Final Fantasy VI – La figura genitoriale

Final Fantasy VI – La figura genitoriale

Gli articoli di intenso commento antropologico non sono mai troppi, specialmente su quegli argomenti come Final Fantasy che si prestano a un grado di eviscerazione simil-letteraria quasi inverosimile. Ecco quindi un magico speciale dedicato al ruolo che i genitori rivestono in Final Fantasy VI.

Perché L’interessamento?

Alcuni padri sono talmente assenti che neanche le macchine fotografiche riescono a coglierne la figura. Forse, come i vampiri, i Padri Assenti non hanno neanche il riflesso nello specchio. E moriranno trafitti al petto dal paletto della turba mentale lasciato alla progenie, quando meno se l’aspettano.

Un topos che tengo sempre particolarmente in considerazione al momento di consumare un prodotto mediatico è quello del Padre Assente™. Beh, o Presente. Ma qui stiamo parlando di Final Fantasy e spesso, vuoi perché è partito per la tangente, vuoi perché è morto, vuoi perché compiescelte di confutabile acume, si trova a essere assente o addirittura a produrre effetti nefasti sulla vita della prole.
Con gli amici è diventata ormai una recurring joke, per cui è stato principalmente per ridere che ho fatto una lista di figure paterne nei capitoli di Final Fantasy che conosco; poi a un certo punto, logicamente, sono rimasta spiaccicata fra tutta una serie di blateramenti agonistici che hanno esteso lo scope della questione; da qui ho allargato il grande abbraccio della sega mentale anche alla madre (finora nei FF infatti ci sono state solo famiglie con un padre e una madre, vivi, morti o desaparecidos).

L’esperienza si è rivelata una divertente operazione di scavo archeologico acrobatico, perciò le ho dato l’aspetto di approfondimenti pseudo-ordinati. Il tuttosenza la benché minima aspirazione pseudo-saggistica. Per quanto, come da mio stile consolidato, abbia cercato di approfondire la parafrasi fino a corteggiare pericolosamente il confine col fanon, ve lo devo mestamente confessare, non ho avuto proprio cazzi di dedicarmi a fonti, confronti e altri elementi fondamentali della completezza. Per cui si tratta soltanto di un’elaborata compilazione dei miei pensieri in merito. Da fan a fan.

Guardate come l’assenza possa essere contenuta in una sola immagine.

Ma perché uno dovrebbe considerare la faccenda dei genitori nella saga di Final Fantasy? In fin dei conti, in osservanza al principio che non si può essere personaggi di un fantasy a meno di non essere orfani, preferibilmente reduci di esperienze violente o traumatizzanti, i genitori servono per lo più per essere mancanti.

Infatti. Con tutti i casi di genitori venuti a mancare (fisicamente o psicologicamente) o implicati in qualche storia difficile o deludente, la loro assenza è quasi un personaggio in its own right. E, parafrasando Calvino, le presenze si costruiscono attorno alle assenze, quasi che al nocciolo ci fosse il Nulla in ogni caso; in un processo creativo come l’architettare una storia, questo meccanismo entra in azione da parte dei writer anche senza intenzione premeditata, perché è semplicemente naturale che succeda. Questo grosso buco a volte innesca elementi importanti della trama, e apre immancabilmente la strada ad una ricerca affettiva più avida da parte del personaggio in questione (che infatti non raramente investe altri personaggi di valenze paterne o materne).

In questo modo un personaggio è anche una persona, in ragione della propria credibilità che non può prescindere dalla sfera emotiva. Sì perché, come a volte sembrano dimenticare alcuni signori produttori di videogiochi (a volte troppo ingegneri e poco scrittori), così come plausibilità è diverso da fotorealismo, così credibile non è affatto il contrario di fantastico. Ed ecco infinite schiere di storie fantasy che cadono vittima dei loro stessi manierismi e perdono di vista lo sviluppo dei protagonisti. Final Fantasy a mio parere è spesso scivolato via con grazia da questo difetto; non lo dimostra forse il fatto che mi sorga spontaneo scrivere trenta pagine di post soltanto sulle mamme e sui babbi di questi personaggi inventati?

La caratterizzazione completa non è quella che deve per forza esplicitarti tutta la storia relazionale dal migliore amico di infanzia allo zio Pancrazio che vedi ogni tanto a Natale (a meno che lo zio Pancrazio non ti abbia inflitto un trauma infantile. In quel caso ci vuole); basta pensare, per dirne una, a Final Fantasy VI, un buon esempio di applicazione virtuosa del principio “less is more”, dove con pochi, pochissimi tratti si tirano fuori diverse storie distinte e uniche, di scelte, mancanze e sopravvivenze.

Certo, non è che ogni volta che ti inventi un personaggio devi tirarmi fuori anche babbo e mamma, perché esistono anche le limitazioni di spazio e i sacrosanti tagli a ciò che non è strettamente in-topic; ma questo non significa che a noi giocatori o lettori non piaccia vedere in un personaggio le traccerealistiche e condivisibili della sua provenienza storica.

Lo so, poi uno va su Internet, vede quanto ha venduto Lightning Returns e fa fatica a credermi: ma a noialtri da questa parte del controller piace, avere un personaggio retrospettivamente plausibile, che ci dia realisticamente l’impressione di essere venuto da qualche parte anche senza bisogno di specificare da dove in ogni dettaglio, un personaggio che risponda dinamicamente ai propri dintorni, che non abbia sempre la reazione scontata (che è sempre logica), ma quella umana (che può essere controproducente, contraddittoria e autolesionista).

Ma insomma, avete presente quanti anni della vita passiamo a scannarci su Internet sull’interpretazione del quarto pixel in alto a destra della scena tal-dei-tali in Final Fantasy VII, ciascuno tirando giù tutti i dottori della psicanalisi e gli autori del circolo di Praga (e i santi dal calendario, quando la discussione si fa incandescente) per capire che minchia voleva dire Cloud? Ecco, questa per le menti semplici si chiama turba psichiatrica, ma per chi abbia un minimo di interesse al processo di storytelling significa conseguenza di un buono sviluppo del personaggio.

Dei tanti modi di raggiungere lo scopo di creare un personaggio credibile, in questo post se ne affronta uno solo: l’esplicitazione, appunto, a vari livelli di accenno, del rapporto con le figure genitoriali, che siano o meno coincidenti coi genitori biologici.

Questo articolo parla esclusivamente di Final Fantasy VI, del quale, ovviamente, sono da attendersi spoiler nucleari.
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Primo nella saga a distruggere i nostri condotti lacrimali con incommensurabili badilate di angst, il cast di Final Fantasy VI è, diciamoci le cose fuori dai denti, un gruppo di individui traumatizzati a vita.
Fra ragazzi in crisi e adulti con problemi, per non parlare di una fine del mondo che farà di loro tanti sbandati attaccati a quel che poco che è rimasto per non buttarsi da una rupe (… emh), finché tutto questo non sarà risolto non ci sarà dato di sentirci rassicurati da quell’aura di indistruttibilità degli RPG-party più “normali”.

Parlare di famiglia per questo episodio, ça va sans dire, vuol dire parlare della sua mancanza: una difficile condizione semi-permanente di vuoto affettivo. Del resto, l’aver cominciato l’avventura con una fanciulla con un lievissimo problema identitario doveva farci venire il sospetto che ci aspettassero intrecci leggeri come un gratin di melanzane a ferragosto.

Vediamo di mettere le considerazioni in ordine: cosa possiamo dedurre sulla psicologia dei personaggi presenti dall’assenza di quelli venuti a mancare, e cosa possiamo concludere sul ruolo narrativo di questi ultimi?

Possiamo, per comodità, dividere la trama in tre grandi fasi.

Le tre fasi

La prima fase è il momento ottimistico della ribellione: la caratteristica band of misfits costituita dai nostri eroi è in lotta contro l’Impero. L‘imperatore costituisce il patriarcanelle cui mani è concentrato il potere di cui ci si vuole disfare. 

Ognuno ha i suoi motivi per lottare e il pubblico, giovanile, magari in piena fase di opposizione adolescenziale, si immedesima in questa missione di spodestamento del despota. Anche in questo caso, come del resto in qualsiasi altro Final Fantasy, dei legami familiari sono già stati recisi prima dell’inizio della storia, in sede di backstory: a seguito di una tragedia o per circostanze non specificate, tutti i nostri eroi sono orfani o comunque non hanno accesso al legame con i loro genitori. Questa fase è classica, i tear jerkers abbondano, e la storia sale in un climax che in teoria dovrebbe culminare col superamento dei propri vuoti infantili e la vittoria sull’autorità che non si lascia discutere.

… Se non che.

 


La seconda fase è una vera e propria terre gaste
: quella che nella mitologia medievale rappresentava il deserto, appioppato al genere umano come punizione per ogni sorta di peccati e come ostacolo principale per i cavalieri erranti, nel World of Ruin è per l’appunto il risultato della scelleratezza di Kefka.

I vecchi leader sono stati eliminati in tronco. Quindi, qualsiasi cosa decidano di fare i protagonisti-erranti da qui in poi, lo faranno attraversando la terra desolata senza il coordinamento di nessuna autorità. Non che prima Gestahl o Banon fossero questi gran capisaldi, naturalmente.
Kefka, il distruttore del patriarcato di cui sopra, rivoltandosi against his maker è diventato il nuovo dio, ma non somiglia affatto ad un adulto in tutta la sua competenza, quanto a un bambino in tutta la sua capricciosità. E’ da una sua visione totalmente nichilista e vuota che è emersa questa distopia. Dunque, in realtà, non c’è niente di paterno in questo dio, che troneggia piuttosto sul mondo con leggi irragionevoli, senza bisogno di darsi alcuna legittimazione e lasciando che il mondo muoia di stenti.
Intanto, il giocatore si taglia le vene quando Celes apre la scena in uno scenario di solitudine e di sconforto. A meno che non tiriamo fuori il nostro Sanpei interiore, Cid morirà lasciandola sola, soffocando prontamente l’unico accenno di famiglia. E comunque, scopriremo presto che Strago ha perso il lume della ragione, e Cyan ha ancora tante magagne a tormentarlo: se qualcuno pensava di rivolgersi agli adulti per ottenere saggezza e conforto, può elegantemente scordarselo. In tutto questo, vorremmo quantomeno avere la consolazione della classica aeronave con la sua musichetta uplifting, ma perfino Setzer, che non ha più i mezzi per dedicarsi al suo aeriforme disimpegno, è depresso. Ohiohi.
Questa fase ha sconcertato più di un giocatore, e a ragione: l’orizzonte di aspettativa tipico di chi metta mano a un RPG è che questo party composito attraversi una serie di difficoltà ma riesca, alla fine, a farsi valere contro l’autorità ingiusta e conquistare la libertà. In Final Fantasy VI questo nonsuccede alla maniera classica, visto che una ribellione ha successo, sì — ma quella di Kefka, non quella dei Returners.

final-fantasy-6-speciale-1024x682La terza e ultima fase è la rinascita, un vero e proprio ritorno dall’oltretomba e dalla schiavitù delle mancanze passate.
Mentre recuperiamo i party member dai quattro punti cardinali, assistiamo alla rinascita di Locke nella morte di Rachel, alla rinascita di Celes nella morte/addio di Cid, alla rinascita di Setzer nella tomba di Daril, a quella di Cyan nella distruzione di una parte di sé stesso nel Castello di Doma e via dicendo: tutti questi sono esempi di speranza e di nuova vita che sorgono da un ambiente mortale. Farà tristemente eccezione Shadow, come vedremo a breve. In questo contesto, se prima avevamo visto, in Final Fantasy IV, i genitori come spartiacque (o ponti) tra la natura reale e la natura illusoria, ci troviamo ora di fronte a genitori che hanno un ruolo piuttosto deprimente: quello di creare solitudine.

Prendiamo ora in esame rapidamente due luminosi esempi di Padri Assenti (Shadow e il padre di Gau), poi tre esempi di orfani che assumono un ruolo paterno o materno (Edgar e Terra, ma non scordiamoci di Celes-recupera-tutti), per concludere col caso abbastanza anomalo di un padre che, invece di essere Assente, è l’unico rimasto vivo della sua famiglia e deve ricominciare a vivere (Cyan).

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final fantasy vi artwork002Il padre di Gau

In realtà, con tutto il bene, non è poi facile trovare molto da dire su di lui, ma ritenevo doverosa una menzione en passant, mentre parliamo di totale assenza di affetto genitoriale. Impazzito per la morte di parto della moglie, nella follia visualizza il figlio come un demonio e lo getta a morire all’addiaccio.

Gau cresce senza genitori e rappresenta drammaticamente la conseguenza di una situazione portata ell’estremo: un ragazzo selvaggio, senza alcuna consapevolezza della società e di ogni umana comprensione, e che risulta inselvatichito per non aver mai posseduto alcun paragone umano. A differenza di Terra (che non ha avuto un’infanzia più facile della sua) non sarà mai riabilitato. Tuttavia, forse grazie alla presenza di Sabin e Cyan e alla scoperta dell’amicizia, acquisirà una saggezza ben al di là dei suoi anni e delle sue circostanze, accettando che il padre sia così com’è, e limitandosi a rallegrarsi del fatto che sia ancora vivo. Assai poco realistico, se si fa il paragone con la profondità data a personaggi di maggior spessore.

Assente per scelta: Shadow

final fantasy vi artwork003Uno dei motivi per cui Final Fantasy VI è il Male (in senso buono, se mi passate l’apparente controsenso) è che non a tutti i personaggi spetta, entro i titoli i coda, una meritata redenzione con tanto di ritorno alla ricchezza emotiva. Shadow, come il padre di Gau, è uno di quei personaggi per i quali è troppo tardi.

Clyde non è stato in grado di porre fine alle sofferenze di Baram. Non sappiamo cosa succeda al suo socio lasciato ad agonizzare, ma non possiamo cheaspettarci un brutto scenario: alla meglio è morto, alla peggio i suoi inseguitori l’hanno trovato e torturato.

Clyde riesce temporaneamente a sostenere il senso di colpa, con l’aiuto della donna amata a Thamasa, che gli dà anche una figlia. Tuttavia, la morte della donna lo getta in uno stato peggiore di prima. Il senso di colpa per le sorti di Baram torna ad essere un fardello insopportabile, e l’accusa di codardia lo tormenta.

Allora abbandona la figlia, il che certamente non è un atto degno di encomio, ma a questo aggiunge profondità l’odio che Clyde prova verso sé stesso. “Both of you deserve to leave in peace”, dice a Interceptor prima di andarsene: se ne deduce che Clyde, o meglio, Shadow, consideri sé stesso, col suo stato mentale e il peso che si porta addosso, un elemento che non farebbe alcun bene a Relm, ma che anzi le precluderebbe una vita serena. Piuttosto che provocare questo, sceglie di andarsene e indossare una maschera, nel tentativo di seminare il passato che lo insegue, ed eliminare Clyde.

Mentre ad occuparsi di Relm resta un padre surrogato che evidentemente non dispone di molta autorità, ma che in compenso fa lo stesso un ottimo lavoro, Shadow intraprende la dubbia carriera di assassino, alla quale dà l’idea di essere passivamente rassegnato. Nessuna delle sue imprese è per lui motivo di vanto: saranno sempre altri personaggi a informarci della reputazione di Shadow, mentre lui si limiterà ad adottare un comportamento introverso e scostante. Nell’atto di uccidere gli altri per nient’altro che soldi, Shadow perpetra continuamente l’atto di uccidere un po’ più sé stesso, le proprie emozioni e la propria compassione, ovvero ciò che ha causato la sua tragedia in the first place.

In realtà, Shadow non riesce ad assassinare completamente la propria umanità, il che è dimostrato non soltanto dal suo salvataggio di Relm, dal suo atto eroico sul Floating Continent o dal suo affetto per Interceptor, ma anche dalla scena importante del dialogo con Terra, un dialogo che è anche la dimostrazione che, narrativamente, Shadow “doveva” morire.

In questo scambio, Shadow raccomanda a Terra di ricordare che al mondo esistono persone che, come lui, hanno ucciso i propri sentimenti. La frase suona in qualche modo venata di rimpianto, ma soprattutto definitiva: a differenza di Terra, Shadow ha già ucciso i propri sentimenti, che non torneranno più. Alla giovane eroina è ancora data la possibilità di cercarli (e trovarli) dentro sé stessa, mentre Shadow è il primo a ritenere che per lui sia troppo tardi. E il finale, tristemente, sembra tanto un suicidio. Possiamo ricollegarci all’introduzione sulle tre fasi: Terra comincia già qui ad essere sulla buona strada per la terza fase, quella di resurrezione. Proprio in concomitanza con la confessione di un uomo che si considera già morto. 

Questo padre non tornerà mai ad essere un padre, e Relm resterà sempre un’orfana, anche perché non saprà mai la verità. Per l’erede la vita va avanti, mentre per il genitore è finita con un singolo gravissimo peccato. Un esempio di passato che vince sul futuro.

Apatia dell’orfano: Terra, Celes e Kefka

final fantasy vi artwork004Si è giustamente detto che Final Fantasy VI presenta un cast d’ensemble in cui distinguere un protagonista non è facile. Certo, questo era nelle intenzioni dei creatori ma, se il protagonista solitamente è l’antitesi dell’antagonista, mi pare che le figureantitetiche a Kefka siano Terra e Celes più di chiunque altro.

Gestahl ha al suo seguito, o per meglio dire, a sua disposizione, una serie di individui considerati non molto di più che armi umane. Gli esperimenti dello scienziato imperiale Cid hanno artificialmente creato degli umani utilizzatori di magia come Kefka e Celes, mentre Terra è un gingillo imperiale da quando era in fasce.
Questi tre personaggi si trovano nella condizione di non essere in grado di provare emozioni. Nessuno di loro ha goduto della presenza di un qualche ambiente familiare. L’autorità circostante, anziché essere quella di un genitore, è quella della figura dispotica e indiscussa dell’imperatore, che occupa il posto più simile a quello di un padre ma naturalmente non ha niente a che vedere con il sano paragone che il Padre Ammodo (o chi per lui) dovrebbe costituire.

Kefka è completamente estraneo alla nozione di colpa, che è una cosa che si sviluppa osservando e interagendo con i familiari.
Terra e Celes, invece, questa nozione la conquistano da sole.
Celes si ribella, anche se in ritardo, e anche se, dopo averlo fatto, ci dà l’impressione di essere una scontrosa e riservata signora dei ghiacci, totalmente a disagio con i propri sentimenti. Terra diventa ancora più manipolabile grazie a un dispositivo di controllo mentale, tanto chequando ne sarà liberata ne uscirà comunque emotivamente atona. Paradossalmente si sente in una condizione non dissimile da quella di Kefka: una totale incapacità di concepire l’amore (nonostante i volenterosi tentativi di un lecherous young king who shall remain nameless).

Convertito il mondo vitale in terra desolata, sono Terra e Celes che vengono convertite a figura materna. Infatti, mentre Terra assurge a Mamma Orsa per gli orfani di Mobliz, a Celes tocca il compito di recuperare i nostri eroi sparsi per il mondo. Certo, potrebbe sembrare sorprendente che questo ruolo unificatore e affettivo di madre surrogata, capace di risollevare gli animi e fungere da faro, tocchi a due persone che fino a poco tempo fa non sapevano che direzione prendere e stentavano ad esternare qualsivoglia forma d’affetto

In realtà, questo è reso possibile dal superamento della condizione di apatia che entrambe riescono a compiere.

Sia Terra che Celes saranno scongelate con successo da diverse contingenze, scoprendo un attaccamento verso i loro compagni. Questo, appunto, renderà possibile la loro Promozione a Mammà.

Il disagio di Terra, nei confronti della propria freddezza con Edgar e in altre circostanze, mostra una certa volontà da parte di sua di trovare una soluzione a questo problema di apatia. Il suo ostacolo era casomai l’ingenuità, quella di fraintendere i comportamenti di chi le stava intorno per paradigmi di relazione sociale. Alla ricerca di un paragone che le è sempre mancato, si trova a disagio quando non riesce a conformarsi a quelle che crede siano le regole di norma.

Ed ecco il distinguo, la natura del rapporto antitetico fra Kefka & the ladies: il pervenire o meno a una soluzione del problema. Tutti e tre i personaggi si ribellano all’autorità patriarcale che hanno servito, ma soltanto uno di loro ci rimedia una psicosi da manuale. Kefka arriva a voler eliminare perfino il sentire di amore o speranza, in una sorta di “Se non posso sentirlo io, non lo può sentire nessuno” a cui è pervenuto collegando questo suo handicap emotivo a unaglobale inutilità dell’amare e del costruire. Terra e Celes, invece, cambiano per il meglio. Le due rappresentano l’amore di una famiglia tanto quanto Kefka rappresenta la solitudine più completa di un loveless manchild.

A proposito: Terra è, nel frattempo, quella che ha un percorso ancora più difficile da compiere, a causa del complesso problema della sua doppia natura, umana e Esper. E’ un liminal being di essenziale ambiguità, che rappresenta la sfida alle categorie normalmente percepite, nel suo stato di compresenza di due nature altrimenti impossibilitate a convivere. E’ suo padre che incoraggia per primo questa sfida, convincendo Madeline a restare a fare il tentativo. La prospettiva di cui gode Terra è unica, nel mondo altrimenti chiaramente diviso fra normalità non magica e alienazione magica (basti pensare all’esilio degli abitanti di Thamasa).

Terra, che così spesso ha paura del futuro, presa tra due nature è eternamente incerta sulla direzione da prendere ogni volta che 

giunge a un bivio; e dall’archetipo del personaggio capace di cambiare aspetto, ci aspetteremmo di vederla sempre lottare contro sé stessa all’altro bivio, quello delle sue due nature, e invece ci sorprenderà con gli orfani di Mobliz, come Wendy tra i bambini sperduti.

Solo a questo punto della storia comincerà a trovare il suo ruolo e le sue inclinazioni. E, se ci aspettiamo che alla fine Terra trovi un bilanciamento tra la natura ferina e incontrollata di Esper e quella umana, ci andrà in tasca ancora una volta: alla fine della storia è una semplice umana. Ma, in fondo, al suo lato selvaggio ci aveva già rinunciato, quando aveva controllato la sua capacità di mutare in Esper, riuscendo a sfruttarla come uno strumento piuttosto che a lasciarsi sfruttare da essa. Alla fine del gioco, dunque, ha perso un’arma, la magia, ma non crolla per questo motivo, perché a questo punto ha superato le sue carenze emotive ed è, da sola, una persona completa. Mom power!

Promotion to Parent: Edgar e Duncan con Sabin

final fantasy vi artwork005Il padre dei fratelli Figaro è talmente Assente che entra in scena già morto, e soltanto in un dialogo. Still, rappresenta un grosso spartiacque per la figliolanza. La madre è già morta e, un po’ per la narrazione che ci scivola sopra, un po’ per la traduzione decisamente guercia, non si capisce bene se sia morta di parto o durante l’infanzia dei figli. E, morto anche lui, finiscono per i gemelli i tempi dell’hakuna matata e si profila inevitabilmente la questione dell’eredità. Qualcuno dovrà rinunciare alla libertà per occupare la posizione lasciata vacante, nella caustica

In realtà, nessuno dei due è tanto impaziente di prendere la corona. Angosciati dalla situazione, nella quale si suggerisce che il padre sia morto per mano dell’Impero, e devastati dalla scomparsa del secondo genitore (hanno solo diciassette anni, e d’accordo che negli RPG l’età in cui vieni considerato pronto per subire la distruzione del mondo è di circa dodici anni, ma aw, that’s young), preferirebbero di gran lunga darsi alla macchia.situazione di un regno alla mercé dell’Impero. E al popolo di Figaro interessa molto chi lo farà, preoccupato com’è che la presenza di due fratelli possa portare guerra e divisione.

Sabin è quello che la prende peggio. Infuriato perché l’unica cosa che quegli insensibili dei figaresi fanno è parlare di successione, appare in preda alle emozioni molto più di Edgar. Edgar, d’altra parte, non reagisce certo con freddezza, col suo tentativo piuttosto mal riuscito di nascondere le lacrime.

Sembra quasi che entrambi, ma soprattuto Sabin, abbiano un rapporto di amore/odio con Figaro: da una parte il luogo delle memorie familiari, dall’altra l’incarnazione di un dovere capitato fra capo e collo, senza una guida. Sabin preferisce privarsi del lusso della sua condizione per andare a vivere la parca vita del monaco guerriero, ricominciando una vita senza Figaro; ma sedersi di nuovo sul trono anni dopo riporta alla mente ricordi agrodolci.

Il modo in cui, avidissimo di affetto, si è attaccato a Duncan (rivelato dai suoi teary eyes al momento di rivederlo dopo averlo creduto morto) mostra il grande vuoto che la morte di suo padre deve avergli lasciato. Fra parentesi, Duncan non sarà una figura paterna altrettanto valida agli occhi del figlio biologico, che arriverà quasi a ucciderlo. Che famiglia.

La protettività di Edgar nei confronti del fratello è evidente a più riprese. Certo, ci sono dei momenti in cui il nostro re con la motosega sembra fregarsene alla grande, data la scarsità di cerimonie in cui si produce quando lui e Sabin si ritrovano dopo lo scontro con Vargas, o la sua mancanza di preoccupazione quando Sabin insegue Ultros sott’acqua. Però, Figaro no Kekkon aggiunge il dettaglio della debolezza di Sabin malato da bambino (e della protettività di Edgar nei suoi confronti), nonché di come egli prenda costantemente il fratello a modello. Per non parlare della scena del lancio della monetina, quando Edgar rinuncia alla libertà per permettere a Sabin di perseguire la propria: un sacrificio totale che è più una cosa da genitore che da fratello. Sembra di conseguenza che Edgar, più che essere “quello serio” rispetto a Sabin, stia cercando in tutti i modi di essere forte anche per lui. Altra cosa che ricorda un genitore più che un fratello. 

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Sabin prende prima suo padre, poi Edgar, poi Duncan a modello. E, per sua stessa ammissione, non è che se ne sia andato troppo lontano di casa. Quasi come se si fosse pentito della fuga subito dopo aver varcato la soglia, resta nei pressi di Figaro, ad allenarsi per uscire dalla condizione di percepita minoritàdata dalla sua debolezza, per tornare un giorno a casa come un uomo (o un whopping lobster) capace di difenderla. Consapevole di aver compiuto una scelta egoistica con la propria fuga, arriverà a essere in grado di compiere grandi sacrifici per gli altri, imitando il self-sacrifice che Edgar ha compiuto per favorire lui. “Now I know why I have these stupid muscles”! Il viaggio dell’orfano Sabin lo vede impegnato a rendersi degno di ciò che ha ereditato dalla morte dei suoi.

Il padre “orfano”: Cyan

final fantasy vi artwork007”We humans tend to allow the past to destroy our lives. I implore you not to let this happen. It is time to look forward, to rediscover love, and embrace the beauty of life. You have so much life left to live”

Come Shadow, Cyan è un personaggio che è padre, ma non ha modo di agire sui suoi familiari e vive, invece, una storia personale. Ciò detto, è un personaggio insolito, e potrei dire unico, nel party. E non solo perché si tratta dell’unico padre vendicatore della compagnia.

Per essere una figura archetipale (quella del samurai, protettore del signore feudale), c’è da dire che non lo vedremo fare seppuku per sfuggire al disonore di aver lasciato che Doma cadesse: piuttosto, si lascerà andare, perdendo il controllo di sé stesso in una furia vendicatrice. Non proprio da manuale di bushidō. Inoltre, sembra anche molto abbottonato e bigotto, ma non ha problemi ad interagire e affezionarsi a un party veramente insolito: un principe in fuga dai propri doveri, un Mowgli della giungla e un assassino patentato. Il nostro ultimo samurai è molto più sportivo di quanto sembri!

Ciò che è più sorprendente, però, è come Cyan (che è vecchiotto, rispetto agli altri) goda di quella che nelle storie fantastiche è la condizione generalmente riservata a personaggi molto più giovani, che si trovano orfani, privati della famiglia a fare da intermediaria col mondo: la tabula rasa che porta con sé la possibilità di ricominciare da capo una vita interamente propria.

Questo signore di mezz’età soffre degli effetti di emozioni distruttive come rabbia, seguita da paura e angoscia, emozioni che rendono la sua anima fragile e indifesa di fronte all’infestazione di Wrexsoul. Nonostante questo, ha mantenuto qualità umane quali la capacità di identificarsi nel dolore degli altri: questo è evidente nel suo scrivere lettere per Lola. Un’operazione, questa, di occultamento della verità perché faccia meno male, una protettività paterna che si riversa su una giovane vittima di simili circostanze, preferendo (alla maniera di molti genitori) addolcire la pillola che dire la verità. Cyan si pentirà di questobenevolo inganno quando si renderà conto che una bella bugia non guarisce niente: soltanto una battaglia campale nella propria anima lo fa. Ed è proprio ciò che gli capita.

Si può quasi dire che la tragedia familiare che ha subito lo faccia tornare a uno stadio in cui tutto può ancora succedere. Rimasto solo coi propri fantasmi, potrebbe fare la fine di Shadow. Invece, oltre a mettersi di buzzo buono a superare la propria avversione per la tecnologia e altre diavolerie moderne, cercando di fatto di affrontare le proprie debolezze generazionali, ha la sua occasione di sconfiggere il passato e riprendere il controllo della propria vita. 

Il ricordo dell’autentico affetto della moglie e del figlio è lo strumento della redenzione di questo personaggio. Un padre fuori dagli schemi che è risorto dalla propria mancanza di amore familiare, come i migliori giovanissimi orfani delle migliori fiabe.

Farsi perdonare: Cid

Cid, come personaggio, non è tanto utile in sé stesso o per sé stesso. Diciamoci la verità, col suo pentimento un po’ troppo espresso e e le sue decisioni improvvisate, serve per la storia di Celes, non certo per la propria. Il fatto che muoia o comunque venga lasciato indietro su un sasso in mezzo al mare ci ricorda che si tratta di un altro genitore surrogato, che non è stato scritto per crescere come un elemento a tutto tondo, ma per far crescere e cambiare un altro personaggio.

Con questo “nonno”, o padre acquisito, Celes impara definitivamente ad affidarsi al prossimo, e parte alla ricerca degli amici perduti. Si potrebbe obiettare che Celes si sia involuta, passando da una che è così self-sufficient all’inizio a una che deve percorrere i mille chilometri per ritrovare gli amici e, soprattutto, Locke. In realtà, la Celes iniziale era sola, più che indipendente (addirittura Locke, a un certo punto, dubiterà delle sue intenzioni). Appropriatamente, la sua scena madre nel World of Ruin si svolge su un’isola solitaria su cui non è rimasto praticamente più nulla di vivo. Il suo viaggio, catalizzato dall’addio a questo three-seconds-father, è il viaggio dell’orfana verso una maggior completezza che non teme la dipendenzadall’affetto di altre persone. La figura paterna riconquistata è per Celes la zattera verso un mondo più umano.

E concludendo…

Final Fantasy VI ci offre il tema della necessità di donare amore agli altri per evitare che il mondo diventi, o rimanga, una terra desolata, distrutta dalle conseguenze di errori passati. Errori come la magia, che infatti scompare del tutto quando la situazione si risolve.

I nostri personaggi non si trovano semplicemente privi di una famiglia, ma lottano nella necessità di riscoprire, o imparare da capo, l’amore, anche se non l’hanno mai conosciuto o se non riescono a ricordarlo. Questa condizione comincia appunto dal vuoto di una famiglia scomparsa o mai stata presente, e può essere corretta solo dando amore agli altri (come i loro genitori non hanno potuto fare). E’ appunto tristemente naturale ai sensi della trama che Shadow abbia dovuto morire. Come viene ripetuto in parecchi dialoghi, i personaggi rischiano continuamente che il passato distrugga le loro vite, e per Shadow come padre, in questo senso, era tardi.

Kefka, il re degli orfani disagiati, viene deposto dal suo trono, nel suo parco giochi indiscriminato costituito dal World of Ruin. La scomparsa prima della famiglia, poi della casa e del mondo in toto, danno inizio a una missione di resurrezione, con fenici che rinascono dalle ceneri di ponti troncati col passato.

Narrativamente, i genitori sono importanti per la loro scomparsa, perché consentono ai personaggi di avere un vuoto che dev’essere riempito con suddetta missione. E qui si torna alla condizione dell’orfano di cui parlavo nel post precedente e brevemente a proposito di Cyan, una condizione fertile nella tecnica narrativa per la sua maniera di lasciare più spazio e più avidità alla ricerca umana dei personaggi in ballo.

La morte del padre di Edgar e Sabin è lo spartiacque che termina l’infanzia, la morte di Cid, o comunque l’allontanarsi da lui, è lasciare l’isola dei morti per imbarcarsi nel pericoloso viaggio su zattera verso il mondo che vive ancora (sort of); in entrambi i casi questi addii sono chiamate alla partecipazione, lamorte di un’età e di un atteggiamento per consentire la nascita di un altro, quello che poi ha la possibilità di sfidare Kefka, il nulla sterile, e uscirne intero.

Margherita Frati

Fratilla
Mi sono data agli studi e sono andata per mare, ma in fin dei conti preferisco stare sul divano a giocare a Final Fantasy. Scrittrice dilettante e disneyana impenitente, amo i gatti, il fai da te e altre cose virili.