Di scuola e videogiochi. Il tentativo di Microsoft con Minecraft.

Minecraft: Education Edition

Da che ricordi io, fin dagli anni ’80 si discuteva della possibilità di impiegare l’informatica e il videogioco a fini educativi, anche quegli anni la cosa mi lasciava perplesso anzichenò. Ero solo un ragazzino, ma proprio come tale ero perfettamente in grado di distinguere che cosa mi divertisse e che cosa mi annoiasse, e la scuola rientrava di prepotente diritto nella seconda categoria. Non che ci fosse nulla di sbagliato, in questo.maxresdefault (1) Di norma i bambini non hanno bisogno di essere ingannati o suggestionati con perline e specchietti: se ben impostati sono pienamente capaci di comprendere che le ore scolastiche sono destinate ad attività “lavorative” vere e proprie, e che non prevedono, di norma, il “divertimento”. E all’eventualità di “imparare divertendosi” non credevo nemmeno a quei tempi, nonostante la Clementoni e la Quercetti provassero in tutti i modi a far passare il messaggio contrario. Qualcuno tra voi ricorda lo psichedelico e stupidissimo RAMI?

Non va tuttavia dimenticato come, nell’immaginario comune, le prime macchine informatiche messe in vendita per il grande pubblico venissero spesso pubblicizzate da campagne volte ad evidenziare la componente eminentemente educativa dell’informatica.

Immagine da docmanhattan.blogspot.it/

Immagine da docmanhattan.blogspot.it/

Al punto che il mantra “mi servirà per studiare” era diventato una delle scuse più comuni dell’epoca, adottata da tutti coloro che volevano convincere i propri genitori a far entrare finalmente un computer nella propria abitazione. Poi, dopo aver impiegato due giorni per disegnare un triangolo isoscele in BASIC mentre nell’altra stanza tuo padre sbatteva ripetutamente la cervice contro lo stipite della porta del bagno, mettevi su Asteroid.

 

Svariati anni dopo, la situazione non mi sembra poi migliorata più di tanto. Lo spauracchio di una ritardata alfabetizzazione informatica che tanto spaventava qualche tempo fa è stato di molto ridimensionato, non tanto perché i bambini hanno potuto finalmente apprendere a scuola il sistema binario o i linguaggi di programmazione, quanto perché – esattamente come hanno fatto i loro genitori negli uffici – hanno imparato nel quotidiano a servirsi dell’informatica per le proprie esigenze quotidiane.
Resta il problema del videogioco, certo. Di fronte ai ciclici allarmismi bacchettoni su quanto siano diseducativi i contenuti di tante proposte videoludiche contemporanee, emerge sempre il patriarca veterotestamentario di turno, predicante la necessità di offrire un’alternativa “sana” ai pessimi esempi che tanto attraggono le masse di bimbi innocenti. Inutile dire che questa alternativa non si è mai realmente trovata, e per la ragione di cui si parlava all’inizio: i bimbi capiscono benissimo quando li si vuole fregare, e sanno distinguere che cosa li diverte e cosa li annoia. E se c’è qualcosa di non divertente, in genere, è proprio il gioco che pretende di essere “educativo”.

Leggo ora della decisione di Microsoft di entrare di petto nella difficilissima arena della videoludica pedagogica, acquistando i diritti di MinecraftEdu – una versione di Minecraft programmata per fini didattici – allo scopo di pubblicare Minecraft: Education Edition, con il pieno supporto di Mojang. Si tratta di un progetto nato per diretta iniziativa di professionisti dell’educazione, ossia Joel Levin (già autore del primo MinecraftEdu nel 2011) e lo staff di TeacherGaming, studio fondato da tre insegnanti.minecraftedu
L’impresa è interessante, soprattutto perché fa leva sul titolo che più di ogni altro si presterebbe a rappresentare un vero e proprio canone per la videoludica didattica. Piaccia o meno, Minecraft ha il pregio innegabile di presentare un contesto di gioco neutrale, privo cioè di quei  “buoni” contenuti forzosi che tanto stridono nelle proposte concorrenti. Le eminenze grigie di Mojang sembrano ben consapevoli delle ragioni del successo internazionale del loro prodotto, e sperano di riuscire a sfruttare i medesimi presupposti per estendere la propria egida nelle scuole di tutto il mondo.

Il principio, in teoria, sembra buono. Ma quanto potrà essere applicabile nella pratica giornaliera? E soprattutto, quanto sarà veramente efficace?
Perché la vera difficoltà – diciamolo pure – non sta tanto nell’impiego del videogioco nelle scuole, quanto nell’adottarlo allo scopo di veicolare informazioni che senza il videogioco non potrebbero essere veicolate. Se invece il contenuto dell’insegnamento rimane lo stesso di quello fornito dalla classica lezione frontale, il videogioco è davvero uno strumento migliore per trasmettere tale contenuto agli studenti?
Continuo a preservare i miei dubbi in merito. Se è vero che il videogioco va considerato come il medium “forte” del XXI secolo, mi aspetterei che, una volta entrato ufficialmente nelle aule scolastiche, esso sia in grado di portare agli studenti contenuti diversi da quelli comunemente assunti durante le lezioni tradizionali. In caso contrario, il videogioco resterà sempre un additivo raffazzonato e posticcio, uno zuccherino di facciata messo lì per nascondere una medicina che i ragazzi saranno sempre in grado di riconoscere come tale.

Se Minecraft, con la sua connaturata flessibilità, riuscirà davvero nell’impresa di rivoluzionare il rapporto tra videogioco e scuola, resta ancora tutto da vedere. Ma forse, prima di preoccuparsi del tipo di videogioco da adottare, sarà il caso di lavorare in primis sulla formazione e sull’aggiornamento di coloro che dovranno curare fattivamente i contenuti: vale a dire, gli insegnanti.

Ilya Muromets
Che poi, a ben vedere Cutie Honey era tipo la Edwige Fenech dei giapponesi.