate il gioco di parole) non solo a livello estetico ma anche concettuale. Uno dei principali è proprio la tanto apprezzata New Donk City, tanto importante da mostrare il ritorno in scena di Pauline e da ospitare la sezione in 2D con il tema musicale cantato Jump Up, Super Star! di sfondo. Molti potrebbero obiettare, parlare di “gusti personali” ed altre considerazioni che possono tranquillamente esser condivise: il concept visivo è uno degli aspetti che più si presta ad una valutazione individuale, ma i problemi di Super Mario Odyssey sono solo all’inizio.

Si parla principalmente di gameplay, e soprattutto di livello di difficoltà: Super Mario Odyssey è un platform in 3D e come tale ci si aspetterebbe un crescente livello di difficoltà con l’avanzare dei livelli, com’è sempre stato e soprattutto com’è giusto che sia. Si inizia “dolcemente” con stage paesaggistici e difficoltà abbozzata per fare in modo che il giocatore entri in confidenza con ‘innegabilmente ottimo sistema di controllo.

Anche Pauline non è del tutto convinta.

In Super Mario Odyssey il classico aumento del livello di sfida semplicemente NON ESISTE se si escludono alcune parti avanzate del post-game: inutile dire quanto il fatto sia pesantemente punitivo per un platform 3D, genere del quale Mario è precursore con il capolavoro senza tempo Super Mario 64, citato in gran parte proprio in Odyssey oltretutto. La progressione della storia principale è da sbadigli: se per esempio si scambiasse il Regno dei Fornelli (molto avanti nel gioco) con il Regno delle Sabbie (visitabile quasi immediatamente) non si nota quasi variazione in termini di difficoltà. È quindi facile ipotizzare che Nintendo, forse per tentare di ampliare l’utenza strizzando nuovamente l’occhio ai casual gamer, abbia tentato di appiattire qualunque fonte di difficoltà che impedisse ai giocatori non esperti di avvicinarsi al gioco. Si discute molto sul fatto che “i videogiochi dovrebbero essere per tutti” e che dovrebbero principalmente esser fonte di relax e divertimento: rispondo personalmente a questa vile teoria con un bel NO. I videogiochi, quelli veri e quelli belli, sono indimenticabili quando sono SFIDE da superare dando il meglio di se stessi (qualcuno sente echeggiare il “git gud” reso noto dai meme di Dark Souls?): ricordo come fosse ieri la Stella presa nel livello Tall Tall Mountain in Super Mario 64, una dimostrazione di skill notevole soprattutto per ottenere il risultato al primo colpo. Ho invece già dimenticato molte fasi di Super Mario Odyssey, oltrepassate con il pilota automatico e senza nessun brivido ad accompagnare il mio incedere.

Perchè dunque questo generale osannamento di Odyssey da parte della stampa specializzata? Semplicemente “è vietato criticare Super Mario”? In parte sembrerebbe di si, considerata anche l’attuale genuflessione generale che contraddistingue le testate di settore. Verrebbe quasi da ipotizzare che molte di queste siano più impegnate a mantenere buoni rapporti con PR e permalosi publisher desiderosi solo di piazzare il prossimo blockbuster ai vertici delle classifiche metacritic, più che a sottolineare – come dovrebbero, essendo vere e proprie “guide all’acquisto” per chi, i giochi, non li riceve gratuitamente – difetti percepiti da più e più persone. E basta fare un giro sulle board internazionali per dare una scorta all’altra faccia della medaglia del successo di questo titolo. Super Mario Odyssey non è un brutto gioco (qui la mia recensione, sul portale Game-Experience): è un titolo ottimo sotto più punti di vista ma certamente non è il capolavoro dei secoli che viene sbandierato costantemente su tutti i siti di settore. Poi ci si lamenta se l’utenza considera il 9 come unico voto sinonimo di piena promozione e si inorridisce di fronte alle minacce di morte ricevute dal critico videoludico Jim Sterling, reo di aver affibbiato un giudizio di “solo” 7 su 10 a The Legend of Zelda: Breath of the Wild? Facciamoci due domande.

Simone
Entrato nel castello di Dracula negli anni '80, non ne è più uscito e vaga per i saloni in 8-bit chiedendosi che fine abbiano fatto i bei videogiochi di una volta