Mass Effect: Andromeda – Di imperatori ignudi e toppe troppo piccole…

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Non ve lo abbiamo nascosto: Mass Effect: Andromeda non ci è piaciuto per niente. Il titolo che sulla carta avrebbe dovuto inaugurare un nuovo corso per l’acclamata saga sci-fi ha invece involontariamente dissipato le dense cortine di fumante aria fritta che ancora attorniavano Bioware dopo il fallimentare Dragon Age: Inquisition, e ha gettato una spietata luce rivelatrice su una software house che sembra aver perso completamente la bussola, al punto da compromettere quella che è stata per anni la sua IP di punta. Persino la cosiddetta “stampa specializzata” che conta, di solito generosa con i “big” anche di fronte a prodotti mediocrissimi (andatevi a rileggere le recensioni di Inquisition…) si è trovata costretta ad ammettere che qualcosa, in Andromeda, non va. Per usare una soave metafora letteraria: se l’imperatore è nudo puoi ipocriticamente fingere di non accorgerti di nulla, ma se l’imperatore comincia a farti l’elicottero davanti al naso forse sarai obbligato a notare qualcosina – se non altro per non sfigurare davanti a lettori e giocatori paganti.

Il tenore e la portata dei problemi interni di Bioware sono ormai noti, soprattutto grazie alle “soffiate” (anonime e non) di ex-membri che hanno contribuito a far circolare voci decisamente poco confortanti. Ma anche se tali voci non fossero emerse dalle brume della segretezza aziendale, sarebbe stata la stessa natura disarticolata e maldestra del gioco a denunciare chiaramente l’assenza di un efficace algoritmo produttivo nonché di un progetto di design unitario e coeso.

“Siamo la squadra non discriminatoria di Mass Effect: Andromeda. Sì, il fatto che il negro, la femmina lesboide e i due alieni siano dietro di me è del tutto casuale”

Le lamentele sono giunte naturalmente dalle parti di Bioware e di EA, e si è cercato di correre subito al riparo: la Patch 1.05 (qui la nota ufficiale) promette già di correggere numerosi aspetti del gioco originale, tra i quali figurano le tediosissime animazioni dei viaggi spaziali e – a quanto pare – gli occhi vetrosi e bamboleggianti dei personaggi umani e asari. Un vero peccato, però, che la “polpa” centrale di Andromeda risulti difficilmente accomodabile, essendo il risultato di un’errata valutazione alla base: esattamente come accadde per Inquisition (ma a parere del sottoscritto si dovrebbe tornare indietro al pur discreto Dragon Age 2) Bioware ha sacrificato i principi di unitarietà ludica e di coerenza autoriale sull’altare dei focus group, delle ricerche di mercato e di una idea massimamente distorta e artificiale del proprio pubblico di riferimento. Lo si avverte non soltanto dal tono della scrittura ma soprattutto dal modo con cui i delicatissimi temi dell'”inclusività” vengono trattati all’interno della narrazione. L’impressione è che gli autori Bioware non siano in grado di costruire dei mondi capaci di “funzionare” autonomamente secondo le proprie regole interne e di raccontarsi in modo convincente al giocatore. L’epico Thedas di Dragon Age e i futuristici sistemi solari di Mass Effect diventano ingenue proiezioni di un’ideale “società” sviluppata da (e indirizzata a) una ristrettissima cerchia di studentelli nordamericani del XXI secolo, imbevuti di istanze egualitaristiche da social justice warrior – che, nel 99% dei casi, trascendono la gravità di fenomeni sociali estremamente complessi e si riducono a solipsistiche autoaffermazioni di “identità”. Con ogni evidenza, mondi così concepiti non riescono a trascinare i giocatori nella “propria” storia, ma finiscono per inseguire affannosamente i capricci idealistici – e ideologici – di una specifica fascia di giocatori, cristallizzandosi in uno stolida bolla priva di qualsiasi valenza universale e incapace di sopravvivere alla prova del tempo.

Attenzione: con questo non si vuole affatto affermare che il videogioco debba necessariamente ratificare uno status quo discriminatorio, omofobo e razzista per non scontentare il fronte conservatore, né che debba tramutarsi in vacuo escapismo allo scopo di evitare prese di posizione politica. Ma a livello autoriale bisognerebbe trovare il coraggio di scardinare le monodirezionali e ipocrite istanze di “rappresentatività delle minoranze” tipiche del job market americano, e di proporre ambientazioni capaci di raccontare i problemi contemporanei attraverso le proprie regole, e non secondo le nostre.

Mass Effect Andromeda

“Scusa, non ricordo se ti ho già detto che prima ero un uomo”

Si eviterebbe così di doversi scusare con il pubblico per il modo becero, ridicolo e dilettantesco con cui è stata tratteggiata la figura di Hainly Abrams, NPC transessuale di Mass Effect: Andromeda che non ricopre alcun ruolo all’interno della storia se non quello di informare forzosamente il giocatore che il suo nome precedente era StephenPer la serie, che sollievo, ci siamo tolti di mezzo il problema della rappresentazione dei trans, ora possiamo passare ai negri e ai froci. Si ricordi, per contrasto, la delicatissima trattazione dell’omosessualità in The Witcher III: Wild Hunt, che in Bianco Frutteto racconta per mezzo della coppia Mislav e Florian una dolorosa storia di discriminazione e morte, mostrando al giocatore non già un artefatto superamento del problema, bensì il dramma umano che può scaturire laddove la discriminazione viene ratificata.

Bioware può pubblicare anche decine di patch, se crede. Serviranno senz’altro a sistemare occhi, ciglia, capelli, animazioni, e renderanno sicuramente più felice qualcuno. Per l’ipocrisia e la mediocrità, purtroppo, non esisterà mai toppa abbastanza grande.

Ilya Muromets

Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.