PlayerUnknown’s Battleground salverà il survival multiplayer?

PlayerUnknown’s Battleground salverà il survival multiplayer?

A pochi mesi dal rilascio di PlayerUnknown’s Battleground è possibile iniziare a trarre qualche conclusione in merito a uno dei titoli più di successo del 2017 (nonostante il fatto che si parli pur sempre del solito, interminabile, gioco Early Access). Parlare di PUBG vuol dire a mio modesto avviso parlare non solo del prodotto in quanto tale, ma delle ramificazioni di un macro-genere, quello dei survival multiplayer, che ha velocemente preso piede nei mercati videoludici degli ultimi anni con risultati altalenanti. Ma iniziamo con il descrivere brevemente il gioco.

PUBG IN QUATTRO BATTUTE

PlayerUnknown’s nasce come mod di Arma II, proponendo un’idea di gioco indubbiamente semplice: una mappa con risorse casuali, moltissimi utenti e il solo scopo di riuscire ad essere l’unico sopravvissuto. Si parla insomma di un last man standing o di una battle royale, per rievocare l’opera di Takami. Nella sua versione odierna il gioco presenta notevoli migliorie ed accorgimenti, utili per rendere la giocata estremamente godibile. La mappa (grande quasi 8×8 chilometri) si restringe con il tempo – eliminando il problema dei cosiddetti camper – i giocatori si paracadutano in differenti zone del campo di gioco con nulla addosso se non gli immancabili oggetti estetici, le risorse a disposizioni sono generate proceduralmente – il numero di armi e veicoli è notevolmente ampliato dalle numerose componenti accessorie quali mirini, puntatori e via discorrendo – le situazioni di gioco sono numerose ma quasi mai sbilanciate. Un round completo dura approssimativamente 30 minuti: abbastanza per poter aggiungere della tattica nella propria giocata, ma troppo poco per creare strutture sociali fisse. Al netto di alcune evidenti sbavature tecniche e di una scarsa ottimizzazione, il titolo ha offerto fino ad ora un costante impegno da parte degli sviluppatori nell’opera di aggiornamento e adeguamento di gameplay e servizi online, anche grazie all’enorme flusso di utenza generato.

Ve lo ricordate The Culling?

Questa panoramica, ad uno sguardo approssimativo, non dipinge niente di troppo nuovo sotto il sole dei survival massivi. Eppure PUBG ha segnato alcuni punti fermi nel genere, dimostrando l’efficacia di aspetti considerati di dettaglio ma rivelatisi decisivi per il successo commerciale. Un primo grande pregio del gioco è che, a parità di divertimento, elimina alcune componenti ritenute fondamentali da altri concorrenti le quali in realtà sono dei veri e propri ostacoli per i giocatori. La struttura di Rust, Conan Exiles e affini infatti, pur offrendo un gameplay più complesso – principalmente grazie alla possibilità di costruire edifici – non si discosta troppo dal concetto di dominio della mappa. La cristallizzazione dei gruppi di potere all’interno del gioco – che porta gli amministratori dei server a continui “wipe” – ha due fondamentali conseguenze: l’impossibilità per i novellini di partecipare alla giocata senza frustrazione e la corsa sfrenata al loot selvaggio nelle prime ore seguenti al ciclico reset del server. Tanto che, in buona sostanza, una giocata tipica di Rust si compone di poche ore di divertimento e attività febbrile, seguite da giorni e giorni in attesa di scoprire se la propria base è esplosa o se il clan più potente ha deciso di regalarci un poco di munizioni. Non è un caso che, sebbene continuino a godere di discreta salute, videogiochi di questo tipo si affermano poco nel lungo periodo. In particolare le nuove uscite, quando poste su un piano di concorrenza diretta con i mostri sacri del settore, possono ambire al più a ritagliarsi una cerchia di fan accaniti, senza intaccare minimamente la fetta di pubblico più ampia (che inizia tra l’altro a calare numericamente). La soluzione offerta da PlayerUnknown’s permette invece al casual gamer di poter approcciare il titolo senza grossi problemi, lasciando libero spazio al contempo a gruppi di gioco più rodati (nessuno vieta infatti ai giocatori di collaborare nel corso della partita) di poter adottare uno stile maggiormente gerarchico. Il confronto tra questi prodotti potrebbe sembrare inadatto, viste le sostanziali differenze di offerta, eppure a conti fatti, una volta eliminate le componenti accessorie, PUBG offre lo stesso tipo di esperienza survival, adrenalinica e competitiva ma finalmente meno complessa e frustrante.

… e Rust?

QUESTIONI DI TWITCH

Il modello survival multiplayer, con tutte le sue differenziazioni (action puro, sparatutto, improntato sulla gestione delle risorse e via discorrendo) necessita sempre e comunque di un unico elemento portante: una community vivace, corposa e duratura. Chiaramente uno zoccolo duro di giocatori rimane sempre ancorato al prodotto di turno, per i più disparati motivi. Il problema, soprattutto in un periodo di offerta eccessiva nel panorama dei videogiochi online, è riuscire a mantenere un pubblico che non sia composto solo dalla solita nicchia di veterani esacerbati, ma anche da giocatori più o meno saltuari, di modo da offrire server sempre pieni, match veloci e divertenti ed un’esperienza nel complesso appagante per tutti. Anche in questo caso PlayerUnknown’s, forse quasi senza volerlo, ha fissato probabilmente un nuovo standard di pubblico, grazie alla sua naturale tendenza a creare spettatori. Il gioco infatti è stato la vera rivelazione dei canali Twitch di questo ultimo semestre, monopolizzando l’attenzione di streamer più o meno famosi. Merito di un approccio che punta subito all’immedesimazione ed al coinvolgimento quasi cinematografico, senza troppi fronzoli ed eliminando qualsiasi necessità di dover capire regole o particolari componenti di meta-gioco. La semplicità della giocabilità si rivela utile solo all’apertura al pubblico, che sia spettatore o giocatore, e non inficia le caratteristiche del prodotto, affine a qualsiasi altro concorrente survival. Un successo coadiuvato anche da una severissima politica di tolleranza 0 nei confronti di cheater e giocatori sleali, che rappresentano un problema patologico nel panorama attuale dei massive multiplayer.

A patto di saperci giocare…

Va dato atto anche ad altri videogames di aver proposto esperienze similari a quelle appena descritte, tra tutti meritano una menzione The Culling, H1Z1: King of the Kill ed il gratuito The Last Man Standing. Certo, nessuno di questi è riuscito ad imporre lo standard qualitativo che PlayerUnknown’s Battleground sta cercando di fissare, ma possono essere visti a mio avviso come una fisiologica trasformazione della categoria. Ognuno di questi prodotti infatti incontra un limite in un gameplay che non riesce a semplificare la giocata, ma che porta quasi sempre a fastidiose situazioni di stallo o di squilibrio. H1Z1 è spesso molto lento nel permettere lo scontro tra i combattenti, mentre The Culling offre un sistema di crafting che è più una punizione che un vantaggio. Se l’obiettivo infatti è la massima condivisione possibile, strutture complesse portano quasi naturalmente ad una cristallizzazione del meta-gioco (basti vedere gli inscalzabili palazzoni di Rust). Tanto per fare un altro (cattivo) esempio si prendano in considerazione le decine di giochi tendenzialmente FPS (Ark tra i tanti) che si ostinano ad offrire un comparto GDR completamente avulso dalla realtà di gioco, il quale costringe il giocatore all’inizio di ogni giocata su server ad estenuanti sessioni di training, con l’unico scopo di arrivare allo stesso livello di abilità di tutti gli altri PG. Bisogna dare insomma ragione alla Sabrina Ferilli, videoludicamente parlando, portando alta la bandiera della “semplicità”. Solo il tempo saprà dire se questa formula di social-gaming avrà davvero la meglio sul mercato interessato, ma indubbiamente per ora gode di ottima salute e non accenna a malori di alcun tipo.

Originariamente un ragazzo normale, gli anni passati in cerca di un connubio tra gli studi giuridici e i videogiochi hanno generato un ibrido terrificante. Ora viene chiamato il "Jason Statham dello Steam controller".