Beeswing – La Scozia rurale di un titolo intimista

Beeswing – La Scozia rurale di un titolo intimista

Fino all’avvamparsi del mercato dei giochi indipendenti, tempi presenti e futuri sembravano ostili all’autorialità nei videogame. Ogni titolo era frutto del lavoro di gruppi anche molto ampi di persone, i cui compartimenti comunicavano spesso molto male fra di essi (per esempio, quanti giochi abbiamo visto con cut-scene e grafica in-game dissonanti?). Negli ultimi anni, abbiamo fortunatamente superato quella fase: strumenti di sviluppo persino gratuiti hanno ridotto i costi e i tempi di sviluppo e reso di nuovo possibile la leggendaria figura del programmatore solitario.

Jack King-Spooner è partito da un Kickstarter del 2013 con cui ha racimolato poco più di cinquemila sterline, di certo non abbastanza per lasciare il lavoro, non abbastanza per pubblicizzare quello che un giorno si sarebbe chiamato Beeswing.

Alla stesura di questo articolo, Beeswing ha venduto meno di mille unità in base ai dati disponibili su internet. Una vittima di un male moderno chiamato scarsa discoverability, ovvero l’incapacità di emergere nel mare magnum delle pubblicazioni su Steam. Mi è stato possibile “intercettarlo” grazie ad una tabella compilata da un tizio che interpolando i dati di vendite, clic e pareri positivi dello store Valve ha stilato una lista di “Really Hidden Gems”. Prodotti che non hanno avuto la minima idea di come proporsi al pubblico, ma neppure lontanamente. E in quella lista oscura, Beeswing era nelle posizioni comunque meno consigliate. Non voleva proprio farsi trovare. Bello sapere che ci sia ancora spazio per le sorprese.

Beeswing è un’opera molto intima del suo autore. Addirittura semi-autobiografica. È cresciuto in un piccolo villaggio della parte interna della Scozia. Il suo mondo era fatto di una mezza dozzina di villette a schiera, tanto verde e poco più. Lo ha voluto rappresentare con disegni di suo stesso pugno, quasi tutti acquerelli, e ne ha scritto persino le musiche. L’autorialità è totale e fa strano, non ci siamo abituati.

Dopo una sbrigativa schermata che ci spiega come i comandi siano per muoversi più un solo tasto per interagire, veniamo accolti da una grafica molto naif che, capiremo presto, simboleggia una regressione di Jack che torna a sentirsi come nella sua età più giovane, nonostante il suo spirito di osservazione rimanga quello dell’adulto.

Presto incontriamo nostra madre, che da buona educatrice ancora ci raccomanda di andare a salutare i vicini. Non è solo il primo passo del gioco, ma il suo fulcro. Per chi è condannato a ritornare dopo lungo tempo nei luoghi dell’infanzia, ci sono bocconi amari da buttar giù. La parte meno dolorosa, pensate, è quella malinconica: passeggiare lungo il lago dove ci divertivamo da bambini, osservare i negozi che sono cambiati e quelli che sono rimasti, contemplare cornici con stampe chimiche di momenti lontani.

Il ritorno è con più fili legato al tempo. Quello che è passato e quello che passeremo in questo posto. Vale anche per il giocatore, in quanto sarà possibile concludere la partita in qualsiasi istante semplicemente recandosi alla stazione degli autobus e prendendone uno. Il tempo, però, scorre anche per gli altri e il nostro visitare persone e luoghi ce lo ricorda incessantemente. Negli anni trascorsi, qualcuno ha concluso il suo ciclo vitale. Possiamo visitare ciò che resta, ovvero un marito a pezzi che, torturato dal lutto, ancora non riesce a gioire dei giorni passati con la moglie ed è terrorizzato da quelli futuri, solitari. Poi c’è chi è cresciuto ed ha sviluppato conoscenze e manie di cui non sapevamo nulla, dall’ossessionato da numeri e date all’esperto assoluto di cinema. È bello interpellare più volte i personaggi che racconteranno più e più aneddoti, definendo meglio linea dopo linea la loro personalità.

La piccolezza del villaggio di Beeswing e le camere dei suoi abitanti sono caratterizzate da una fitta presenza di televisioni. La TV è insieme un male, un passatempo, una possibilità. C’era un matto nel villaggio che sosteneva di essere stato un circense e diceva che una videocassetta rotta conteneva i suoi spettacoli che lo dimostravano, per lui la TV era la speranza del suo riscatto personale. Chi è sereno, la usa per ammazzare il tempo, lasciandola sempre accesa. Altri la usano per anestetizzarsi nel tempo residuo della loro esistenza: la casa di cura definisce alcuni passaggi di una tristezza brutale che descrive l’angoscia nel vedere gli amici andarsene uno ad uno, la paura del morire da soli, l’incomprensione del corpo che cambia e l’incapacità di rassegnarsi al tempo che è finito. Tutto in uno stridente contrasto tra lo spietato incedere degli orologi ed una televisione perennemente accesa che non ha mai smesso di succhiare secondi di vita. E per noi potrebbe essere il computer, il tablet, internet. Un monito.

C’è anche dell’altro in Beeswing, fasi meno dense ma comunque in grado di accendere una nostra emozione. La linea narrativa di Beatrice è solo poco meno travolgente, ma solo perché ci viene porta con grande delicatezza: lei è una ragazza disabile che passa il tempo per strada, a guardare cosa accade nei vicoli facendosi compagnia coi rumori di fondo, con uno sguardo triste e perso nel vuoto e nessuna voglia di parlare. Riusciremo a comunicare con lei, se capiremo come, ed un ricordo vecchio di decenni ci si aprirà come una piccola finestra sulla realtà di una vita più difficile.

Beeswing aggiunge poco per alleggerire questi temi. In realtà, non conclude nemmeno con una chiave di lettura positiva o di speranza. Non c’è una sceneggiatura convenzionale, descrive come va la vita, o almeno una parte di essa, e racconta gli occhi di chi osserva le persone care da una posizione privilegiata, quella di chi è sano e relativamente giovane. In fondo, la chiave di lettura che ci risolleva forse c’è: quella del protagonista Jack, che ha costruito una vita altrove, che ha qualcuno da cui tornare a sua volta, che ha ancora un autobus da prendere.

Gianluca Santilio
Si diletta coi videogiochi in attesa dell'ispirazione per diventare adulto