Final Fantasy X – La figura genitoriale

Final Fantasy X – La figura genitoriale

Gli articoli di intenso commento antropologico non sono mai troppi, specialmente su quegli argomenti come Final Fantasy che si prestano a un grado di eviscerazione simil-letteraria quasi inverosimile. Ecco quindi un magico speciale dedicato al ruolo che i genitori rivestono in Final Fantasy X.

Ah, Final Fantasy X. Smarrirsi nella sferografia master e avere Wakka con Bimagia, perdere miseramente ore della propria vita ad attraversare la Piana della Bonaccia, provocare una combustione spontanea alla chiesa locale per le bestemmie nel tempio di Bevelle, andare in terapia dopo i duecento fulmini nella Piana dei Lampi. E ancora le mappe strette e costipate, gli NPC vestiti di colori primari a caso, o l’imbarazzo quando tua madre entrava in stanza mentre Tidus si produceva nella sua famosa risata.

Certo non riuscirò mai ad essere obiettiva sul mio primo Final Fantasy, ma credo sia vero che è facile scordarne la ricchezza sotto tutti quegli strati di momenti imbarazzanti. Nonostante gli siano stati attribuiti un sequel un po’ trash e un pregiato romanzo in cui Tidus esplode calciando una bomba a forma di palla da blitz (Nojima, what the hell), alla base esiste un gioco che non è così povero di spirito come risulta ad alcuni tra i fan più austeri. Di tutto ciò, concentriamoci su quel che serve ai fini di questo articolo: Final Fantasy X è abbastanza denso di situazioni familiari disastrose e disastrate, e questo ci procurerà un divertimento perverso nel dedicarci a quest’analisi. Con padri che esiliano i figli e padri alcolisti che si comportano come bulli di seconda media, sembra che gli unici a non avere subito abusi psicologici dal genitore siano quelli che ne sono rimasti orfani. E non è che gli orfani siano pochi. Il gioco si svolge in un mondo semi-distrutto, e con una catastrofe ad opera di Sin a ogni pie’ sospinto, è naturale che il panorama di Spira si componga di un’infinità di famiglie spezzate, di vite devastate. Wakka e Lulu, per esempio, fanno i conti con Sin da quando sono piccolissimi, poiché è stato lui a portar loro via i genitori; e le vite riorganizzatesi attorno alla perdita vengono sconvolte nuovamente quando il mostro si prende anche Chappu.

Si è già parlato in precedenza, in questa serie, del ruolo che hanno gli orfani nella narrativa, perciò non mi dilungherò in proposito. Ciò che veramente è significativo in Final Fantasy X è il rapporto con la figura paterna: dal padre che ha creato tutto il disastro, Yu Yevon, al padre che è morto invano per fermarlo, Braska, passando per Jyscal, per Cid e, naturalmente, per il più importante, Jecht. Certo affronteremo anche il discorso delle madri, ma pare evidente che sono i rapporti con i padri quelli che mandano veramente avanti la trama e lo sviluppo psicologico dei personaggi in questo capitolo della saga.

Poiché le dovute introduzioni sono già state fatte in prececenza, procediamo senza meno all’analisi del ruolo di queste figure controverse.

Yu Yevon

Come dicevamo, il principale responsabile della disperata situazione in cui Spira si trova è Yu Yevon, ex-leader della sconfitta Zanarkand. Attorno a lui è sorto il culto monoteistico patriarcale che, possiamo presumere, governa il mondo. Yu Yevon non è solo la vera natura del dio padre ma anche letteralmente un padre, e uno piuttosto importante: dà infatti i natali a Yunalesca, forse la principale responsabile della diffusione del culto yevonita su Spira.

La figlia, Yunalesca, è uno dei personaggi più controversi dell’arco finale di Final Fantasy X.

Egli ci rimanda, per certi versi, al cliché del padre tradizionalmente inteso. Sceglie di sacrificare l’intera Zanarkand per non soffrirla sconfitta in una guerra, e per poterla continuare a vedere, maestosa come sempre, in nient’altro che un’illusione. Dopodiché, crea Sin, con l’originario intento di proteggere tale illusione. E’ il padre che rappresenta la totale preservazione del passato, anche a costo di fare violenza alla storia e chiudere ogni porta al cambiamento, anche a costo di vivere in un sogno e di uccidere chiunque utilizzi i Machina, per cristallizzare per sempre, nell’ambra onirica, la situazione che non vuol vedere modificata.

E Yunalesca, figlia devota, supporta il suo scopo di preservazione: quando Bevelle implora di conoscere un sistema per placare l’ira di Yevon, la donna inventa una religione (così, d’emblèe), e partecipa al perdurare dei piani del padre, senza badare al fatto che tutto ciò richieda sacrifici umani e una montagna di bugie. Non avrà problemi neanche a immolare il marito, se questo serve alla causa.

Mika: Yevon is embodied by eternal, unchanging continuity, summoner.

Ugualmente contrario al cambiamento è Yevon, inteso come dio e colonna portante della società di Spira. Esso emette le norme etiche e morali, come uno di quei pater familiae vintage, e ne esige il rispetto, con Sin che è stato erroneamente interpretato come veicolo della sua punizione (altro aspetto della visione antiquata del padre). Non è previsto alcun genere di mutamento, poichè è troppo forte il terrore del castigo. Il padre di Spira fa sì che i suoi figli vivano in preda alla spirale della morte, in nome del mantenimento delle tradizioni. Ottimo lavoro!

Certo la gente di Spira non sa nulla di come la coscienza di Yu Yevon si sia ormai rattrappita fino a quella di una zecca volante, la sua mente distrutta e ridotta ad un programma in loop, e di come Sin abbia perso il suo scopo e si sia abbandonato ad un ciclo di distruzione indiscriminata. E non sospetta nulla di come il culto di Yevon di fatto tuteli Sin, rifiutandosi di ammettere un cambiamento che potrebbe costituire una soluzione. Ci vogliono mille anni perché qualcosa si muova, e perché finalmente, per Yu Yevon, arrivi la pace nella morte: ci vuole di arrivare al tempo di Jecht.

Jecht (e famiglia)

La più ampia storia di scala mondiale espressa da Final Fantasy X si combina con il viaggio personale del protagonista per arrivare a ricongiungersi con suo padre, in quanto quest’ultimo è la balena gigante che dev’essere sconfitta per salvare il mondo. In questo modo, Tidus ha un motivo per unirsi a Yuna fin da subito, e non soltanto perché tira più un capello di Yuna che un carro di chocobo. La situazione familiare di Tidus è, com’è evidente anche al giocatore più casual, un disastro totale.

La madre di Tidus non viene quasi mai citata, ma innesca (senza volerlo) tutte le dinamiche relazionali che andremo poi a vivere in Final Fantasy X tra il protagonista e il leggendario Jecht.

La madre, da lui ricordata con affetto, non si rivela certo una campionessa di parenting: trascura completamente il figlio per stare in compagnia del marito, al punto che è addirittura Jecht, che a sua volta non è certo il padre dell’anno, a doverle ricordare di dargli considerazione. Pensa te come sei messa.

Il fatto che Jecht facesse queste osservazioni fa realizzare a un Tidus adulto che, contrariamente a quanto riteneva da bambino, il padre non aveva mai avuto l’intenzione di monopolizzare le attenzioni della donna a suo discapito. Semplicemente, era lei che era del tutto assorbita dalla sua presenza. Una dinamica interessante, che ci restituisce l’immagine di una donna piuttosto passiva e sottomessa, se riesce ad andare d’amore e d’accordo con il marito perfino quando questi cade nell’incubo dell’alcolismo; e assente, purtroppo per Tidus, poiché sembra vivere in funzione di Jecht. Eppure è la questione del padre ad essere ancora più spinosa; e più importante, per il motivo che abbiamo già visto.

Qui ci troviamo di fronte ad un esempio da manuale di padre assente.

Che cosa si intende con questa dicitura? E’ una figura presente fisicamente, ma che costituisce in realtà un muro di cemento laddove il bambino va in cerca di affetto e di stimoli positivi. Se il figlio si crea delle aspettative nei confronti del padre, queste vengono persistentemente disattese; allo stesso modo, ogni bisogno di supporto e di approvazione viene prontamente ricompensato con mortificazione e frustrazione, e questo può avere conseguenze devastanti sul figlio; il quale è già sufficientemente svantaggiato, nel nostro caso, dall’essere doppiato in modo orribile.

Altro che stimoli positivi: Tidus viene puntualmente bullizzato da Jecht, il quale, anziché fornire un apporto educativo o un qualche incoraggiamento al figlio (che tenta disperatamente di imitarlo nel blitz), procede regolarmente a devirilizzarlo e farlo sentire una nullità.

Jecht: You, with a woman? You can’t even catch a ball! Oh, what’s the matter? Gonna cry again? Cry, cry. That’s the only thing you’re good for!

Emblematico in questo senso è il sogno di Tidus fa a Besaid, con Yuna e Rikku.

Jecht, sostanzialmente, dice al figlio che non riuscirebbe ad avere una donna nemmeno nei suoi sogni, perché non è nemmeno abbastanza sveglio o abbastanza uomo da prendere una palla (emh). Perfino le due ragazze, nel sogno, sembrano passare dalla parte dell’aguzzino; questo a testimonianza di come, nel suo inconscio, Tidus accusi Jecht di avergli rubato e rovinato qualsiasi cosa (per esempio, l’affetto della madre). E Tidus nel sogno diventa un bambino, microscopico e impotente di fronte all’enorme figura del padre, il quale è intento, naturalmente, a prendersi gioco di lui e delle sue lacrime. C’è ancora di peggio: Jecht è un alcolista. In piena fase di negazione, naturalmente, come dimostra il dialogo in cui dice a Tidus di poter smettere quando vuole. Un classico.

Il coefficiente di stress e di ansia che una situazione così patologica impone sulle prole è, ovviamente, immenso. Non ci dilungheremo, perché nel gioco non sono ci sono elementi sufficienti per parlare di Tidus come figlio di un padre alcolista; ma dobbiamo aggiungere questo elemento al piatto della bilancia, che pende sempre di più verso una situazione familiare malsana.

Tidus: The old lady next door told me that when a lovebird dies, the one left behind… it just gives up on living, so it can join its mate. It was just like that.

E infine, alla scomparsa di Jecht, la madre di Tidus, a quanto sembra, si lascia morire. Possiamo teorizzare che si tratti di un espediente narrativo per sottolineare il forte legame che aveva avuto col marito, o possiamo spingerci in un regno ancora più oscuro e supporre che sia caduta in depressione. Tanto più che sappiamo che la morte della madre è avvenuta un anno dopo l’annuncio di Auron della morte di Jecht: uno spazio che sappiamo essere riempito da una non precisata malattia della madre, e dove possiamo immaginare la presenza del dolore e della solitudine, in una situazione che dev’essere stata lacerante per il bambino almeno quanto lo è stata per la madre.

Auron: Is she all right?

Tidus: Why should you care?

Auron: If she dies, I wouldn’t know what to do.

Tidus: Don’t say Mom is gonna die!

Auron: I apologize.

Non sappiamo se la madre di Tidus abbia mancato di occuparsi del figlio o di sé stessa, se la sua psiche si sia fatalmente incrinata, e non sappiamo che ruolo abbia avuto Auron nel lenire questi eventuali sintomi; possiamo però immaginare che l’odio di Tidus per Jecht si sia solamente rafforzato, col ragazzo che assisteva impotente alle sofferenze dell’unica famiglia che gli era rimasta.

La teoria che la madre di Tidus si sia suicidata può rinforzarsi se teniamo presente la conversazione fra Yuna e il protagonista nell’Oltremondo a Guadosalam: richiamata dai ricordi di Tidus, la donna appare, e il ragazzo se ne sorprende poiché nessuno l’ha mai trapassata. Yuna suppone che questo sia avvenuto perché avrebbe accettato la morte mentre era in vita. Potremmo interpretare tutto ciò come un richiamo al suicidio, tanto più che Tidus si offende delle parole di Yuna. Certo dobbiamo anche tenere presente che è già abbastanza singolare che la madre sia comparsa nell’Oltremondo, dato che si trattava di un sogno, che a differenza di Tidus o di Jecht non è mai venuto in contatto con la realtà.

In tutti i casi, questa è l’ultima goccia: il bambino rimane totalmente solo. Jecht, perfino nel semplice andarsene, è riuscito a distruggere tutto ciò che aveva di più caro. Agli occhi del pargolo, Jecht è sempre stato quello che gli portava via la madre, e la cosa viene portata all’estrema conseguenza quando la donna muore per la mancanza del marito.

Quel che succede nella mente di Tidus nel corso di un decennio è che l’immagine di Jecht si cristallizza in qualcosa di immobile. Naturalmente dobbiamo aspettarci una certa staticità da un sogno che abiti in una città sognata, in un tempo inesistente che non scorre veramente mai… ma il fatto è che Tidus non è a conoscenza dei progressi che suo padre sta facendo su Spira, e la sua immagine non si evolve, ma diventa fotografia: un uomo apatico, crogiolantesi nell’accidia, assorbito totalmente dalla propria fama, simbolo per il figlio di debolezza e di crudeltà. Tidus lo vede come un perdente incapace di fare qualsiasi cosa (è lui a far presente al padre che la stampa lo vede come decaduto, per via dell’alcol), dedito a coprirlo di ridicolo e di vergogna al minimo pretesto.

Il padre è una figura che tende a diventare enorme ed immutabile nell’immaginario di un figlio, il quale non può in alcun modo esserne distaccato. E Jecht così diventa un gigantesco Uomo Nero, un trauma che non viene sfogato, perché per tutta l’infanzia Tidus si è sentito incapace di affrontarlo e di rivelargli, vis à vis, tutto il suo odio. Abbiamo così una grossa rabbia repressa, mai liberata, che si manifesta con dei piccoli scoppi d’ira ogni qual volta Jecht viene nominato. E Sin, in fondo, è l’incarnazione dell’immagine enorme, distruttiva e mostruosa che Tidus ha di Jecht. L’immagine che dev’essere esorcizzata, “uccisa”.

 Auron: “Jecht loved you.”

 Tidus: “Oh, come on, please!”

 Auron: “He just didn’t know how to express it, he said.”

Nella battaglia finale, Tidus finalmente trova la forza di fronteggiare il padre. Non trasformandosi in un bambino, ma da adulto, riesce ad affrontare i suoi demoni e a dirgli in faccia che lo odia. Tuttavia, nessuno dei due riuscirà a vincere davvero l’imbarazzo e l’impedimento di anni di complesso silenzio; non trovando l’eloquenza necessaria per esprimere i propri sentimenti neanche all’ultimo momento, i due hanno sì una riconciliazione, ma una in fondo piuttosto insoddisfacente, con la sensazione che molto restasse ancora da dirsi. In compenso, abbiamo un luminoso esempio di dad joke, malattia incurabile di tutti i babbi, dalla quale neanche Jecht ha potuto scampare:

Jecht: You’ve really grown.

Tidus: Yeah, but you’re still bigger.

Jecht: Well, I am Sin, you know.

Punti di vista

Parlavamo dell’immagine, fissata nei secoli come un dogma, che Tidus si è costruito di suo padre. Ma dicevamo anche che Jecht è cambiato, su Spira. Appena arrivato, viene prontamente rinchiuso in cella: ce lo possiamo immaginare, intento ad abbandonarsi a qualche disastro alcolico e andare in giro dicendo di provenire da Zanarkand, la terra santa, provocando grave scandalo nella pia popolazione di Bevelle. Ma, da quella cella solitaria, Jecht compie un’invidiabile parabola di redenzione, smettendo di bere e rivelandosi infine un eroe pieno di abnegazione, legato ad Auron e Braska da un forte vincolo di amicizia. Anche se, naturalmente, un certo shoopuf ferito alla stazione fluviale serve a testimoniare che il percorso non è stato facile, né tantomeno immediato.

Jecht: This is the only way we got now! Fine. Make me the fayth. I been doing some thinking. My dream is back in the other Zanarkand. I wanted to make that runt into a star blitz player. Show him the view from the top, you know. But now I know there’s no way home for me. I’m never gonna see him again. My dream’s never gonna come true. So make me the fayth. I’ll fight Sin with you, Braska. Then maybe my life will have meaning, you know.

Jecht giunge al sacrificio estremo per diventare un intercessore, sostiene, per cercare di dare un senso alla propria vita. Così dicendo, afferma implicitamente di ritenerla vuota di significato, dal momento che ha accettato di non poter tornare a Zanarkand, e di non poter più vedere suo figlio. Durante il viaggio con Braska, smettendo di bere e riscoprendo la propria umanità, deve forse aver cominciato a provare un grosso senso di colpa nei confronti di Tidus, e un desiderio sempre più bruciante di tornare indietro per poter rimediare ai propri sbagli e vederlo diventare un campione del blitz.

A questo proposito, ricordiamo che, nei vari flashback, Jecht non dice mai di voler tornare a casa da sua moglie (salvo una volta), ma sempre da suo figlio. Questo potrebbe naturalmente essere frutto di una scrittura un po’ imprecisa dei dialoghi, ma potrebbe anche significare che, per lui, Tidus è una croce non meno di come sia viceversa: deve essere conscio, una volta ritornato sobrio, di tutto ciò che ha sbagliato, e impaziente di tornare indietro per poter riparare.

E infine, sceglie Tidus per farsi uccidere; probabilmente consapevole del fatto che il figlio stia crescendo odiandolo più che mai, lo sceglie perché sia lui a porre fine alla sua esistenza, e questo è alquanto significativo. Inoltre, secondo le parole di Auron, Jecht intende far sì che Tidus possa sperimentare qualcosa di simile alla vita, lo stesso doloroso privilegio che è capitato a lui:

Auron: Ten years ago… I honored Jecht’s last words, and travelled to Zanarkand. I planned to stay there, watching over you. But when Sin attacked Zanarkand that day, I changed my mind. Outside the dream world, life can be harsh – even cruel. But it is life. He wanted you to have a shot at life. I saw it in Sin’s eyes. That’s why I brought you here, to Spira.

Come dicevamo, mentre Tidus sogna a Zanarkand, preda dell’immagine da incubo, fissata nei secoli, che si è fatto di lui, il vero Jecht in realtà cambia, perchè perfino un padre, anche se il figlio di solito non riesce ad ammetterlo, ha ancora spazio per crescere. Tidus (e il giocatore con lui) ha un solo modo per entrare in contatto con un’immagine diversa di suo padre: le testimonianze di coloro che l’hanno conosciuto. Ci sono molti boss prima di arrivare a Jecht dentro Sin, proprio come Tidus deve farsi largo attraverso numerose immagini obsolete di suo padre prima di incontrare quello che è veramente diventato e giungere al nocciolo del problema.

Tidus: Putting people down… They’re as bad as my old man!

Yuna: But… Sir Jecht was a kind and gentle man!

Tidus: Well, not my Jecht.

Yuna è una fonte alternativa, diametralmente opposta a Tidus, ma ugualmente parziale. Ha di Jecht solo una vaga impressione di sfuggita, un ricordo di bambina, e in base a questo ha costruito la fotografia di un uomo gentile, nobile e generoso. Tutto il contrario di quel che risulta a Tidus… ma si tratta di una visione ugualmente priva di sfumature. Auron è la fonte principale; si può anche dire che essere una fonte sia l’incarico di cui si è sobbarcato, come di una missione, per onorare la memoria dell’amico. E ora, egli è il nostro principale canale per conoscere il vero Jecht, la persona che era davvero, una volta eliminato il demone dell’alcolismo.

Un saluto al suo caro vecchio amico.

Ciò che lo rende attendibile è il fatto di essere l’unico adulto su Spira ad aver avuto con lui un sano e sincero rapporto di amicizia. Infatti, Jecht era un simbolo. Per Zanarkand, era il simbolo dell’intera città e degli Zanarkand Abes. Per Tidus, è simbolo di debolezza, pigrizia ed egoismo. Per Yuna, di eroismo e abnegazione. Per Auron, era “solo” un amico, uno che ha conosciuto in tutte le sue sfumature durante il pellegrinaggio, e per questo è lui la fonte più affidabile. Così, il nostro ronin riceve dall’amico un incarico molto importante, quando Jecht-Sin fa visita alla Zanarkand dei sogni: deve accompagnare Tidus alla scoperta di Spira, e di conseguenza alla scoperta di chi fosse davvero suo padre. E Auron di certo prende molto sul serio questo compito: arriva addirittura a rallentare il pellegrinaggio (!!!) per recuperare una sfera importante a Macalania, e in generale si fa portavoce dei ricordi dell’amico ogni volta che può. Cerca perfino di trasmettere a Tidus quanto suo padre in realtà lo amasse, nonostante le resistenze del ragazzo.

Fra parentesi, è interessante come la sua descrizione di Jecht, il più delle volte, tracci un ritratto che si applica anche a Tidus: un uomo sicuro di sè ma ingenuo, con una forte fibra morale. Attraverso le sfere di Jecht, vediamo un uomo completo, a tutto tondo, non la caricatura parziale offerta dai ricordi di Tidus e di Yuna. E queste sfere rendono più triste e malinconica la sensazione che Tidus si sia perso per sempre la possibilità di avere un gran padre.

Padri surrogati

Auron è anche un’altra cosa: il padre “sostituto” per Tidus. Ciò è vero in maniera piuttosto letterale nella backstory del gioco: sappiamo che Auron, una volta morto, ha trovato Zanarkand e ha vegliato sul ragazzino per dieci anni. Ma continua a essere una figura paterna anche negli eventi del gioco: è l’adulto più competente e carismatico, al quale tutti si rivolgono nei momenti difficoltà; e per quanto sia estremamente riluttante nell’assumere il suo involontario ruolo di eroe, è sempre pronto a fare da mentore.

Ma mettiamoci per un attimo nei panni di un ex monaco guerriero, che ha trascorso quasi tutta la vita nella devozione a Yevon (non dimentichiamo che aveva anche rifiutato di sposarsi, perché questo lo avrebbe distolto da dio), una devozione che si è infranta solo di recente; eccolo catapultato a Zanarkand, una città tecnologica come mai ne aveva viste prima, in uno strano mondo onirico, per soddisfare la promessa fatta all’amico morente di badare al suo pargolo (altro incarico, per lui, del tutto nuovo). Il suo primo compito è decisamente ingrato: annunciare la morte di Jecht alla vedova e al figlio. Dopo che questo provoca la morte della donna, Auron resta con Tidus nella città del sogno, e non sappiamo come sia andata, perché l’unica scenetta in nostro possesso è Auron che segretamente ascolta Tidus cantare l’inno dell’intercessore, preso dalla malinconia per Spira. Possiamo comunque supporre che se la sia cavata meglio di Jecht, intanto perché non ci voleva molto, e poi perché Tidus pare esserci affezionato, e pare considerarlo una grande figura di riferimento nei momenti di difficoltà.

Secondo le sue stesse parole, Auron avrebbe deciso di rimanere così, a Zanarkand, probabilmente per sempre. Ma quando Jecht prende la decisione di trasportare il figlio a Spira, per dargli la vita e darsi la morte, Auron cambia idea e coglie l’occasione. Da quel momento in avanti, il nostro samurai avrà sempre il ruolo di spingere i personaggi, suggerire, accennare e dare una direzione; ma mai di prendere le redini direttamente. Auron, pur nel suo ruolo paterno (specialmente per Tidus e per Yuna), non desidera usurpare ai “figliocci” il controllo sulle loro vite, ma li lascia liberi di fare le loro scelte. Largo ai giovani, insomma, ma soprattutto largo ai viventi: il desiderio di Auron è che il futuro di Spira sia scolpito dai vivi, e non dettato dai morti, come lui, come Yunalesca, o come certi impagliati barbagianni yevoniti di nostra conoscenza.

Ecco i motivi per i quali Auron è una figura del tutto positiva nel gioco, del tutto opposta ai cattivi, e per i quali ci rimaniamo così male quando infine scompare. Ma, come molte figure paterne positive nei media, Auron si deve fare volontariamente da parte, una volta che i suoi protetti sono stati accompagnati con successo fino allo stato di adulti e sono in grado di camminare sulle proprie gambe.

Cid

Un padre cui faremo solo un breve accenno è Cid, il capo degli Albhed. Sua figlia Rikku, orfana di madre a seguito di un incidente con un macchinario, pare perfettamente in sintonia con lui: la pensano allo stesso modo sugli invocatori e hanno la stessa visione di Spira. Rikku partecipa attivamente al progetto di rapimento degli invocatori, e suo fratello (anzi, Fratello) collabora col padre e pilota l’aeronave. Una volta tanto, in questo mondo di legami familiari spezzati, abbiamo una situazione di armonia: gli Albhed, in generale, spesso ci offrono la rara immagine di una grande famiglia che collabora e si aiuta.

Cid è anche lo zio di Yuna. Sappiamo che, in principio, Cid aveva disconosciuto la sorella quando questa decise di sposarsi con Braska. In questo, si era comportato esattamente come il clero di Yevon che, per la stessa ragione, aveva scomunicato l’invocatore.

Braska: What does it matter? No one believes that I, a fallen summoner wed to an Al Bhed… could possibly defeat Sin. This is what they say. No one expects us to succeed.

In effetti, fra il padre religioso e il padre degli Albhed esistono molti punti in comune: intransigenza ed estremismo in primo luogo. Mi viene in mente una citazione di Cid in Final Fantasy X-2: “I don’t like the idea of a bunch of unmarried girls running around getting in trouble!”. Insomma, un altro padre davvero vecchio stile, anche se per combinazione si trova nel lato buono dello schieramento.

Comunque, alla nascita della bambina, Cid deve aver cambiato idea, e aver nuovamente aperto le braccia alla sorella. Accade poi che, per colpa di Sin, la madre di Yuna perda la vita, e non molto tempo dopo lo stesso succede anche a Braska, deciso a portare il Bonacciale dopo la morte della moglie. Questo deve aver spinto Cid a intraprendere la sua guerriglia per fermare gli invocatori, una guerriglia a causa della quale i Guado distruggeranno la base. Da un lato, Cid non si è molto interessato delle sorti di Yuna dopo la morte di Braska. Che si sappia, lui e Yuna non si sono mai incontrati, forse perché Cid era del tutto assorbito nella costruzione della base, o forse perché, come capo degli Albhed, aveva scelto di non farsi troppo vivo in pubblico. Dall’altro lato, quando Yuna è in pericolo a Bevelle, Cid sembra improvvisamente pronto a tutto per aiutarla, e appare commosso quando i due sono finalmente insieme, felice che sia ancora viva.

Yuna, la figlia della sua defunta sorella, è il massimo simbolo per Cid del perché i sacrifici degli invocatori debbano cessare; che proprio sua nipote debba andare a morire per un dio in cui lui non crede neanche è qualcosa di inconcepibile per questo zoccolo duro della resistenza albhediana. Il che è un bene, perché, per lo meno, ci abbiamo guadagnato un’aeronave. Avremmo potuto probabilmente guadagnarci anche un personaggio scritto un pochino meglio, ma accontentiamoci e passiamo oltre.

Due figli all’opposto: Seymour e Yuna

Yuna e Seymour, come spesso succede per gli arci-nemici, hanno in comune degli aspetti importanti. Uno di questi è l’essere entrambi figli di due popoli diversi; popoli che, tra l’altro, non vanno granché d’accordo. Sappiamo che Braska viaggiò dagli Albhed per scopi conciliatori e là conobbe e si innamorò della sorella di Cid. Se un tale viaggio si rese necessario, naturalmente i rapporti con gli Albhed erano tesi anche allora come appaiono nel presente. Questo è facile da capire anche se teniamo in considerazione le “scomuniche” di cui abbiamo già parlato a proposito di Braska e sua moglie.

“Anima sola” è un’immagine devozionale particolarmente popolare nell’America Latina e, probabilmente, una delle fonti d’ispirazione per il design dell’eone Anima.

Sappiamo però che anche fra Guado e umani non è sempre corso buon sangue: Jyscal viene individuato come colui che iniziò il percorso di amicizia fra i due popoli, segno che, in precedenza, di amicizia doveva essercene poca. Un altro segno di questa inimicizia è, naturalmente, la reazione dei Guado alla nascita di Seymour. I due figli, Yuna e Seymour, sono entrambi nella posizione di farsi carico dell’unione amichevole di questi tre popoli distinti. Ma, com’è noto, le cose sono andate diversamente. Se Yuna infatti lavora costantemente con in testa l’obiettivo di un mondo di pace, Seymour punta più nichilisticamente a una pace eterna, quella procurata dalla morte.

I due personaggi sono due facce della stessa medaglia (esattamente all’opposto) per quanto riguarda il rapporto con il padre. Yuna sostiene con onore e orgoglio il peso di essere figlia di un padre famoso, e con un nome che comporta grandi responsabilità. Si può dire poco, tuttavia, del suo rapporto con il padre, perché tutto quello che le rimane di lui è il suo desiderio che la bambina crescesse a Besaid, più lontano possibile da Bevelle (è probabile che Yuna non fosse ben vista nella città sacra, non più di quanto lo fossero i suoi genitori per la loro unione impura).

Sappiamo però che Yuna sceglie di vendicarlo, di fronte a Yunalesca, e di realizzare il sogno del padre di una Spira che vive in pace, senza la falsa speranza proposta dall’Invocazione Suprema. Sconvolta per avere avuto l’ultima conferma che Braska è morto invano, si rivolta contro Yunalesca, e compie l’atto sacrilego di sconfiggerla, tutto in memoria dell’amato padre.

Yuna: My father… my father wanted… to make Spira’s sorrow go away. Not just cover it up with lies!

Yunalesca: Sorrow cannot be abolished. It is meaningless to try.

Yuna: My father… I loved him. So I… I will live with my sorrow, I will live my own life! I will defeat sorrow, in his place. I will stand my ground and be strong. I don’t know when it will be, but someday… I will conquer it. And I will do it without… false hope.

Meno amato dal figlio è Jyscal; e Seymour compirà l’atto opposto di quello compiuto da Yuna, uccidendolo. Una soluzione estrema, però con un background piuttosto cupo che in qualche modo spiega la nascita di questo cattivo. Di Jyscal, infatti, tramite il gioco e l’Ultimania, possiamo farci l’immagine di un uomo poco lungimirante, probabilmente anche piuttosto corrotto. Sulle prime, sposa un’umana contro il parere di tutta la sua stirpe. In seconda battuta, quando i Guado insorgono alla nascita del figlio, sceglie di esiliare sia lui che la moglie ai confini del mondo, per placare l’ira dei Guado e, cioè, per poter mantenere il potere. Infine, Jyscal supporterà la decisione della moglie di condurre il figlio in pellegrinaggio, pur sapendo cosa questo comporti. Certo non il quadretto migliore del secolo, e non il padre più amorevole che si possa desiderare.

A proposito della madre di Seymour, si tratta di una figura molto interessante. Intanto perché Anima è, com’è universalmente noto, l’Eone più figo del gioco; e non poteva essere altrimenti, se la donna era (a quanto pare) così potente da poter proteggere da sola il figlio in pellegrinaggio, fino ad arrivare a Zanarkand. Trovo particolarmente apprezzabile anche il design dell’Eone e della statua dell’intercessore: sembra una macabra, più drammatica versione dell’immaginario cattolico dell’Anima Sola (da cui il nome?), l’anima di una donna costretta a soffrire in Purgatorio, con le catene e tutto il resto; e, nel caso di Anima, perfino un ritratto di lei come madre, appeso al collo come un santino. L’iconologia mariana prosegue, se si tiene conto delle lacrime di sangue che sforgano dall’occhio di Anima durante la sua battaglia a Luka. Peccato che il figlio di questa Madonna alternativa sia diventato, piuttosto, l’anticristo. 

Sappiamo che la madre di Seymour ha una malattia terminale. La donna allora prende una decisione abbastanza strana: sacrificare quel che rimane della sua vita per dare al figlio l’opportunità di ripulire il proprio nome. Non proprio l’idea dell’anno, visto che così facendo Seymour morirà assieme a lei e non potrà certo godere dell’incremento del proprio indice di gradimento presso Spira. Ma che dire: di fronte alla prospettiva di un esilio eterno, un piano del genere deve presentare per la donna una qualche attrattiva.

Seymour: No! Mother, no! I don’t want you to become a fayth!

Mother: There is no other way. Use me and defeat Sin. Only then will the people accept you.

Seymour: I don’t care about them! I need you, Mother! No one else!

Ma le cose non vanno come previsto. Seymour appare estremamente legato alla madre (unica figura conosciuta durante tutto l’esilio e durante il pellegrinaggio) e qualcosa dentro di lui cede e si corrompe inesorabilmente al momento di doversene separare. Ma è ancora presto perché egli inizi a concepire il suo disegno: per il momento, forse in preda allo spavento e allo shock, se ne va da solo da Zanarkand e torna a Baaj (sì, anch’io ho qualche problema a immaginare come sia successo). Successivamente, le tensioni intestine del popolo dei Guado si placano, e l’esilio di Seymour viene revocato: il nostro cattivo coi capelli a corrimano torna dal padre ad assisterlo come sacerdote di Yevon, fino a diventare l’autorità del tempio di Macalania. E’ in questo periodo che riesce in qualche modo a tornare a Zanarkand, per recuperare, non so grazie a quale miracolo logistico, la statua della madre e sigillarla a Baaj.

Seymour comincia a concepire il suo disegno mortale, e l’uccisione del padre è solo il primo passo. Come dicevamo, dobbiamo supporre che fosse estremamente legato alla madre, anche perché lo vediamo mostrare affetto (sottoforma di un pianto disperato) solamente nei suoi confronti. Dopo la sua scomparsa e il precipitare di Seymour, inesorablmente, nella solitudine, avendo perso l’unica figura di riferimento e l’unica compagnia, sembra che non gli non resti più nulla di umano.

E possiamo immaginare che l’assassinio del padre non gli sia costato molta fatica: era colui che l’aveva esiliato, una figura lontana, distante e per la quale Seymour e la madre non erano mai stati una priorità. E così, il figlio si bagna con noncuranza, o forse con gioia, del sangue del padre: a differenza di Tidus, che comprende e perdona Jecht che aveva commesso tanti abusi psicologici, Seymour condanna il padre, e si fa artefice della sua punizione. E noi abbiamo così un altro possibile quadro di quello che può succedere nella narrativa quando come genitore, ti riveli davvero scarso.

Infine…

Abbiamo visto come Final Fantasy X sia, per così dire, la storia di tre persone che ereditano i fardelli del proprio padre. E tutti e tre prendono strane diverse: Yuna segue le orme di Braska e vendica la sua sorte ingiusta, Tidus redime Jecht dopo un percorso tortuoso e difficile, e Seymour uccide Jyscal, e paga successivamente con la vita la perdità dell’umanità.

Abbiamo visto tutte le figure positive scomparire troppo presto, lasciandosi dietro, però, dei veri adulti ormai indipendenti, che hanno completato il loro viaggio d’iniziazione, si sono ribellati all’autorità di un dio padre oppressivo, e sono stati in grado di prendere in mano le redini delle proprie vite. E forse, nel frattempo, abbiamo anche versato una lacrimuccia o due. Un viaggio importante, quello che abbiamo compiuto, che non sarebbe stato possibile se un certo padre avvinazzato di nostra conoscenza non avesse deciso di pentirsi, riparare ai propri errori, e dare al figlio la possibilità di scrivere una vera storia con le sue mani.

Fratilla
Mi sono data agli studi e sono andata per mare, ma in fin dei conti preferisco stare sul divano a giocare a Final Fantasy. Scrittrice dilettante e disneyana impenitente, amo i gatti, il fai da te e altre cose virili.